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andata e ritorno

ricomincerò a cucinare, lo so. mi serve tempo che troverò. voglio comunque lasciare briciole a chi si metterà in viaggio verso l’abruzzo e ritorno, citando cucine che a mio parere meritano m o l t o.

è andata. appena scesa dal treno il primo boccone mangiato è stato qui. sabrina ha capito al volo cosa mi piace e “profumo di sole” è stato una immersione in una realtà parallela.  pescara o capitale europea? profumodisole vegetable bar, un locale dal respiro grande, ottima la scelta dei centrifugati, piacevole il locale, la zuppa e il dolcetto carota e mandorle. merita la sosta pranzo.

discorso simile, ma respiro diverso, per il locale che vede in cucina stefano baldassarre, sapori d’arte, pagina fb. basti sapere che il pane alla cipolla da solo merita una sosta. io vieterei il pane a tavola, me lo inserisca direttamente in borsa grazie, lo tengo per la merenda. dicevo di stefano. faccia simpatica, parla con passione dei piatti che prepara, orgolioso di servirli direttamente a tavola. (e capita che il servizio sia familiare veramente e impacciato e visibilmetne “faccioaltronellavita)  le zuppe, servite nel coccio mi sono piaciute assai, non ho assaggiato la bavarese …l’ho abbandonata un attimo ed era già sparita.

e poi il gelato. un gelato scoperto giovedì, in piazza salotto, credo. l’altro gelato si chiama. volevo un caffè, sono entrata e ho visto le carapine, ho pensato che dovevo provarlo il gelato dentro la carapina, ho letto i gusti, pistacchio di bronte (ma quanti diavoli di pistacchi riesce a produrre bronte?) cioccolato di non mi ricordo quale cru, caffè, crema, pochi gusti, bella immagine. un cono piccolo cioccolato e pistacchio, mi resta la voglia di caffè e lo dico a voce alta. ne mette un assaggio in crema il signore con la paletta in mano. adoro gli uomini con la paletta in mano. non mi chiede se voglio il sale sul pistacchio, come ha fatto con il cliente di prima, forse non mi reputa abbastanza sperimentatrice, o forse i due vetrini chiesti al banco lo distraggono. esco con il cono nel sole del pomeriggio che sta finendo, con un gelato che mi piace davvero. non troppo dolce, cioccolato che sa di cioccolato buono, pistacchio come si deve. mantecatura ottima. 2 euro spesi bene, non come quando pensi “cacchio ho anche speso due euro per una ciofeca che fa pure ingrassare” e adesso è ora di prendere il treno, di tornare a casa.  di riabbracciare pà, che la lontananza ci rende nervosi. e gelosi. sopratutto geloso. e questa è una novità.

e il ritorno è giocato fuori casa. finalmente ha aperto ‘o fiore mio la pizzeria napoletana che aspettavo. da un impasto nato da una madre di mela dell’abbondanza, pera angelica e sorbe con farine di mulino marino e prodotti del territorio (napoletano se non locale) ecco la pizza col cornicione, a lunga lievitazione, fatta da beniamino bilali e davide fiorentini, che, sulla guida gambero rosso con la sua pasticceria vanta tre tazzine e due chicchi, crede nelle cose ben fatte e nella qualità. è una scommessa la sua, un volo alto, spero che la città sia altrettanto pronta a riconoscere la differenza. io sono andata e pur non potendo scegliere il menu degustazione, che a pà piace mangiare e non degustare, ho apprezzato la margherita, con fiordilatte messo a freddo. due pizze della tradizione, due moretti e una fetta di saint honorè 34 euro. il locale a me è piaciuto moltissimo. ma quella che ho apprezzato sopra ogni cosa è la filosofia del buono e del meglio. che se tutti fossimo buoni e facessimo meglio…

quindi pranzo e ceno fuori casa più spesso di quanto vorrei. mi manca la familiarità dei gesti, mi manca la cucina quotidiana. però ho nuovi colori e nuovi sapori. quindi mi reputo più ricca. ah, ho scoperto che beniamino bilali è socio di matteo aloe questo matteo e il loro ristorante berberè sarà una delle mie prossime tappe.

ps a faenza il 18 19 20 novembre ci sarà enologica.  un calice e un giro, ci andiamo?

pps: le tovagliette di ‘o fiore sono di monicazani piacc!

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un campione. omaggio

alle 19 appuntamento con il campione. l’aereo è in ritardo e alle 20 arriva un ragazzo. lungo, dal sorriso grande. entrano i capelli per primi. poi il sorriso. le mani a stringersi, uno studiarsi reciproco. scendiamo in sala, salgo sul trespolo che mi manca mezzo metro e poi  il cliente detta le regole e il ragazzo esegue, ascoltando e seguendo quello che dico, che suggerisco. ridiamo, finisce in un lampo il lavoro. contenti, soddisfatti, dì è andata bene vero?

benissimo. ciao alla prossima! mamma la foto? ops non ci ho pensato! a questo incontro ne sono seguiti altri e sempre mi scordavo la foto o l’autografo, perchè doveva arrivare il campione, ma arrivava sempre un ragazzo simpatico, che sorrideva con gli occhi e con un modo di parlare che era facile pensare  di avere davanti un amico di tuo figlio. e difficilmente chiedi foto e autografo all’amico di tuo figlio.

guardi le corse la domenica, come hai sempre fatto, seguendo il campione e pensando al ragazzo. facendo il tifo e scossando la testa. perchè c’è sempre qualcosa da rivedere e riprogrammare. fino a domenica scorsa. domenica scorsa italia1 criptata e il digitale non va.sono per le scale a scendere e l’occhio destro che balla, (oc stanc cor franc, oc dret cor fret)* lo sparso è a milano, gli è successo qualcosa? chiamo non risponde,  accendo il computer e le immagini che vedo sono irreali. seguo le notizie con lo stomaco chiuso.ri telefono allo sparso e piango, sveglio pà e stiamo a guardare abbracciati, increduli, sconcertati, l’incidente più assurdo del motogp.

da una settimana non passa giorno che non mi si stringa la stomaco al ricordo.  un ragazzo che sembrava il mio, con le parole, la simpatia, i gesti che ti entravano nel cuore subito. con la gentilezza nei modi e un profondo rispetto per il lavoro di tutti. un ragazzo tirato su bene, un ragazzo normale in un mondo di campioni.

a luglio la promessa fatta a due bimbe, l’autografo di sic. e allora devo ricordarlo. e allora anche una foto. e una ragazza bellina che lo accompagna, potrebbe essere tua figlia anche lei, infradito e sorrisi. uno scatto mosso e la risata, dai va là fanne un’altra!

è stato un onore lavorare con te, campione. alla tua famiglia il mio omaggio. a te, ti penso ancora ogni giorno. diobò.

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siamo nelle pesche

a sò in tal pésgh. am sò trova in tal pésgh, i ma mès in tal pésgh. lo diceva la mamma con aria contrita e uno sguardo preoccupato, quando la situazione per lei si faceva difficile. mi è ritornato in mente prepotente questa frase quando con la bicicletta mi sono trovata a dover evitare una pesca, gettata con il morso di fresco, a concimare una ciclabile preda di erbacce e pesche appunto.

sono nelle pesche, mi sono trovata nelle pesche, mi hanno messa nelle pesche. risalire al significato potrebbe essere facile. il periodo della raccolta pesche arrivava tutto in una volta e ci si doveva dar da fare a coglierle. per non trovarsi con pesche troppo mature, brodolose, col pelo per giunta.

giravo con babbo e con uno strano aggeggio, il calibro,  che serviva a misurare la circonferenza delle pesche,  perchè il magazzino della frutta dettava precise regole di raccolta, mai sotto la tal misura, di seconda quelle che misurano x, di prima quelle xy. e il compito del mediatore er a quello di controllare che il contadino non “furbeggiasse”. per me era una festa. sulla 131 del babbo, con il plaid sui sedili posteriori (se no “us inciosa la machina”) si partiva la mattina e si andava a “cà di cuntadein”. accolti nei campi, a volte con qualcosa da battibeccare,  più spesso col sorriso, tornavamo a casa pieni dei doni che ci facevano, pesche, meloni, cocomeri e tutto quello che la terra produceva. adoravo le pesche bianche, pelose e zuccherine, varietà antica che oggi si trova raramente. con le mode fruttarole e gli innesti dei vivai ecco arrivare le nettarine; nei primi anni un boom assoluto, anche di varietà facili da coltivare, ma totalmente insapori. oggi, finalmente, inversione di tendenza e ritorno al buono. sono tornate le pelose, le tabaccaie o saturnine, ci sono anche le bianche col pelo. buonissime, le nettarine di romagna igp

ancora oggi io vivo la campagna con gli occhi del babbo. con la tribolazione se si sente un tuono e si pensa alla grandine, con il dispiacere di sentire che ai contadini la frutta viene pagata niente,  la protesta di coldiretti che regala ai poveri per non cedere al mercato mi ha toccato, profondamente. quanto prende un contadino per un kg di pesche? circa 19 centesimi. costa di più farle raccogliere. a quanto le troviamo noi sui banchi dei super? serve commentare?

adesso siamo nelle pesche. e io me le godo così:

insalata di pesche e formaggio: preferisco le bianche con un formaggio tre latti (capra, pecora, mucca a pasta morbida), taglio a tocchetti e aggiungo pochissimo sale dolce di cervia e un filo di olio brisighello. basilico o mentuccia a chi piace.

mangia e bevi di pesche e yogurt gelato: con quelle che ho in casa, anche le troppo mature, una generosa pallina di yogurt gelato e un sbriciolata di amaretti. o lingue di gatto.

ps: vorrei provare il sorbetto alla pesca. ma son troooopppo abitudinaria!

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gelo di primavera

in arrivo dalle regioni polari. allerta meteo. guardo fuori e mi preparo a poltrire. mai sofferto tanto il freddo. poi mi alzo e c’è il sole ma effettivamente tira vento. volevo andare in bici dal dentista. ma troppo freddo e troppo vento e la fatica e prendo la macchina. poi anche il giorno dopo sole ma…hanno detto che il vento gelido spazzerà la parte orientale e allora mercato in macchina. e invece il sole scalda. certo c’è escursione termica ma la notte sto sotto il piumone, di giorno posso godermi il sole. e allora mi decido ad affrontare la mattina di corsetta leggera. e penso che mi sono negata almeno tre mattine di benessere per colpa di qualcosa che doveva arrivare e invece no. o non così tanto. e ripenso alla ragazzina che dormiva nella sua stanza diventata singola. dormiva di quel sonno fatto di occhi chiusi e di orecchie aperte, di luce spenta per non farsi vedere a leggere da mamma e babbo, che la guardano dormire e si bisbigliano soddisfatti: “questa viene su bene, non ci farà preoccupare come l’altra”

la bambina ascolta e dentro scoppia di felicità per quel complimento rubato. in quel momento mi sono coperta col lenzuolo della brava ragazza e non l’ho tolto più. per non far torto a mamma e babbo. il condizionamento non mi è mai piaciuto. ma si sono cresciuta come con un fratello che ti parla dentro.

hanno detto che pioverà domenica. ma io domenica ho intenzione di andare a quel paese.

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di santi e tradizioni

tornavo da scuola il il 9 febbraio con l’urgenza di arrivare. la corriera mi sembrava dispettosa a fermarsi a ogni cartello. ascensione, la pioppa, cà di lugo, o il giro inverso passando da bizzuno. la bassa romagnola è segnata da località che, prima di essere cartelli,  sono segni. che la pioppa tal si chiama perchè c’era un pioppo, enorme, (e la rotonda lo ha abbattuto e il paesaggio è cambiato) e chi abitava alla pioppa non aveva la mia urgenza di arrivare e scendeva lento i gradini. perchè il 9 febbraio è sant’apollonia e a sanlorenzo si festeggiava alla grande la patrona. cappelletti o passatelli in brodo, cotechino con purè, o arrosto di coniglio con le patate fritte e poi sabadoni. i sabadoni che in altri centri si gustano in date diverse e  che solo qui nella bassa hanno l’insolito ripieno. cuciaroli e fagioli. i sabadoni della mia infanzia arrivavano in dono, che le signore del paese ne omaggiavano le amiche e la parrucchiera era fra queste. su tutti ricordo quelli della pierina. che non li ha mai fatti mancare sulla nostra tavola.

e la tavola era apparecchiata come nei giorni di festa, col servizio buono e la zia “signorina” restava con noi una settimana e si giocava a carte tutte le sere e si facevano i sabadoni da bagnare nella saba, da piatti ricolmi di sugo si prelevavano e si raccoglievano le goccioline con la lingua prima di morderli e poi…esplodeva nella bocca quella sensazione strana di zucchero e aspro, poi solo la dolcezza della castagna, poi ancora il sapore che pungeva le papille e ti faceva venire voglia immediata di mangiarne un altro.

una pasta matta bagnatissima di saba, docile al morso e ricca di sugo e di ripieno. l’ho chiamata anno scorso, tornata da massalombarda e mi sono fatta dare la ricetta, al telefono, col modo sbrigativo di chi una ricetta la fa a memoria. la pierina mi dice: “lessi le castagne secche, ci metti i fagioli,  la marmellata che hai in casa, un pochino di cioccolata, la saba. poi li cuoci e li bagni quando sono cotti. ce l’hai ancora la mia marmellata di cocomero? io ci metto quella” no, la marmellata di cocomero è finita da una decina d’anni, ma ci voglio provare, in onore di sant’apollonia e del paese mio. ma sopratutto ci provo per me.

per la serie che non è ancora finita,  le ricette di casa mia, ecco allora la mia prova sabadoni.

per la sfoglia di pasta:

  • 150 grammi di farina
  • un uovo
  • un cucchiaio di zucchero
  • mezzo guscio di acqua

per il ripieno:

  • 2 etti di castagne secche (cuciaroli)
  • un etto di fagioli cannellini (in barattolo)
  • tre cucchiai di saba densa (il fondo di una bottiglia)
  • tre cucchiai di marmellata (pere, prugne, zenzero e mela la mia)
  • un cucchiaio di cioccolato (in crema della venchi)
  • la buccia grattuggiata di un limone e di un’arancia

la sera prima ho messo le castagne  secche a mollo nel latte. coperte bene. il giorno dopo ho messo sul fuoco e fatto lessare aggiungendo acqua se si asciugava. (due ore abbondanti)

poi ho preparato la sfoglia e l’ho messa a riposare sotto una tazza. nel frattempo ho passato i fagioli al setaccio, un lavoraccio orrendo e faticoso, passaverdure dove sei? ma mi sembrava importante eliminare la buccia e non ho usato il frullatore. poi ho frullato castagne, mescolato a tutti gli altri ingredienti e lasciato riposare fino a sera. quando la bioraria me lo ha concesso ho acceso il forno a 200 e tirato la sfoglia, confezionato i sabadoni (posso fare di meglio) messi su una placca del forno con carta e infornato per 20′, appena tolti li ho bagnati con abbondante saba e serviti alle pazienti  cavie in sala.

le mie note. il ripieno buonissimo, anche a cucchiaiate una dopo l’altra. la sfoglia ha risentito della mancanza di grassi. troppo secca e croccantina ma, come mi suggerisce chiara…potrei farne un vanto, visto che i cuochi gourmet richiedono il contrasto al morso. la pasta troppo secca ha precluso l’inzupamento. anche stamani, dopo un intera nottata a mollo sono ancora due cose separate, più da pucciare che pucciati.

oggi ci riprovo, con una sfoglia più ricca. la ricetta dei sabadoni con ripieno per i poveri e per i ricchi l’ho trovata anche nel libro di ricette di Giovanni Manzoni,  Così si mangiava in Romagna. Cucinario di una vecchia famiglia nobiliare, che suggerisce due diversi modi di cottura, lessati nell’acqua o cotti alla brace. (e la cottura in acqua piovana è la prova che i tempi sono cambiati)

comunque…finchè ci saranno santi da celebrare …li celebrerò!

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d-2 e la rabbia per le scale

e la neve? la neve promessa? cielo plumbeo e pioggia battente. inizio appena sveglia con 120 torsioni, tg la7, nervi, 100 addominali. fialetta di zinco. 3 tab di spirulina.  e come il giorno 1, due mug di acqua uno con limone. kiwi, 3 fette bisco integrali con marmellata di prugne. un caffè. pulisco la cucina, si alza lo sparso,  colazione?

e non mi devo stupire se poi lui dice che non se ne va all’estero perchè sta troppo bene qui. pronti? lascio la cucina in stato di abbandono e affrontiamo la pioggerellina che non diventa neve. dall’ufficio prendo la bici e posta. un’ora per ritirare una multa autovelox. lo sapevamo. lo sparso faceva i novanta, limite 70 e scopriamo che se si superano i limiti dalle 22 alle 7 del mattino la multa aumenta di un terzo. maddai? posso dire vaffanculo? anche senza rallentatore. 219 euro. stare calma mi fa bruciare almeno 200 calorie. la fila alla posta per pagare una bolletta pure. e avevo anche preso il numero sbagliato. torno in ufficio e cerco di concentrarmi. fino a quando non mi accorgo che sono le 13 e 30. pà non si è fatto vedere. le ore piccole notturne pesano sui 50enni. si pranza noi due. un piatto di tortelloni pasticciati con gli avanzi per mitch e un’anca di tacchino arrosto per me. anca meno bastava. con le puntarelle in pinzimonio. un’ anca di tacchino, iniziata con coltello e forchetta, presa a morsi vicino all’osso…è tanta. è tanta e riempie assai. termino il pasto con una mela cotta. dolce. pà mi sta seduto addosso, sulla sedia, mi respira sul collo e ogni volta che addento l’anca geme. effetto strano. vieni a vedere che bel lavorino ho fatto! cosa? vieni a vedere. hai caricato per l’isola ecologica la macchina! bravo! sono stato bravo vero? eh? bra vi ssi mo! (ho mai parlato del bisogno costante di applausi che hanno i tori?) sventolo il drappo rosso. gli parlo di copripiumoni da piegare. sbuffa, pronto ad attaccare. ma cede. gli lascio la parte facile…

in un attimo lo sparso è pà sono pronti per andare. una sola destinazione, una macchina sola. io però sto passando l’aspirapolvere sulle scale. loro aspettano impazienti. con le braccia conserte. in piedi. in cucina. sento la rabbia che sale mentre scendo le scale. sbatto l’aspirapolvere con decisione. mi attardo a passarla in cucina, inisisto. loro sono berrettati, giubbonati, guantati. io ho i calori dalla rabbia. la giornata prosegue con il mercato contadino senza cavoli che sono finiti tutti. ma quanto cavolo mangiano tutti? mi accontento della ricotta cremosa di scania settefonti. di un culo di cappuccio, di un pugno di spinaci. di un pezzetto di pecorino. e in ufficio a piedi solo pochi chilometri, dopo un’immersione nostalgica in foto dal passato, mi faccio passare i nervi “sfettolando” pecorino, accompagnando con una mela e un cracker integrale, la mia voglia di tornare indietro.

ps: l’ho detto che mi sono fermata a prendere tre bignè allo zabaione da fiorentini? uno per ciascuno dei tre deficienti che sono in ufficio me compresa? e che razza di dieta è la mia? la simildieta. uguale uguale al similpelle.

sono le 23e03 dovrei aver messo sottochiave la gola, invece sto mangiando una mela scotta. e mi brucio la lingua.

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a letto con il prete

arrivava con la paletta piena di braci roventi, il fazzoletto alla testa legato sotto il collo come a tenere la pelle cadente, il grembiule nero a fiorellini e il grembiale sopra, le calze di cotone pesante fermate da un elastico nero alla coscia. “spostati che ti metto il prete nel letto!” e adesso vai a dormire. dal suo metroequaranta ci comandava a bacchetta tutti, la nonna. era quello che io definisco un trattore. sempre in moto. fuori e dentro casa, con temperature che ricordo infinitamente più basse di adessso. per noi che si stava nella bassa romagna, vicino al fiume, le sere erano di nebbia e gli inverni lunghi. il camino era nei “bassocomodi” e le braci arrivavano in casa per essere messe nel prete, messo a scaldare le coperte. la ricordo come fosse ieri la sensazione della stanza gelida e del caldo a contatto con le lenzuola. poi le comodità sono aumentate. il prete è diventato elettrico e poi le coperte scaldanti hanno preso il suo posto e poi basta. ora le stanze devono essere raffreddate e non scaldate, ma ripensando alle mie passate epifanie, quando le calze erano calze nere, piene di mandarini e carbone vero, boeri e ceci, quando era la sera del mio compleanno (che però lo festeggiamo domani che è festa), quando ero bambina, la befana era la nonna e io la spiavo per vedere se alla mezzanotte la vedevo volare. poi tornavo sotto le coperte. tiepidine ormai, che il prete si era freddato.

trovato svuotando la cantina della fu casa delle suocera. ogni casa è famiglia. ogni prete è da letto? ma soprattutto perchè si chiamava prete? (una spiegazione non molto “etica” mi è venuta in mente ma…sarà…?)

 

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il latte brulè della mamma, una prova

i tutti i sensi una prova. che soffro di ansia di prestazione con le ricette di mamma, con le cose che mi hanno accompagnata una vita e che non ci sono più. e voglio replicare la meraviglia e la bontà, che sono nei ricordi prima che sulla tavola e con i cappelletti ci sono riuscita una natale fa, ma il latte brulè non ce la potevo fare. e ho rimandato e rimandato e sperato che qualcuno ci provasse per me. e poi lo sparso ha detto basta. compriamo il latte. basta. proviamo a farlo.

Due litri di latte crudo

Una stecca di vaniglia

11 tuorli e un uovo intero

12 cucchiai di zucchero

170 grammi di zucchero per lo stampo

un colino

una stecca graduata

una pentola per far bollire il latte

uno stampo da latte brulè

ho versato un litro di latte nel pentolone, lo sparso prima di spargersi ha preso uno spiedino di legno, lo ha immerso nel latte e ha fatto una tacca (che non ho  la stecca graduata) poi ho versato l’altro litro di latte, inserito la stecca di vaniglia e  acceso il fornello. il latte deve bollire fino a calare della metà, quindi deve tornare alla tacca del litro. ci vuole più tempo di quello che si pensa. cresce e si deve soffiare, e fa la tela e si deve abbassare la fiamma e poi alzarla ceh sembra non bolla abbastanza. e poi controllare ma …un’ora quasi c’ha messo. e l’odore di vaniglia nella cucina che impregnava il cuore. e la stanza piena di vapori dolcilatte, e frasi che mi pareva di sentir lontane – el calé e lat? va a guardé – e il babbo obbediva burbero e sorridente che non ho mai capito come si possa essere burberi e sorridenti insieme.

prendere le misure

e guardando un film che mi è piaciuto percorro la distanza fra il camino e la cucina con lo stomaco in ansia. e spendo la fiamma per far freddare il latte. tolgo la stecca di cannella e la lavo. – mettila sulla carta ad asciugare che la possiamo usare altre due volte almeno – davvero mamma? metto la stecca sulla carta, ma la lavo un pochino che la tela del latte mi inquieta. e mi risiedo e aspetto che arrivi il momento giusto. è sicuramente freddo sono le 11 passate. di una sera di quasi natale. con le cose da fare e quelle da non voler fare. prendo lo stampo e ci metto 100 grammi di zucchero e sulla fiamma lo faccio sciolgliere e giro e prillo e mi sembra pronto e giro ancora

gira e prilla

e poi comincio a rompere le uova e i tuorli uno dopo l’altro nel bicchiere del ka, e l’ultimo intero e 12 cucchiai di zucchero e monto con le fruste. poi passo il latte al colino sopra i tuorli sbattuti e diventa una crema profumata e gialla. e la verso nello stampo, cazzo è troppa, ma come? stampo da un litro, due litri diventato uno, come faccio adesso? ho montato troppo le uova, hanno incorporato troppa aria, mamma lo faceva a mano. ecco lo sapevo. lo sparso è sparito. sono sola con i miei ricordi e la mia prova. e allora arrivo al limite dello stampo e metto il rimanente in frigorifero. e metto lo stampo a bagnomaria dentro il forno a 180° scoperto. e mi sembra che non si cuocia mai e dopo oltre un’ora e mezza la prova stecchino mi dice che è presto. alzo il forno a 200° e mi attacco al vetro a controllare che l’acqua non deve bollire. mamma lo metteva sul fornello dentro una pentola, perchè ho voluto fare come la vicina e l’ho messo solo nel forno?? aspetto ancora, sono le due passate. non ho sonno. ho l’ansia. ma non avevo già abbastanza cose da sistemare? che per stare chiusi per natale il mondo si deve organizzare? adesso la prova stecchino mi dice che potrebbe essere cotto. spengo il forno, lascio dentro e vado a letto. ci penserò domani mattina a guardare il risultato e farò la prova assaggio domani sera e se sarà venuto bene per natale lo rifarò e migliorerò. va tutto bene.

quasi bene infatti. l’ho servito troppo tiepido che invece va freddo, deve riposare un paio di giorni, meglio tre. che assorbe il caramello. devo aggiungere più zucchero allo stampo che 100 gr son pochi e il caramello deve essere tanto. e una volta capovolto su un piatto capiente che accoglie anche il sughetto il latte brulè deve restare fermo e non budinoso, stile tettaflò, quindi si può cuocere ancora un po’.

ho seri problemi a fare centro

insomma con la parte rimasta ho provato a farne una mini versione con molto più caramello nello stampo, cotto sul fornello a bagno maria, terminato venti minuti nel forno scaldato alla massima potenza e il risultato era perfetto.

ora ho corretto le proporzioni. la prossima volto monto a mano i tuorli o comunque monto molto meno. la prossima volta metto + zucchero a caramellare (170 invece di 100) la prossima volta mi sentirò meno incerta. forse. e comunque la prossima volta farò fare le foto allo sparso, che a sto giro oltre alla tacca e alla bocca non ha messo.

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è tempo di abbracci

e che siano tanti, caldi e stretti. che siano abbracci sentiti davvero, non frettolosi e di circostanza. abbracci che prendano l’anima e la facciano sentire leggera e meno sola. e io vorrei braccia lunghissime per raggiungere le persone che sono entrate nei miei pensieri in questi giorni. per raggiungere le persone che leggo e che ho incontrato. per raggiungere le persone che vorrei lo sapessero che gli abbracci di natale sono il più grande dei doni, per raggiungere chi posso raggiungere ogni volta che ci penso.  e un abbraccio grande va a chi vive un natale di cure. che basta togliere una lettera al cuore e la realtà ti appare evidente. allora abbracci lunghi e buon natale di cuOre.

la vigilia con i suoi piedini a panino, la risata che gorgoglia, le gambettine che non stanno ferme un attimo e oggi il pranzo in uno scambio di nuclei che diventa un insieme…questo sì che è un dono!

e che i fatti siano più sinceri di tante parole. buon natale!

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furto con spasso

dopo teatro, salgo le scale di corsa,  che prima di mandare la mail,  faccio pipì. sorrido pensando che la piece di luxuria è di un’attualità sconcertante, vedo lo scatolone degli accessori “ka” aperto, mitch è curioso che non ci si crede e  poteva anche portarlo a casa. poi mi giro e vedo le scrivanie vuote, innaturalmente vuote. non ho collegato le cose. per un attimo ho pensato al “questito della susi” che cosa manca? poi ho sentito le forze venir meno alle braccia. il pugno allo stomaco. lo smarrimento. cassetti aperti, carte, borse, bicchieri a terra. chiamo pà con le dita che mi tremano. son venuti i ladri. arrivo. resto al buio, cercando di fare l’elenco. attaccata con la schiena al termosifone. freddo. hanno cercato, frugato. hanno strappato cavi. hanno portato via il nostro lavoro di anni. valore commerciale misero per loro. valore incalcolabile per noi. e poi le mie foto, tutte le foto che conservavo nell’ hd, la mia musica. tutta la mia musica dal 1999. 11 anni di pezzi conquistati. hanno portato via quello che a loro non serve. il passato, i pensieri e le parole di una sconosciuta. da frugare. non ho mai visto separati il mac e il contenuto del mac. arrivo al lavoro e accendo. tutto quello che succede in mezzo sono io. come posso pensare di mettere “io” su un disco e salvare? invece dobbiamo salvarci, salvarci spesso. poi la vita prende il sopravvento sul cuore e i carabinieri al telefono chiedono a noi di prendere le impronte digitali (ncis) ci chiedono di aspettarli fino oltre l’una di mattina (?) non arrivano (!) e quando ci presentiamo per la denuncia, il giorno dopo,  non ci aprono neanche il cancello. che c’è un orario da rispettare per le denunce di furto. per rubare invece no. orario continuato. con una leggerezza che non ha lasciato tracce. tranne le briciole dei cracker che si sono mangiati.

abbiamo pulito le scrivanie con quel senso un po’ schifato di cose violate da mani altrui, abbiamo lavato il pavimento perchè le scarpe dei ladri sporcano tanto di più di quelle di chi entra con buone intenzioni.  abbiamo il timore di essere toccate dalla bruttura.

con come mi sento? mi sento di augurare a chi ruba di non averne più necessità. punto. adesso mi muovo a ricostruire il passato passando per un presente che domani lo sarà di già.

e avevo preparato una bella pila di cotolette per consolarci a tavola. fritte col fuoco acceso e la finestra aperta ma il fotografo ha detto col cavolo che le faccio freddare e se ne è mangiate 4. praticamente un altro furto. con spasso.

AAA: se state leggendo da una postazione imac neanche nuovissima, con la scrivania piena di icone tipo: sparsa scrivania, fotto ricordo, pidieffe, mà, mettimi a posto e i colori accesi dello sfondo a doghe con la scritta mogliedaunavita ecco, state lavorando sul mio mac. l’avete pagato poco? bene. ve lo pago io il contenuto. mi bastano le foto. i testi. fate un cd rom del contenuto e trattiamo.

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