Archivi del mese: agosto 2010

mamm’attitudine

lo sparso dopo la maturità si è preso un anno…più lunatico che sabbatico. lavoro si. impegno si. ma sparso come solo lui sa essere. e ha capito. ohhhh se ha capito. ha capito che gli orari flessibili esistono solo nella sua sfera emotiva, ha capito che il lavoro perseguita anche chi ce l’ha. ha capito che il padrone ha sempre ragione anche quando no. e ha capito che forse doveva continuare a studiare per crescere. e allora vediamo se ha capito davvero. e se ha capito a quale attitudine dare ascolto. mentre io scrivo, lui sta sostenendo il test di ammissione all’isia urbino. 164 candidati per 25 selezionati. l’ho accompagnato all’alba, maledicendo le strade trafficate, continuando a ripetere: sei nervoso? ma lo so che sono io nervosa, che sono io che non mi affranco dal ruolo di mamma. che sono io che non riesco a smettere di dire: michele mangia. fino all’esaurimento della sua pazienza e della mia. e quando l’ho lasciato nell’aula magna, dove avrei voluto rimare per spiare quel giovane popolo che stavo quasi invidiando…mi sono sentita stundetessa, esaminanda, mamma e rompipalle tutto insieme. io. che rompipalle non lo volevo essere. mai.

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pronto, ti amo

al telefono l’amore ha sfumature tenui e struggenti, non importa quanti anni, al telefono è tutto amore, baci, mi manchi. pronto! amore! hai mangiato? hai dormito? cosa fai? la lontananza fa benissimo all’amore, ma soprattutto, fa benissimo a noi. sentire la mancanza è il ricostituente naturale di qualsiasi rapporto e io sento la mancanza appena mi allontano e tu senti la mancanza appena mi allontano. e da lontano amarsi è facile. al telefono sono le parti migliori di noi che ricordiamo, sono le abitudini da ritrovare insieme, fantastico amore, passo la mattinata a fare quello che mi piace senza aspettare i tuoi tempi, seguendo solo i tempi miei, senza pensare a cosa sia meglio per te, cercando di non pensare neanche troppo allo sparso che si sparge in casa con gli amici. e allora è davvero tempo mio. quello che mi serve per affrontare poi, di nuovo, un altro intero anno, spalla spalla con il giornaliero incedere delle cose da fare e da sopportare. è strano, ma mi sono abituata in fretta, non aver “nessuno” da accudire. solo il telefono da tenere a portata di mano, di voce. il telefono per raccontarti le mie imprese quotidiane e per sentire il tuo “pronto amorissimo” torneremo a starci sui maroni appena arrivo a casa. saranno litigi e discussioni come il pane quotidiano ma adesso mi prendo l’amorissimo che fa benissimo.

e in totale  libertà, mia e dello sparso, un primo in due: due gnocchi, una zucchina e qualche gambero.

zucchine a pezzettoni, lasciate stufare in padella con pochissima acqua e un filo d’olio, sale, aggiungo i gamberi sgusciati e privati del filino nero, due cucchiai di salsa di pomodoro preparata con i freschi dell’orto ed ecco pronto il sugo che accoglie gli gnocchi (gli? i? dilemma tremendo dilemma!) appena saliti a bollore. lo sparso ci aggiunto parmigiano. io no.

finito di leggere “la ragazza delle arance” di gaarder jostein. commossa soddisfazione.

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salmastra aria maldestra

per sentire il profumo del mare devo annusare il telo, la sera. che il vento in spiaggia me lo porta via il profumo che mi riempie il cuore. e i corpi che incrocio sulla battigia non mi ricordano gli olii di cocco dell’infanzia e il coppertone mitico. adesso sono fortunata se sento un profumo, che le cartoline dal mare parlano di gommoni sul viso, di boe posizionate sopra l’ombelico, di intolleranza al sapone e di noia in tante facce truccate. e poi la spiaggia di sera, bellissima nei colori e nelle solitudini dei lettini, nella sdraio che si piega alla brezza, profuma di piada al bagno 68, pochi metri e l’aria parla di pesce alla griglia, ancora qualche passo ed ecco la salsiccia immancabile con le grida dei bambini scalzi sulla sabbia. vent’anni fa erano pochi i ristoranti sulla spiaggia, pochi ma buoni. ora si confondono e mi confondono. evito di soffermarmi sull’inquinamento luminoso, il faro puntato sul bagnasciuga, controllore immobile di pomiciate notturne. un faro che non mi lascia spazio. cammino più veloce. per fortuna il promontorio di gabicce è sempre là. sembra di poterlo toccare, di poterne raggiungere la punta senza difficoltà. ma ci sono i piedi nell’acqua. e la bassa marea e dove lo trovo un mare che sembra di camminare sopra le acque e io mi accontento di panorami conosciuti, di gesti ripetuti, la mia è una vacanza dal solito, nel solito. e respiro forte le mie abitudini ritrovate. mi ricarico come un pannello solare. rientro dalla camminata notturna, buonanotte ai ragazzi sul terrazzo, faccio la doccia e mi addormento annusando il telo da spiaggia. leggendo “ogni cosa è illuminata” appunto.

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pesche sciropparte

portava a casa le casse in agosto, il babbo. due, tre, quattro a seconda della generosità dei contadini e del successo della stagione, che per un “sensale” la frutta è quella che ti offrono a ringraziamento. ci si metteva tutti “di dietro” nei “bassocomodi” le seggioline, il bidone dell’acqua per sciacquare i coltelli, i vasi a scolare dalla bollitura, gli stracci pronti per il paiolo. ci si metteva con la zia “ziona” con la sigaretta in bocca, con il babbo che usava le troppo mature per fare i sughini e con i vicini che arrivavano con i “cuarcì” i tappini che finivano prima delle bottigline di cocacola e di aranciatasanpellegrino. era la festa di piena estate, il prurito causato dal pelo delle pesche restava inascoltato, che c’era da tagliare e da non tagliarsi, da ridere, da mangiare e da fare. fino a notte inoltrata che si badava al paiolo che doveva bollire poco. ma il giusto.

occorrono sode, compatte, appena colte dalla pianta. varietà percocca. buccia gialla col pelo. pelarla è un incubo. tagliarla a fettine è un lavoro sporco. non si stacca dal nocciolo e le dita sono in pericolo. ma è l’unica pesca che merita la conservazione per le stagioni invernali. resta soda, saporita e buonissima. i vasi bormioli passati al lavaggio in lavastoviglie sono ancora caldi, sulla fiamma il pentolone di antica memoria, con lo straccio sul fondo prende bollore. ogni vaso riempito ben bene, a metà 6 cucchiai di zucchero semolato, due o tre alla fine. metto il tappo, stringo. avvolgo nello straccio, infilo nel pentone e passo al vaso successivo. far bollire circa 20 minuti. lasciare a raffreddare nell’acqua. 11 vasi con una cassa. chieste a “natale” che gentilissimo me le ha raccolte subito ma, boia, le ho preparate quando potevo ed eran già troppo mature. pazienza, le mangerò meno sode. buone lo stesso. sperando in un nuovo raccolto acerbo.

mamma ci sono riuscita. sono quasi come le tue. solo troppo sguignole. ma ce la posso fare.

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il pulmino passava

il pulmino passava alle 7. a quell’ora già pronta. costume, prendisole, sacca col telo da spiaggia. non ricordo giochi, ma l’età,  10/11 anni, non li consentiva. già si cominciava a pensare all’amore, alle simpatie fra compagni. e le bambole restavano nascoste per la stagione più fredda. non eravamo in tanti per quelle prime esperienze di “cre estivo” ci portavano alla spiaggia più vicina, casal borsetti o marina romea, anche questo non lo ricordo. ricordo però la sensazione del caldo torrido sui sedili di plastica. dell’ansia di arrivare. del bagno appena arrivati che solo dopo ci facevano fare merenda. degli scherzi per slacciare il costume. del sentirmi inadeguata e troppo grande o troppo piccola, o troppo seno, o non lo so. ricordo il toast. grande, con un sapore che me lo porterò nel cuore sempre. chissà che formaggio era, così saporito, filante e così mai più. si tornava ubriachi di stanchezza all’ora di pranzo e dall’asfalto, quando scendevo, sentivo chiaramente salire il calore e guardando il pulmino che ripartiva vedevo l’effetto gelatina che partiva dalla strada e si fermava a metà di me. mi mandava a letto la mamma. costringendomi a fingere di dormire, in quei pomeriggi d’estate, fino al suo sonno. fingevo di ubbidire poi mi alzavo piano, uscivo nel caldo e restavo ad ascoltare i concerti delle cicale che con lo stesso strumento suonavano una identica canzone. il solleone. il prendisole. il toast. il sonnellino. le cicale. il tempo da perdere. il pulmino alle 7. li ho messi  in una cornice  e me li riguardo tutte le estati con un sorriso. scuotendo la testa come fanno i vecchi quando sento dire che è troppo caldo. non lamentiamoci che passa. passa sempre presto quello che ci piace.

6 agosto. 15 gradi. ritirate le percocche per fare i vasi. ci sono ora. nel pieno delle ferie di agosto. e quando il pulmino passa bisogna prenderlo che non sempre torna.

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