Archivi del mese: settembre 2010

sui quadretti c’è la lista delle cose da fare. scritta prima di dormire per tentare di dare una regolata alla giornata che verrà e per non lasciare nulla indietro. sveglia presto. cielo grigio. colazione coccola e poi carico l’auto di panieri, bottiglioni e sacchetti da gettare. chiamo mio nipote per sapere se devo fare qualcosa per lui. segnale a vuoto.

faccio tutto in orario. faccio tutto come da copione. rientro, c’è il sole,  inforno patate e pollo. mi cambio e vado a correre. rientro. controllo il forno. quasi pronto. 13.40 suona il cell. “ciao zia. dimmi” – bisogno di qualcosa? “no, tutto a posto, grazie, ci vediamo dopo” sto per riagganciare…-domani, ci vediamo domani- “oggi zia. alle 15 in chiesa.” -ma è sabato!- “si, sabato”

mi è passata la fame, il cioccolato fuso, le uova e il burro non diventeranno la torta che mi aveva chiesto per il battesimo. neanche la robiola e le fette biscottate. non riuscirò a rendere i miei capelli presentabili. forse non riusciamo neanche a mangiare. urlo per le scale, è oggi! il battesimo di sofia è oggi. alle tre, si parte fra mezz’ora!

il regalo lo dovevo ritirare nel pomeriggio, le torte erano programmate in sequenza oraria, col forno acceso per polloepatate e poi via in progress per tutto il giorno. la doccia, i vestiti, i nervi, la pioggia, un vassoio al volo, la zuppa inglese che non è abbastanza fredda.

andiamo. è il giorno sbagliato. ho perso un giorno. vi aspettiamo il 25/9 alle 15 al battesimo di sofia. lo rileggo ora e sono ancora convinta di avere ragione. doveva essere domenica. ero sicura fosse domenica. e se non avesse chiamato, io avrei rinunciato al mio volo a san vito lo capo per una domenica in cui non c’era niente di importante da fare.

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noi no

capita di cambiare per amore. di farsi piccole per amore. capita di ignorare le aspirazioni, di calpestare le idee. capita di non sapere quando fermare l’ansia di compiacere all’altro e capita di accorgersi che il noi è più che altro lui. inversamente l’io diventa piccolissimo (il nostro) e smisuratamente grande (il suo).

noi no.

due giorni al femminile plurale, così plurale che la conta diceva 9 a 2. e la cosa che mi ha colpita è stata proprio leggere sulle facce dei due uomini presenti, complicità e soddisfazione. ammirazione curiosa partecipazione e forse anche un pizzico di invidia.

io e lei ci siamo sentite grate della libertà concessa e, da single per un giorno, ci siamo portate a spasso nei pensieri la parte mancante della coppia. con il senso di liberazione che vi permetteva di sostare a tempo indeterminato davanti a un tagliabiscotti e con la voglia di tornare a vivere insieme l’orchesstra di piazza navona

ho osservato sui visi, riconoscendomi, gli sguardi  di intesa, l’ansia di chiamare casa, la presa in giro giocherellata di chi non poteva defilarsi perchè lei ci metteva a tavola. una tavola sullo stesso rigo.

amò, diceva lei, riportandomi ad altri diminutivi, rivelando la complicità e l’abitudine all’intercalare costante. noi con la libertà di mangiare, ridere, parlar dei loro difetti, ascoltare i nostri e ridere. noi no, non sembriamo diverse da noi stesse se siamo con o senza di loro. siamo solo una metà piena di cose da raccontare poi.

quando siamo noi e non io o tu. quando la libertà è in due. quando riusciamo a camminare anche da sole. quando dobbiamo lasciarci andare e riprenderci. compagni di giochi e di marachelle, compagni con i quali discutere ma che ci appoggiano sempre e ci danno sostegno. compagni che ci danno la possibilità  di trovare nuove amiche senza esserne gelosi. (mi è successo sì)

a queste femmine e ai loro compagni la mia ammirazione: palese e dichiarata. totale e incondizionata. nessuno le vorrebbe diverse. nemmeno i mariti, presenti, assenti e futuri 😉

per altre immagini dell’incontro che ho già detto qui.

per un marito…inutile cercare, arriva quando serve.

sto preparando il brodo di giuggiole…è sempre bene tenerne un pochino di scorta.

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roma è fatta a post

roma è un braccio ingessato, è una freccia rossa con appuntamento, è un navigatore che parla tedesco, è un cielo azzurro negli occhi di chi ci aspetta.

roma è accogli’enza, è capelli lunghi e biondissimi, loma è una lana allabbiata, sono piedini pagnottella, capelli da pettinare, tavola da apparecchiare.

roma è una caponata che avercene! è cotolette col sugo e con le olive e formaggi tanti con salsa arancione, con chutney di fichi d’india, è scatti e facce da blog.

roma è due giorni che finiscono subito, presi al volo, di corsa. è non c’entro, invece si. roma è salita di corsa che non pensavo mica. è una musica in una piazza diversa da sempre

roma è cuscus,  intimità da condividere, una faccia dolce che non immaginavo e molto di più

roma è troppo tempo per spostarsi, è il parcheggio che non si trova, è castroni, caccavelle e zara home, come farò a farne s’enza?

me lo sono regalato e quasi imposto questo week end a roma. ha insistito pà, vai! ha insistito lo sparso, vai! e ho ancora nelle orecchie le parole e sulla pelle la sensazione di amichevole calore, curiosità, simpatia immediata. è davvero fatta a post roma per me. e le riflessioni più riflesse le tengo per il prossimo.

per le ricette: enza – io da grande

per le fotografie e altri pensieri: elvira – un filo di erba cipollina; elga – semi di papavero


roma è  un caffè consigliato e bellissimo roma è…ne voglio ancora e non sono mai a post.

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la campanella ha smesso di suonare

comincia partendo dall’asilo il primo giorno della scuola elementare. comincia salutando le maestre, le dade che per tre anni ti hanno seguito, aiutato, fatto crescere. ti consegnano il diploma e io sento gli occhi bruciare, non posso piangere. non devo piangere. ma mi si stringe il cuore al solo pensiero che crescendo perderò ogni giorno un pochino di te. saranno meno i momenti di gioco e dovranno essere maggiori i momenti di severe indicazioni. non potrò più ridere alle parole storpiate e continuare a usarle, dovrò correggerti. non potrò tornare a prenderti all’asilo, ma alla scuola e sarò messa a confronto con i risultati e i voti e le facce degli altri. e tu non lo sai quanto possono essere feroci le mamme. e tu continui a pensare che sarà come sempre un gioco. e io piango perchè la prima elementare è il primo passo.

e oggi ci ho pensato tanto perchè non si parla d’altro oggi in tv, alla radio, sul web. si parla di primo giorno di scuola. e il primo giorno di scuola è sempre il primo giorno della prima elementare. e sono passati 15 anni e lo sento ancora il magone se ci penso. e penso anche che la scuola ha sì il compito di educare, di insegnare, di inserire nel mondo. ma con morbida consapevolezza per favore. con meno libri. meno input. meno genitori a confronto e più gioco ancora. almeno in prima elementare prendiamola con le molle…almeno per le mamme.

e poi giorno dopo giorno…per loro la fatica di stare al passo e per noi la fatica di “smistare” (preso da elga il termine, perfetto) gli impegni e le mattine. per loro la voglia di continuare a giocare e per noi la voglia di continuare a dormire e la necessità di modellare la nuova stagione sugli impegni dei figli, a ogni nuova stagione scolastica.

la torta nel forno serve più a me che a lui.

(rovesciata di prugne alla “ci metto quello che ho)

700 gr di prugne maturissime, 2 uova, un vasetto di yogurt ai cereali in scadenza, 250 gr di farina integrale, 200 grammi di zucchero muscovado, 100 gr di olio di oliva sasso, una bustina di lievito.

ho messo 100 gr di zucchero sul fondo di una teglia imburrata.

ho sbattuto uova e  zucchero, aggiunto olio e yogurt, farina a pioggia, lievito per ultimo.

ho versato nella teglia. messa in forno a 180° per 50′ poi ho preso un treno. mangiata di lunedì a colazione, col sorriso sulle labbra, ringraziando di non dover correre a scuola, maledicendo di non dover correre a scuola. vorrei dei bimbi in comodato d’uso.

(spazio per la foto. se lo sparso si sveglia)

c’è una canzoncina, una filastrocca che ho scoperto un pochino di anni fa e che mi ripeto spesso: la campanella ha smesso di suonare e a noi bambini ci scappa di cagare…la maestra ci pulisce il culo e a noi ci viene il pistolino duro…

classe 1962. sicuramente maschile. povera maestra…

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sabbie mobili

immagina: arrivi in spiaggia appena colazionato, alzato dal letto a malavoglia, è l’alba, ti sdrai sul lettino, sul telo, sulle ossa vecchie e arriva la voce che dice: ‘spetta ‘more che ti metto la crema. appiccicaticcia, arriva la mano a spalmare su un tripudio di peli, tira, impasta, stende, protezione 25. e poi in faccia. e poi sulla testa resa troppo esposta da un taglio tattico. e poi sulle ginocchia. e poi …è questo il sole che mi fa bene? mi fa schifo il tuo sole. e mi fa schifo la vitamina d. e non me ne frega un cà ..di niente. ma secondo te che gusto c’è?

agosto 2010, ore 11, la prima mattina sulla spiaggia. prima di tre. di più non ha retto lui, di più non avrei retto io. il bello è che si è scottato il gomito e la parte laterale destra del braccio. l’unico punto che mi era sfuggito.

e poi mi piace camminare con te. mi piace moltissimo affondare i piedi nelle sabbie mobili. e scorticarmi e pungermi con le conchiglie. ehi guarda…un assorbente…ma le donne cos’hanno in testa? e quei bambini che sono costretti a portare i pannoloni in spiaggia? guarda quello! pieno di mare e sabbia…l’hanno ancorato…

pà? ti piacerebbe avere i tatuaggi come quel muscoloso big gim? guarda…ne ha tre in un braccio, due sulla schiena,  i rebus ci sono tutti, gli manca solo il cruciverba.

e tu quando ti fai gonfiare? non spendere soldi che ti gonfio volentieri io…

…quando l’estate si riassume in attimi, in esclamazioni e piccoli eventi semplici…le parole diventano cartoline…

come le immagini che mi hanno colpito, così, casuali attimi fermati. e non sono pronta per salutare l’estate. non ancora…

ape e moscone per prendere il largo dal fastidio. finestre aperte e spiragli per riportare i piedi a terra. ogni cosa che guardo mi parla…

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carbonara marinara

mangiato bene ieri sera? mà,  ho preso un primo che spacca! una carbonara col pesce. una carbonara col pesce? io non ho neanche mai fatto una carbonara! marco mi guarda come si guarderebbe un alieno, credo. non hai mai fatto una carbonara? domani carbonara allora, cucino io. l’amico dello sparso, quello che annualmente passa qualche giorno con noi al mare, è una bellezza! sempre a posto, sempre allegro, pronto a raccontare, ad ascoltare, a mangiare quello che gli metto nel piatto e adesso anche a cucinare per me. a cucinare per me! poi mitch ci prova e dice e se ci mettiamo le vongole e se due gamberetti e poi c’era pesce pesce…ok. io preparo vongole e gamberi. marco prepara la carbonara. mitch prepara la tavola. è un giorno di fine agosto e sono contenta di avere la compagnia dei ragazzi. ragazzi che mi sopportano, con la mia frutta tagliata, con i miei tentativi di “frutta, verdura, movimento, fumo no, fate i bravi” ma quanto sono noiosa, ragazzi che sono una parte della mia estate.

la carbonara marinara nasce così, cercando di riprodurre un piatto del canasta mare, che era fino a 10 anni fa, gestione roberto, monica, ivan, il mio ristorante del cuore.

per tre persone: tre etti di spaghetti, 500 gr di vongole, 300 gr di gamberi, uno spicchio di aglio, due tuorli e un uovo intero, parmigiano grattugiato.

intanto che gli spaghetti cuocevano abbiamo aperto le vongole in una padella con poco olio e aglio. sgusciate una a una, rimesse sulla fiamma per pochissimo con i gamberi privati di guscio e filo nero, tagliati a pezzetti. le uova sbattute con sale e parmigiano. scolate la pasta al dente e tuffata in padella con le vongole e i gamberi, toltae dal fuoco l’ho passata a marco che l’ha adagiata nella pirofila con le uova. servita e gustata sul terrazzo, un piatto che è stata una scoperta.

per un motivo (nella mia casa di ragazza si faceva solo pasta fatta al matterello o il riso) o per l’altro (a pà non piacciono le uova che si riconoscono tali) non avevo mai fatto e mai mangiato una carbonara. e la mia prima è stata marinara. son strana eh? grazie marco.

(che mi dice: un tuorlo per ogni commensale più un albume e la prossima volta ti faccio la classica) adesso mi sento più completa.

e grazie anche alla mamma di marco che i figli non nascono già imparati e carbonari.

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XXVII

ho abolito le maiuscole dalla mia calligrafia nel web. ne sono rimasta scioccata (dalle maiuscole intendo) perchè per la netiquette scrivere in maiuscolo significa urlare e io non voglio urlare, non consapevolmente almeno. però questo numero rende l’idea. solo in maiuscolo rende l’idea.

XXVII anno di matrimonio. cazzo. un numero importante. sembra ieri, no. non sembra ieri. troppe parole, troppe cose, tanta roba.  troppo spesso ci guardiamo in cagnesco, troppo spesso ci scontriamo e vomitiamo parole ma poi, ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere di gusto. ancora. e allora vanno bene i ventisette anni chepalle, mano nella mano, mi sopporti? a volte si. passo dopo passo, pasto dopo pasto, un cucchiaino di citrosodina ad aiutare, un digiuno ad alleggerire. progetti di vita ancora da portare a termire, progetti reali vicini. dobbiamo smontare tutto il garage. fai posto. vieni al mare con me? mai. mi sopporti? adesso no. e ancora quel tormentone che ci assilla “quantisholdi” non bastano mai. non ci sono mai. li buttiamo sempre. oggi è il 27 – anno di paga – con 24 mila baci scalo l’acconto.

…e poi c’è una cosa che funziona sempre…a raccontarselo l’amore arriva…

e lo so che mi leggi e che ieri sera hai mangiato in cucina da solo, forma e crackers, un liuk per finire e sei andato forte e hai sorpassato a manetta e hai spento inavvertitamente tutti i mac e hai fatto l’alba a registrare e tanto ci vediamo domani e io mi sono fatta portare a spasso dal nostro sparso (che se sapevo che gli spermatozoi hanno la data di scadenza te lo facevo fare appena sposati un figlio! invece di passare 7 anni zingari…) mi accon-tanto del nostro ragazzo diversamente puntuale e dei miei 27 anni dietro le sbarre…o davanti…

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ora

16:16 mi capita spesso. e mi piace. 17:17 non mi capita altrettanto spesso. ma sono due giorni che capita e mi impressiono. è il primo settembre e non mi ero accorta che agosto è già finito. mi portano via i giorni da sotto gli occhi. dalle mani, dalla pelle. ladri di intenzioni e di tempi perduti. 13 gradi sulle gambe la sera. certo che è settembre. il sole che ha un angolo diverso sul banco della cucina, è settembre si. il primo settembre per la precisione. ho mantenuto le promesse che mi ero fatta? dedicarmi tempo. ho ricominciato a correre e a fare stretching, ho camminato nell’acqua due ore tutti i giorni che sono stata al mare, ho pedalato per almeno un’ora al giorno nei medesimi di cui un attimo fa. ho limitato il pane e abbondato in piadine, ho letto. e ho fatto avanti e indietro sulla A14 abbastanza spesso da averne abbastanza. ho raccolto pomodori e fichi, ho fatto la passata e i pezzettoni. 19:19. per la legge dei numeri succederà qualcosa. una salita per gabicce mi è sembrata infinitamente dura e cattiva e so che non sarà mai più la stessa. che al telefono con un’amica che dovrà affrontare una battaglia durissima non ce l’ho fatta a continuare e sono scesa. e lei parlava e si faceva forte e io guardavo il mare all’orizzonte ed era così bello che ti chiedi perchè? perchè? perchè? e non so cosa dire e cosa fare. so solo che voglio per lei tantissimi agosto da buttare via e tantissimi settembre da programmare. e ora sono le 19:54 e settembre è iniziato e non devo buttare neanche un minuto.

stavo scrivendo questo quando è squillato il telefono e mi ha chiamato l’infermiera e io stavo venendo da te. babbo. ma tu avevi fretta di andare da mamma. qualcosa è successo. perchè succeda sempre non lo so.

sento la nostalgia del passato…non ti potrò scordar…in questa notte stellata la mia serenata io canto per te. babbo.

tramonto

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