Archivi del mese: ottobre 2010

attendere prego…

la chiamata sarà trasf…(click) non ce la faccio. siete in attesa di essere collegati con l’interno desid…(click) ecco. mi hanno rovinato il piacere dell’attesa. il momento pieno di tutto quello che ci si aspetta, l’attimo in cui ancora tutto deve divenire. che il senso dell’attesa, prime dell’era risponditori, era anche piacevole. si rimaneva all’apparecchio ad aspettare che la persona arrivasse a rispondere. si sentivano i rumori casalinghi, la tv in sottofondo, spesso si sentivano i commenti sottovoce…chi è? non lo so! ma perchè non l’hai chiesto? ma chiedilo tu! e intanto dall’altro capo del filo il sorriso di chi ascolta e poi poteva capitare che la persona cercata si dimenticasse proprio di venire al telefono e allora restare alla cornetta era come ascoltare la televisione. era uno spiare la vita altrui. come il medico che risponde e finisce di parlare con il paziente che ha di fronte. “ecco signora prenda le pastiglie a stomaco pieno, no, non quando ha mangiato troppo, quando ha finito. pronto?

invece adesso si parla più spesso con un  chip che fornisce indicazioni precise. per parlare con l’amministrazione digiti 1. digiti 1. digiti…inutile arrabbiarsi. inutile aspettare. meglio mandare una mail. e aspettare trepidanti la risposta.

ma camminando sul marciapiede alzare gli occhi su una finestra aperta, restare incantati a guardare il gioco di luci alle pareti, la scelta dei quadri, le persone che si intravedono…immaginare la vita altrui…è come restare ad aspettare al telefono che una voce arrivi, come guardare la persona che conosci da sempre mentre dorme coperto all’inverosimile e pensare che siamo pazzi se aspettiamo di accendere il termosifone solo per prolungare il senso di attesa e la gioia per l’attimo che sarà.

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bottino

è un piccolo tesoro, raccolto camminando sulla spiaggia, sul finire dell’estate che è finita. cammino guardando in giù, cercando conchiglie che meraviglia, somigliano alle trame di missoni. sassi fiches per giocare al poker, legni di riporto, anelli  sorprendenti.

(ho esclamato mamma mia che mano vecchia brrrr, no mamma ho enfatizzato… è l’effetto pirati dei caraibi. o è l’affettofiliale.

mi voglio sposare col mare. con la sabbia. in qualsiasi stagione. in autunno di più. salutando i cani che si impossessano della spiaggia e arrivano ad annusare gli intrusi e li circondano di feste ingirellandoli nel guinzaglio. mi voglio perdere sul litorale, partendo da qui con il niente in faccia e dritto dritto arrivare senza tornare indietro consumando i piedi scalzi avvizziti in acqua fredda.

voglio sorrisi di risposta ai miei sorrisi, nelle facce delle signore della gastronomia, del ristorante, nelle facce che non riconosco perchè sono vestite da vacanza. la loro finalmente. voglio seguire le nuvole con gli occhi, che non riesco a volare e a prenderle.

e per restare in tema ho preparato un piatto di mare di conchiglia vestito.

mettere le poveracce (o i lupini come dicono all’ipercoop) a mollo in acqua che le copra con un pugnino di sale. intanto far soffriggere aglioqb  in poco olio, e mettere a bollire l’acqua per gli spaghetti. buttare le vongole nella padella e gli spaghetti nella pentola. spegnere la fiamma quando le conchiglie si sono aperte e scolare la pasta al dente. mischiare le due nella padella e cospargere di prezzemolo tritato. il prezzemolo aiuta a digerare l’aglio e mangiato in foglia intera toglie l’odore molesto. io aggiungo anche un peperoncino rosso intero che mi piace rimanere a bocca aperta.

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sgnacchera

urlato per strada, attraverso il finestrino, a una signora in bicicletta. che rallenta, osserva bene chi guida, si accerta che non sia george clooney e riprende a pedalare, con un nuovo sorriso, che diventa risata, cristallina e solare! sgnacchera. la volgarità se non la pensi non esiste. e se fai presto a raccontarla al marito tuo e lo senti esplodere come te in una divertita ed esagerata risata…ci pensi anche un attimo…perchè ridi? non ci credi? mi hano urlato sgnacchera, sì, hanno anche rallentato parecchio per farlo e abbassato il finestrino e forse hanno anche rischiato la vita. per me 🙂

sgnacchera è un vocabolo felliniano e ha il suono dei complimenti spontanei e mi dà l’allegria che cambia la giornata e da grigia che era diventa leggera. che per quanto possiamo virtuosare noi donne abbiamo bisogno di complimenti e se i questi sono gratuiti e senza altri fini (attenzione al conflitto) sono come un massaggio in una spa. come un quadretto di cioccolata, come una bella notizia. e allora adesso faccio colazione con i pancake con la ricotta che ho trovato su questo numero di G2K, (con la ricotta!) mi metto la gonna e i calzettoni, inforco la bici e torno a caccia 😉 cantando non ho l’età…per strafare…

e poi…sono davvero sicura che non fosse …lui?

ps: la rivista è online, gratuita e bellissima. è donna. è vanitosa. e talentuosa. è un unione fra donne…raaaro. ce ne fossero! la foto e la versione del pancake al cioccolato che preparerò per mitch sempre e solo quando si sveglia.

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rosa. dedicato. delicato

vorrei non doverci pensare. per la solita faccenda della testa sotto la sabbia. io mi conosco e non riesco a pensare lontano da me. nel senso che tutto, tutto mi arriva vicino fino a sentirlo. sento la felicità degli altri e mi rende felice. sento la sofferenza degli altri e soffro. nella rete, su fb, nei giornali, alla televisione, sui settimanali, mensili, quotidiani, ovunque si parla di questa iniziativa con il nastro rosa della Lilt. il mese di ottobre diventa l’inno della prevenzione al tumore al seno. è una cosa seria. senza sfumature. vorrei che ogni giorno si pensasse alla salute e si prevenisse con altrettanta attenzione mediatica qualsiasi malattia. un’utopia? però se questa iniziativa serve a convincere una di noi a farsi guardare,  bene. diamo voce e spazio.  la mia amica si fatta un controllo perchè una sua amica si era dovuta operare. e ha scoperto di avere un carcinoma mammario in fase di sviluppo. operata. ha fatto il primo ciclo di chemio. e io che volevo esserle vicinavicina non ho la forza di chiamarla. che ho troppo chiari e vicini i giorni di chemio di mia sorella. e non riesco. e le lacrime non mi sono di sfogo. e neanche le parolacce che penso. e allora smettiamola di pensare che succeda sempre agli altri e teniamo alta la guardia. per tutto. il nostro seno, lo stomaco, i polmoni, l’intestino e la prostata. e i nei. e mangiamo con il cervello. e pensiamo con il cuore. e quando si tratta di agire facciamolo con la ragione, la testa e il cuore.

 

perché non è sempre maligno

 

dedicato alla mia vicina e a marì che non ce l’hanno fatta. dedicato ad anna la figlia della vicina e a santina mia cugina che invece hanno vinto. dedicato a tì, che sta combattendo. dedicato a mia sorella. alle mie zie. allo zio che no. e non era neanche rosa.

tutta la rete oggi si tinge di rosa. l’iniziativa è partita da qui. i link che mi fanno pensare li aggiungerò pian piano.

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clessidra

che non è il tempo che passa che mi fa paura. è la sabbia che è sempre quella. ci scambiamo parole. parole. parole. e ancora umori molesti e momenti bellissimi ma…granello dopo granello, il tempo passa, la giri e la giri e la sabbia è sempre quella. come una clessidra il rapporto a due rischia di consumarsi sulle stesse onde. sugli stessi attimi. e invece se potessimo attingere aria nuova. respirare parole altrove, altrui, fare innesti di esperienze da altri vissute. allora si mischierebbe la sabbia e le granelle. gli attimi e gli atomi e non sto parlando di scambio di coppia no. non nel senso dell’italiana moda. sto parlando di trovarsi a parlare e parlarsi davvero e davvero ascoltare. interessarsi all’altro diverso da noi e lasciare che l’altro si interessi a noi. speranodo che ci sia scambio reale. di parole e pensieri. perchè da soli non ha senso. perchè da soli non è essere. invece trovo che sia così difficile incontrare anche solo un paio di amici che accettino di scambiarsi idee. che si ha paura di farsele portar via. o di scambiarsi incertezze, che si ha paura di essere giudicati. o che si ha paura di essere sovrastati, o che si ha paura di essere. paura di. paura.

la mia clessidra segna il tempo che passa inesorabile. cazzo se prilla.

ma io ho trovato il modo di mescolare le polveri. ho impastato maltagliati di farina 0, di farina integrale e di grano saraceno. 150+30+25 grammi nell’ordine e due uova. e lasciati seccare e maltagliati e bolliti nel minestrone preso dal congelatore. e mangiati come se il tempo non passasse. con calma e parmigiano.

 

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pedalando verso su

vorrei che i miei occhi potessero fotografare l’attimo e trasferirlo su carta nel momento in cui una situazione mi colpisce. solo così potrei raccontare una domenica passata a pedalare da una collina all’altra. strada morbida, salita lenta, partita col sole e temperatura dolce più immaginata che reale. con il ricordo del sapore di un certo formaggio, di una frittella di mela. il freddo l’ho sentito subito. nel naso e nelle gambe che non mi sono ancora rassegnata a coprire. ho pedalato seguendo l’indicazione firenze 102, passando terradelsole, dovadola, roccasancasciano e finalmente portico. ho mangiato un tortello alla lastra, ripieno zucca e patate, ho assaggiato caldarroste e miele di castagno, caldarroste e miele di ginestra, ma ho comprato miele di acacia che è sempre il mio preferito. un chilo sulle spalle, due col formaggio che non potevo lasciare ad aspettarmi un altro anno. ho fatto un giro veloce e scoperto che anche quest’anno niente frittelle, (politici non capite come al solito una cippalippa), che le signore non potevano far banchetti fuori casa. ho scoperto la meraviglia dell’albergo diffuso, che non vedo l’ora di provare, ho visto mantelle di lana bellissime che tornerò a cercare. borse di pelle cucite a mano e un albero di nespole già mature. mi sono fermata a rocca e ho ritrovato la trattoria con le sfogline, quella che piaceva al babbo che per non lasciar nulla nei piatti si metteva in tasca gli avanzi, ci tornerò a mangiare?

ho visto sei ciabatte piene di piedi dondolare da una panchina, un cestino dei rifiuti colmo di tutto con nessuno intorno, una porta che invitava a entrare e scale da scendere. ho visto un chiosco con le bariste veloci a lavorare e un campo che sembrava pronto a far atterrare gli alieni. ho visto un cartello che piacerebbe alla lega e la partenza di un sentiero lungo lungo. ho visto manifesti che denunciano miserie e solitutini reali, ho visto un cacciatore col fucile in spalla

e poi ho visto un filare di meli con tanti frutti a terra. mi sono fermata, ne ho preso uno e l’ho mangiato. pensando che pedalare in mezzo a filari di meli e kiwi per 95 km in una domenica d’autunno è una fortuna per chi se lo può permettere.

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abitudini

sto cucinando le solite cose. a nastro. che il ritorno alle abitudini chiede tagliatelle, tortelloni, capelletti da “storare” nel congelatore. è già ottobre e il rientro è passato da un mese e oltre ma. i sacchetti di problemi restano sempre dove li ho lasciati e son da gettare prima o poi. la mattina non si fa luce mai e la sera è buio presto e questo è solo il primo mese d’autunno. aria bassa e umidità per funghi belli. non credo di aver voglia di 6 mesi di questo passo e passo le serate stirando montagnine di panni e producendo torte per aver la scusa di accendere il forno. mi vizio con il pane alle banane che ho iniziato a fare in primavera e non ho smesso mai. la ricetta di cynthiabarcomi, presa da alex non ha subito variazioni se non per noci e  farina. io uso l’integrale e non metto le noci.

giornate nervose. di rimproveri e litigi. di tensioni e rinfacci. giornate arteriose. intasate di parole che feriscono. lasciarle sgorgare servirà a un ricambio…

ti ricordo che devi riportare il libro in biblio entro il 13. leggi invece di cucinare idiota!

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maniac

ecco l’ultimo acquisto di una malata di scarpe (tra le altre cose) che pà sopporta con la schiena curva. le mensole, il garage e tutto il caos intorno, nulla mi tocca se mi cade l’occhio sul dettaglio. non resisto al particolare. non resisto al glamour, ma sopratutto non resisto all’affare. una scarpa che mi piace a prima vista. per i colori. dettaglio paulsmith. dettaglio la scatola. dettaglio il fondo in cuoio scarpa sinistra rosa, scarpa destra azzurro. non mi interessa la firma. non se manolo, prada, gucci  o laqualsiasi ma.  se un paio di scarpe che mi piaccionopiacciono, prezzate 275 euro, mi vengono offerte a 70 sulla bancarella del mercato che conosce alla perfezione le debolezze femminili…beh, io non ce la faccio. cedo. e non indosso i tacchi mai, che a piedi, correndo e camminando mi sposto. che con la bici da corsa una volta l’ho fatto. e le comiche si sà. le ho indossate domenica (sabato sich) e mi sono sentita perfettamente io. ho retto un’ora. ma vuoi mettere lo charme di stare a piedi scalzi con scarpe “bellissime” in mano?

credo che la cura del dettaglio, il sacchetto portascarpa, la bustina con il ricambio per i tacchi,  l’interno a righe della scatola, il packaging, le righe che contraddistinguono p.s. anche sotto la soletta, possano giustificare il prezzo di vendita. anche se a quel prezzo io mai le avrei comprate.

e siccome, nonostante, mi sentivo spumeggiante…ecco gli spumini* che non ho portato al battesimo e che distribuirò alle amiche

4 albumi

250 gr di zucchero semolato e a velo in parti uguali

un cucchiaino di succo di limone per sbiancare.

nella planetaria o con il frullatore montare in crescendo gli albumi e lo zucchero, aggiungere le gocce di limone e quando saranno fermissimi stoppare. con il sac a poche formare gli spumini nella placca (me ne vengono 3, di placche) lasciare asciugare nel forno a 80° tutta la notte. se non avessi sportine di problemi da risolvere e se fossi la moglie che vorrei gli spumini li avrei fatti multicolor!

*in romagna le meringhe sono arrivate con i libri stampati. nelle case si facevano gli spumini, nel forno si comprano gli spumini e gli spumoni…ma questo è un discorso che merita di essere ripreso.

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