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wbd 2011 tu pane io piada

nel giorno mondiale del pane mettere le mani in pasta e servire il più semplice degli alimenti è un gesto che va oltre il solito. non ho mai partecipato a questa iniziativa partita pe volontà di zorra 6 anni fa e che parla di condivisione, di bisogno primario, di casa. nata qui e portata avanti da migliaia di foodblogger in ogni parte del web. cindystar spiega perfettamente, grazie a giovanna che ha messo il link.

combattendo con il tempo che prende direzioni diverse dalle mie e che no ritrovo mai, pensavo di non farcela neanche quest’anno. però stavo impastando piadina stamane e, pensando al passato di questo cibo da strada,  è stato lampante: questo è! pane. pane azzimo oserei dire. 4 ingredienti: farina, acqua, strutto, sale. nient’altro. tempo di attesa per lasciare che la farina si faccia tirare in un disco sottile, da cuocere sul testo, sulla piastra, su una padella antiaderente. conviviale e versatile possiamo farcirlo come più ci piace, oppure fare come me, mentre lo cuocio, lascio che un angolo si cuocia troppo e, accidenti, mi tocca mangiarlo a me.

attenzione: le foto che seguono causano inappetenza, dimagrimento  e calo del desiderio

come ho già scritto piadina in romagna bassa, piada se ci si avvicina a rimini, per me è pane di casa, ogni volta che mi manca il tempo per preparare altro. una piada il tempo lo restituisce.

500 grammi di farina 0 – 150 gr di strutto – 170 gr di acqua calda a cui aggiungere 3 cucchiaini di sale. nella planetaria, o sul tagliere, mettere la farina, mischiarla allo strutto e aggiungere l’acqua calda poca alla volta. lavorare, lavorare, lavorare. mettere poi in un sacchetto di plastica e dimenticarla sul bancone per 4 ore circa. ora che è pronta per essere stesa decidere se farla, piccina a bocone, media merenda o gigante per cena. padella piccola stasera, col prosciutto e la rucola, con lo squacquerone e la rucola, con il raviggiolo,  con ricotta e bresaola, con fichi caramellati e ricotta, con mozzarella e prosciutto, con salame, con bufala, pomodoro e basilico. con quello che vogliamo noi. una piada spezzata, un pezzetto a te, un pezzetto a me. ancora un pezzetto a te, uno a lui. che nessuno si resti senza pane.

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bianco rosso e verdicchio

per ubriacarsi a 150 anni. proprio oggi, oggi che voglio dire”grazie al cielo l’italia è una” una sola. da nord a sud. e posso bere un rosso piemontese e un bianco romagnolo e un verdicchio marchigiano, posso recitare una poesia veneta, cantare una canzone ligure, respirare l’odore della romagna, allungare il passo fino in toscana e sentirmi nell’animo siciliana,  nutrirmi di mozzarella campana, taralli pugliesi  e zafferano aquilano. la forza dello stare uniti è l’unica speranza che possiamo coltivare. uniti per combattere l’ignoranza di chi pensa solo al proprio interesse, uniti contro chi pensa che lo straniero sia quello che ti sta vicino, uniti per sostenerci quando le cose, lo sappiamo, non andranno come vogliamo.

io sono italiana e mi unisco idealmente a chi nel mondo riconosce la nostra arte, il nostro impegno, il nostro essere unici nell’insieme che vive sotto un unico cielo.

brindo con un bicchiere di rosso, con un bicchiere di bianco e se il verdicchio non è abbastanza verde lo sono io verde. spesso dalla rabbia.  ma molto più spesso come stile di vita.

il mio giorno straordinario di festa lo nutro di piadina, romagnola per eccellenza, nella variante meno sottile meno riminese e più di casa.

500 gr di farina O – 100 gr di strutto buono – 180 cc di acqua tiepida e una bustina di lievito per torte salate – un cucchiaino di miele – un cucchiaino di sale fino

impastare tutto e lasciare riposare in frigorifero almeno un’ora. tirare col mattarello o spianare a mano e cuocere sul testo. in alternativa in una padella per crepes o padella antiaderente.

farcire con bianca mozzarella, rosso prosciutto e verde insalata, rucola o spinacini.

è un piatto unico, come l’italia e questo è il mio contributo alla bella iniziativa di francescav che non vive in italia ma vive ogni giorno l’italia molto più di noi.

ps

non mi piace quasi niente di quello che l’italia ha fatto negli ultimi vent’anni. l’italia intesa come classe governativa, naturalmente. credo che effettivamente la lega meriti di vivere in un altro stato: uno stato di infermità mentale.

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di santi e tradizioni

tornavo da scuola il il 9 febbraio con l’urgenza di arrivare. la corriera mi sembrava dispettosa a fermarsi a ogni cartello. ascensione, la pioppa, cà di lugo, o il giro inverso passando da bizzuno. la bassa romagnola è segnata da località che, prima di essere cartelli,  sono segni. che la pioppa tal si chiama perchè c’era un pioppo, enorme, (e la rotonda lo ha abbattuto e il paesaggio è cambiato) e chi abitava alla pioppa non aveva la mia urgenza di arrivare e scendeva lento i gradini. perchè il 9 febbraio è sant’apollonia e a sanlorenzo si festeggiava alla grande la patrona. cappelletti o passatelli in brodo, cotechino con purè, o arrosto di coniglio con le patate fritte e poi sabadoni. i sabadoni che in altri centri si gustano in date diverse e  che solo qui nella bassa hanno l’insolito ripieno. cuciaroli e fagioli. i sabadoni della mia infanzia arrivavano in dono, che le signore del paese ne omaggiavano le amiche e la parrucchiera era fra queste. su tutti ricordo quelli della pierina. che non li ha mai fatti mancare sulla nostra tavola.

e la tavola era apparecchiata come nei giorni di festa, col servizio buono e la zia “signorina” restava con noi una settimana e si giocava a carte tutte le sere e si facevano i sabadoni da bagnare nella saba, da piatti ricolmi di sugo si prelevavano e si raccoglievano le goccioline con la lingua prima di morderli e poi…esplodeva nella bocca quella sensazione strana di zucchero e aspro, poi solo la dolcezza della castagna, poi ancora il sapore che pungeva le papille e ti faceva venire voglia immediata di mangiarne un altro.

una pasta matta bagnatissima di saba, docile al morso e ricca di sugo e di ripieno. l’ho chiamata anno scorso, tornata da massalombarda e mi sono fatta dare la ricetta, al telefono, col modo sbrigativo di chi una ricetta la fa a memoria. la pierina mi dice: “lessi le castagne secche, ci metti i fagioli,  la marmellata che hai in casa, un pochino di cioccolata, la saba. poi li cuoci e li bagni quando sono cotti. ce l’hai ancora la mia marmellata di cocomero? io ci metto quella” no, la marmellata di cocomero è finita da una decina d’anni, ma ci voglio provare, in onore di sant’apollonia e del paese mio. ma sopratutto ci provo per me.

per la serie che non è ancora finita,  le ricette di casa mia, ecco allora la mia prova sabadoni.

per la sfoglia di pasta:

  • 150 grammi di farina
  • un uovo
  • un cucchiaio di zucchero
  • mezzo guscio di acqua

per il ripieno:

  • 2 etti di castagne secche (cuciaroli)
  • un etto di fagioli cannellini (in barattolo)
  • tre cucchiai di saba densa (il fondo di una bottiglia)
  • tre cucchiai di marmellata (pere, prugne, zenzero e mela la mia)
  • un cucchiaio di cioccolato (in crema della venchi)
  • la buccia grattuggiata di un limone e di un’arancia

la sera prima ho messo le castagne  secche a mollo nel latte. coperte bene. il giorno dopo ho messo sul fuoco e fatto lessare aggiungendo acqua se si asciugava. (due ore abbondanti)

poi ho preparato la sfoglia e l’ho messa a riposare sotto una tazza. nel frattempo ho passato i fagioli al setaccio, un lavoraccio orrendo e faticoso, passaverdure dove sei? ma mi sembrava importante eliminare la buccia e non ho usato il frullatore. poi ho frullato castagne, mescolato a tutti gli altri ingredienti e lasciato riposare fino a sera. quando la bioraria me lo ha concesso ho acceso il forno a 200 e tirato la sfoglia, confezionato i sabadoni (posso fare di meglio) messi su una placca del forno con carta e infornato per 20′, appena tolti li ho bagnati con abbondante saba e serviti alle pazienti  cavie in sala.

le mie note. il ripieno buonissimo, anche a cucchiaiate una dopo l’altra. la sfoglia ha risentito della mancanza di grassi. troppo secca e croccantina ma, come mi suggerisce chiara…potrei farne un vanto, visto che i cuochi gourmet richiedono il contrasto al morso. la pasta troppo secca ha precluso l’inzupamento. anche stamani, dopo un intera nottata a mollo sono ancora due cose separate, più da pucciare che pucciati.

oggi ci riprovo, con una sfoglia più ricca. la ricetta dei sabadoni con ripieno per i poveri e per i ricchi l’ho trovata anche nel libro di ricette di Giovanni Manzoni,  Così si mangiava in Romagna. Cucinario di una vecchia famiglia nobiliare, che suggerisce due diversi modi di cottura, lessati nell’acqua o cotti alla brace. (e la cottura in acqua piovana è la prova che i tempi sono cambiati)

comunque…finchè ci saranno santi da celebrare …li celebrerò!

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basta che funzioni

 

da guardare prima e dopo i fasti.

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il latte brulè della mamma, una prova

i tutti i sensi una prova. che soffro di ansia di prestazione con le ricette di mamma, con le cose che mi hanno accompagnata una vita e che non ci sono più. e voglio replicare la meraviglia e la bontà, che sono nei ricordi prima che sulla tavola e con i cappelletti ci sono riuscita una natale fa, ma il latte brulè non ce la potevo fare. e ho rimandato e rimandato e sperato che qualcuno ci provasse per me. e poi lo sparso ha detto basta. compriamo il latte. basta. proviamo a farlo.

Due litri di latte crudo

Una stecca di vaniglia

11 tuorli e un uovo intero

12 cucchiai di zucchero

170 grammi di zucchero per lo stampo

un colino

una stecca graduata

una pentola per far bollire il latte

uno stampo da latte brulè

ho versato un litro di latte nel pentolone, lo sparso prima di spargersi ha preso uno spiedino di legno, lo ha immerso nel latte e ha fatto una tacca (che non ho  la stecca graduata) poi ho versato l’altro litro di latte, inserito la stecca di vaniglia e  acceso il fornello. il latte deve bollire fino a calare della metà, quindi deve tornare alla tacca del litro. ci vuole più tempo di quello che si pensa. cresce e si deve soffiare, e fa la tela e si deve abbassare la fiamma e poi alzarla ceh sembra non bolla abbastanza. e poi controllare ma …un’ora quasi c’ha messo. e l’odore di vaniglia nella cucina che impregnava il cuore. e la stanza piena di vapori dolcilatte, e frasi che mi pareva di sentir lontane – el calé e lat? va a guardé – e il babbo obbediva burbero e sorridente che non ho mai capito come si possa essere burberi e sorridenti insieme.

prendere le misure

e guardando un film che mi è piaciuto percorro la distanza fra il camino e la cucina con lo stomaco in ansia. e spendo la fiamma per far freddare il latte. tolgo la stecca di cannella e la lavo. – mettila sulla carta ad asciugare che la possiamo usare altre due volte almeno – davvero mamma? metto la stecca sulla carta, ma la lavo un pochino che la tela del latte mi inquieta. e mi risiedo e aspetto che arrivi il momento giusto. è sicuramente freddo sono le 11 passate. di una sera di quasi natale. con le cose da fare e quelle da non voler fare. prendo lo stampo e ci metto 100 grammi di zucchero e sulla fiamma lo faccio sciolgliere e giro e prillo e mi sembra pronto e giro ancora

gira e prilla

e poi comincio a rompere le uova e i tuorli uno dopo l’altro nel bicchiere del ka, e l’ultimo intero e 12 cucchiai di zucchero e monto con le fruste. poi passo il latte al colino sopra i tuorli sbattuti e diventa una crema profumata e gialla. e la verso nello stampo, cazzo è troppa, ma come? stampo da un litro, due litri diventato uno, come faccio adesso? ho montato troppo le uova, hanno incorporato troppa aria, mamma lo faceva a mano. ecco lo sapevo. lo sparso è sparito. sono sola con i miei ricordi e la mia prova. e allora arrivo al limite dello stampo e metto il rimanente in frigorifero. e metto lo stampo a bagnomaria dentro il forno a 180° scoperto. e mi sembra che non si cuocia mai e dopo oltre un’ora e mezza la prova stecchino mi dice che è presto. alzo il forno a 200° e mi attacco al vetro a controllare che l’acqua non deve bollire. mamma lo metteva sul fornello dentro una pentola, perchè ho voluto fare come la vicina e l’ho messo solo nel forno?? aspetto ancora, sono le due passate. non ho sonno. ho l’ansia. ma non avevo già abbastanza cose da sistemare? che per stare chiusi per natale il mondo si deve organizzare? adesso la prova stecchino mi dice che potrebbe essere cotto. spengo il forno, lascio dentro e vado a letto. ci penserò domani mattina a guardare il risultato e farò la prova assaggio domani sera e se sarà venuto bene per natale lo rifarò e migliorerò. va tutto bene.

quasi bene infatti. l’ho servito troppo tiepido che invece va freddo, deve riposare un paio di giorni, meglio tre. che assorbe il caramello. devo aggiungere più zucchero allo stampo che 100 gr son pochi e il caramello deve essere tanto. e una volta capovolto su un piatto capiente che accoglie anche il sughetto il latte brulè deve restare fermo e non budinoso, stile tettaflò, quindi si può cuocere ancora un po’.

ho seri problemi a fare centro

insomma con la parte rimasta ho provato a farne una mini versione con molto più caramello nello stampo, cotto sul fornello a bagno maria, terminato venti minuti nel forno scaldato alla massima potenza e il risultato era perfetto.

ora ho corretto le proporzioni. la prossima volto monto a mano i tuorli o comunque monto molto meno. la prossima volta metto + zucchero a caramellare (170 invece di 100) la prossima volta mi sentirò meno incerta. forse. e comunque la prossima volta farò fare le foto allo sparso, che a sto giro oltre alla tacca e alla bocca non ha messo.

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carbonara marinara

mangiato bene ieri sera? mà,  ho preso un primo che spacca! una carbonara col pesce. una carbonara col pesce? io non ho neanche mai fatto una carbonara! marco mi guarda come si guarderebbe un alieno, credo. non hai mai fatto una carbonara? domani carbonara allora, cucino io. l’amico dello sparso, quello che annualmente passa qualche giorno con noi al mare, è una bellezza! sempre a posto, sempre allegro, pronto a raccontare, ad ascoltare, a mangiare quello che gli metto nel piatto e adesso anche a cucinare per me. a cucinare per me! poi mitch ci prova e dice e se ci mettiamo le vongole e se due gamberetti e poi c’era pesce pesce…ok. io preparo vongole e gamberi. marco prepara la carbonara. mitch prepara la tavola. è un giorno di fine agosto e sono contenta di avere la compagnia dei ragazzi. ragazzi che mi sopportano, con la mia frutta tagliata, con i miei tentativi di “frutta, verdura, movimento, fumo no, fate i bravi” ma quanto sono noiosa, ragazzi che sono una parte della mia estate.

la carbonara marinara nasce così, cercando di riprodurre un piatto del canasta mare, che era fino a 10 anni fa, gestione roberto, monica, ivan, il mio ristorante del cuore.

per tre persone: tre etti di spaghetti, 500 gr di vongole, 300 gr di gamberi, uno spicchio di aglio, due tuorli e un uovo intero, parmigiano grattugiato.

intanto che gli spaghetti cuocevano abbiamo aperto le vongole in una padella con poco olio e aglio. sgusciate una a una, rimesse sulla fiamma per pochissimo con i gamberi privati di guscio e filo nero, tagliati a pezzetti. le uova sbattute con sale e parmigiano. scolate la pasta al dente e tuffata in padella con le vongole e i gamberi, toltae dal fuoco l’ho passata a marco che l’ha adagiata nella pirofila con le uova. servita e gustata sul terrazzo, un piatto che è stata una scoperta.

per un motivo (nella mia casa di ragazza si faceva solo pasta fatta al matterello o il riso) o per l’altro (a pà non piacciono le uova che si riconoscono tali) non avevo mai fatto e mai mangiato una carbonara. e la mia prima è stata marinara. son strana eh? grazie marco.

(che mi dice: un tuorlo per ogni commensale più un albume e la prossima volta ti faccio la classica) adesso mi sento più completa.

e grazie anche alla mamma di marco che i figli non nascono già imparati e carbonari.

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pesche sciropparte

portava a casa le casse in agosto, il babbo. due, tre, quattro a seconda della generosità dei contadini e del successo della stagione, che per un “sensale” la frutta è quella che ti offrono a ringraziamento. ci si metteva tutti “di dietro” nei “bassocomodi” le seggioline, il bidone dell’acqua per sciacquare i coltelli, i vasi a scolare dalla bollitura, gli stracci pronti per il paiolo. ci si metteva con la zia “ziona” con la sigaretta in bocca, con il babbo che usava le troppo mature per fare i sughini e con i vicini che arrivavano con i “cuarcì” i tappini che finivano prima delle bottigline di cocacola e di aranciatasanpellegrino. era la festa di piena estate, il prurito causato dal pelo delle pesche restava inascoltato, che c’era da tagliare e da non tagliarsi, da ridere, da mangiare e da fare. fino a notte inoltrata che si badava al paiolo che doveva bollire poco. ma il giusto.

occorrono sode, compatte, appena colte dalla pianta. varietà percocca. buccia gialla col pelo. pelarla è un incubo. tagliarla a fettine è un lavoro sporco. non si stacca dal nocciolo e le dita sono in pericolo. ma è l’unica pesca che merita la conservazione per le stagioni invernali. resta soda, saporita e buonissima. i vasi bormioli passati al lavaggio in lavastoviglie sono ancora caldi, sulla fiamma il pentolone di antica memoria, con lo straccio sul fondo prende bollore. ogni vaso riempito ben bene, a metà 6 cucchiai di zucchero semolato, due o tre alla fine. metto il tappo, stringo. avvolgo nello straccio, infilo nel pentone e passo al vaso successivo. far bollire circa 20 minuti. lasciare a raffreddare nell’acqua. 11 vasi con una cassa. chieste a “natale” che gentilissimo me le ha raccolte subito ma, boia, le ho preparate quando potevo ed eran già troppo mature. pazienza, le mangerò meno sode. buone lo stesso. sperando in un nuovo raccolto acerbo.

mamma ci sono riuscita. sono quasi come le tue. solo troppo sguignole. ma ce la posso fare.

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superare lo scoglio

sembra un’impresa difficile o almeno impegnativa. invece è solo questione di prenderci la mano. come spesso capita l’idea di qualcosa da fare è più grande e piena di tratti spigolosi del farla subito. in pratica è più facile farlo che dirlo. davvero spesso mi accorgo che sarebbe più semplice affrontare immediatamente le situazioni, prima che mi spaventino, …ma sempre, o comunque molto spesso, agisco in modo inverso. sono ancora alle prese con il caos per niente calmo del mio garage. la sistuazione sta assumendo proporzioni catastrofiche. mi conosco. vedo casino e ne aggiungo di mio. fino ad arrivare a non sopportare di entrare. devo mettere un freno a me stessa. e farmi aiutare da uno bravo.

lo scoglio in tavola:

mezzo chilo di vongole poveracce (lasciate a bagno in poca acqua e sale grosso per spurgarle dalla sabbia)

tre etti di cozze

tre etti di gamberi

un cucchiaio di concentrato di pomodoro, aglio, prezzemolo

subito dopo colazione schiaccio l’aglio in una padella di rame con poco olio evo, lo lascio soffriggere con poco sale e ci tuffo le vongole ad  aprire. nel mentre (si dice? si scrive?) faccio aprire le cozze sciacquate, dopo aver tolto il bisso, in una pentola a parte. pulisco i gamberi, tolgo il filo nero sul dorso li sciacquo. poi unisco cozze e la loro acqua nella padella delle vongole, un cucchiaio di concentrato e i gamberi nudi. copro con il coperchio e spengo la fiamma. i gamberi si cuoceranno con il vapore e il liquido rimarrà abbondante, perfetto per “tirare” i tonnarelli in padella. a pranzo metto la pentola dell’acqua sul fuoco, quando bolle salo e poi ci tuffo i tonnarelli freschi (li ho presi in offerta alla conad sono de Il pastaio) quando salgono in superficie li scolo e li trasferisco nella padella con il sugo di pesce. alzo la fiamma al massimo, copro per un paio di minuti, il tempo di tritare prezzemolo fresco. faccio saltare (!) un paio di volte e impiatto che ho fretta di mangiare.

anche questo sembrava un piatto difficile da affrontare e invece è più semplice farlo che dirlo. certo bisogna pulire i gamberi, ma ci si mette lo stesso tempo che occorre a tritare una cipolla. e il risulatato è un piatto da mangiare senza respirare. preparo qualsiasi pasta allo scoglio per chi mi elimina casino in garage.

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piada, piadina

e la fame si avvicina…perchè non c’è profumo migliore di quello dello strutto che si scalda sul testo e cuoce e fa le bolle bruciate e che ti stuzzica anche se pensavi di non aver fame. è la specialità tipica romagnola, il cibo da esportazione per eccellenza, da strada, da spiaggia, da merenda, da pranzo, da antipasto, da primo, secondo, contorno e dolce. e naturalmente..ne esiste una ricetta per ogni città che si affaccia sulla via emilia. inizia faenza con la sua piadona grossa, da groppo in gola, ricca di lievito, bicarbonato, spesso uova e non è quella che piace a me. si arriva a forlì castrocaro, è ancora grossa ma meno, con un filo di miele e il lievito sempre, anche il latte non ci sta male e ci sta spesso ma, non è quella che preparo io. poi a cesena lo spessore diminuisce e in alcuni chioschi possiamo trovare la migliore piadina della specie romagnola. profumata, soffice, quasi sfogliata. è quella perfetta con la salsiccia, abbastanza consistente da accogliere il sugo che si forma stringendo il boccone fra le mani, per il morso di assaggio. spesso viene servita in un cono di carta chiuso in fondo, il miglior sistema per non macchiare la gonna, il pantalone, la camicia. proseguendo il viaggio ecco la piada arciunesa, la piada di riccione è una sola. quella del mitico piadinaro di viale gramsci a riccione. romano di nome e mitico di cognome lui e le sue donne (bellissime) che tirano, stendono, cuociono come in un film di fellini, il profumo gira gli angoli e si spande per le strade, la fila inizia alla mezza e fino alle 2 è calca sul marciapiede per la sua piada. ne vale la pena. assolutamente. questa è la piada sottile come un’ostia, più o meno ricca di strutto, ma assolutamente prosciutto e mozzarella o squaquerone e rucola. chiedete a mio figlio qual’è la cosa per cui vale la pena vivere…

io ho due preferite. la “arciunesa” del piadinaro e la “cesenate” del chioschetto del mercato di lugo. che poi son zdaure di fusignano. tutto questo scrivere per arrivare alla prima ricetta: la mia piadina riccionese che non è la ricetta perfetta, ma è quella che lo sparso ha eletto, col padre, la preferitata.

me la tiro

500 gr di farina 0 – ora sto usando una 1 sorprendente questa che si vede sopra di un molino ad acqua (trovata a savignano sul rubicone)

100 gr di strutto buono

3 cucchiaini di sale (integrale fino di cervia)

150 grammi di acqua calda. (io uso quella del sindaco)

nella planetaria metto lo strutto e faccio girare per ammorbidire, aggiungo il sale, la farina e l’acqua a filo. a velocità non troppo alta faccio lavorare fino a ottenere un impasto morbido e liscio. metto in sacchetto di plastica e schiaffo in frigorifero. dopo un’ora è pronta. ma volendo si può usare anche un paio di giorni dopo. quando vien voglia di farsi una piada …tirar fuori l’impasto, fare una pallina di circa 100 gr e tirarla sooootttiiiileeee! mentre la tiravo il fotografo mi mangiava l’orecchio e non mi ha lasciato il tempo di curare l’aspetto geometrico. deve essere tonda. o quadrata (come a misano) ma non fantasma-gorica o a macchia…la mia è sghemba…e poi, attenzione, per cuocere questa piada vanno bene qualsiasi padella antiaderente (senza teflon meglio) con fondo spesso, da posizionare sulla fiamma più calda, messa al massimo. deve essere rovente perchè cuoce in un attimo e forma le classiche bolle bruciacchiate. (per la versione cesenate invece si usa il testo di terracotta, ha il lievito e ha bisogno di più tempo)

cuoce subito, appena gonfia, girarla...

appiattire le bolle e ruotarla

oggi l’abbiamo fatta con crudo e fontina. il commento del fotografo è stato c…o se è buona, ma aveva molta fame. io continuo a desiderare quella di riccione che fa tanto bene al cuore. però questa è la mia versione che gli somiglia di più.

piadinaro dal cellulare

prosciutto e mozzarella dal cellulare

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gnocchi, patate e belle topolone

ovvero com’è che un ragazzo e una ragazza belli e buoni si dicono gnocco e gnocca? e perchè la patata ha un senso spesso diverso da quella che si sbuccia, si cuoce e si consuma? e per puntare sulla bontà stratosferica del gorgonzola era necessario ricorrere alla bella topolona? alla prima domanda mi rispondo da sola. gnocco è buono che più buono non si può. è perfetto da consumare anche nella sua imbarazzante semplicità e si scioglie in bocca. è uno di quei primi piatti che non potrei cucinare solo per la parte difficile della mia famiglia. se faccio gnocchi, io, sono la prima a divorarli. già appena salgono in superficie, con la scusa di testarne la cottura. ma quando mai (e mi brucio la lingua. costante che ritorna) poi discuto con me stessa per il condimento che al pesto, al ragù, al pomodoro e basilico, gratinati in forno, burro e salvia. fortuna vuole che un pezzettone di gorgonzola dop abbia preso residenza temporanea nel lato basso del frigorifero che lo so che il gorgonzola non vorrebbe ma altrove si sente …e allora la ricetta di oggi e di domani e di tutti i giorni che mi porteranno a finire i 3 chili di gnocchi che ho preparato è questa: un bel pezzettone di gorgonzola dop da sciogliere in due cucchiai di latte crudo su fuoco dolce nel quale tuffare i gallegianti man mano che salgono. non metto neanche il parmigiano che non voglio contaminazioni. mi siedo  a tavola, me ne frego delle foto perfette e lo sparso se la prende. mangio. godo. grazie marco.

gnocchi di patate? tutte le patate vecchie che stavano germogliando bollite in acqua con la buccia, appena tolte schiacciate col passapatate buccia compresa, che non passa, potete credermi e non vi scottate le mani. sul tagliere fare la montagnina di patate passate. un montagnina uguale di farina 00 e impastare. è un lavoro che sporca le mani lo so. ma bisogna farlo a mano, perchè solo a mano ci si rende conto se serve ancora farina. quando il composto non si appiccica più alle mani significa che si può trasformare in cordoncini, da tagliare a tocchettini, da passare sui rebbi della forchetta. congelare quelli che non si cuociono su vassoi di cartone cosparsi di farina e ben distanziati tra loro. solo una volta congelati mettere nei sacchetti o nei contenitori “tapper” come io. li tuffo congelati nell’acqua bollente e salata e non li mescolo. vengono perfetti. occorre la patata buona. e questo mi fa tornare alla domanda iniziale. ma patata perchè? e i topi non preferiscono i groviera?

ps: caro il mio ragazzo sparso. questo che scrivo è per te. ci sono tutte le istruzioni semplici per cucinare. se ti chiedo di farlo per una settimana, perchè sono stufa degli orari assurdi e dei ritardi e delle scuse e dei ventenni e dei cinquantenni e del casino in cucina…ti basterebbe leggere qui. lo sai. lo fai. c’è scritto dove trovare le cose per cucinare. e non mi aspettare e non mi chiamare! voglio arrivare a casa e trovare pronto. in tavola. e sedermi e mangiare e poi parlare del perchè le ragazze son complicate e fanno il muso e poi ti sorridono e poi non ti parlano e poi ti sequestrano e poi ti prendono e ti lasciano e ti riprendono. tu impara a cucinare ragazzo. e impara a farlo per chi ami, che è un dono grande. è la parte fondamentale. ma fallo bene. in autonomia. senza telefonare alla mamma. (che comincerebbe a urlarti nelle orecchie lo sai)

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