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io

credo nel fare
credo nelle parole buone
credo alle critiche di chi mi ama
credo alla potenza di un abbraccio
credo nella terapia del condividere
credo che un ideale renda più forti
credo che poco sia meglio di tanto e anche di niente
credo nella piadina
credo nei segni
credo nelle madri

credo anche di aver creduto troppo.

11.11.11
credo che non conti ma i numeri mi girano intorno a girotondo

credo anche alle favole

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alla lunga arriva …e la marina va…

ritorno comunque a casa con la voglia di abbracciare e come entro in cucina mi prende la voglia di menare. perchè non alzano un dito per risistemare, alzano i piedi per scavalcare e dopo tre giorni di accumulo si mettono a braccia conserte in attesa del servizio. capita poi che torni di mercoledì e giovedì ti arriva un sms, arrivo domani, ci sei? non ci coonosciamo se non di parole e di conoscenze comuni, di disperati sos e monellate telefoniche. non ci conosciamo ma è come se ci conoscessimo da sempre e non so neanche che faccia avrà quando la vado a prendere alla stazione. solo che se si chiama mario e ha avuto un gatto come amor fou, ha me come amica di rifugio e si accontenta di un letto improvvisato fra un ritorno e una partenza…male non dev’essere! e come thelma&louise vaghiamo per cimiteri alla ricerca di una cadavere di cui non conosciamo cognome, ma siamo cocciute e sappiamo che ce la faremo a far brillare una candela davanti alla immagine, che solo quella c’è, ultimo tributo al re dei fuochi pirotecnici. amico di botti. (avete mai visto le facce della gente spettatori di gesti insoliti? adoro quelle facce ed esserne causa) e poi come meteora, ciao mario. non sono stata generosa di me, ti ho portata a inaugurare una pizzeria e gente in mezzo, non ho cucinato per te, ti ho fatto assaggiare un piada in ritardo e tengo in ostaggio il tuo anello e ti ho riportata alla stazione salutandoti con il pensiero che non stavo facendo abbastanza e non ti avevo goduta come dovevo. e torno a casa nervosa e ancora tutto da fare e mi chiama la lunga che arrivo lunedì lo sai vero? che ti ho mandato mail che non sono mai arrivate, ma sì ti aspetto e ti accontenti tu pure di un divano e di me di ripartenza e chissenefrega!

e con la lunga c’è più tempo per restare a parlare davanti a una zuppa inglese da fare e la faccia è conosciuta già, meno i gesti, che quelli si scoprono. e a teatro ti porto, al posto di pà che ringrazia e un giro sotto il pavaglione per la “piligrèna” che il 31 ottobre le anime pellegrine si danno appuntamento qui. e un libro con dedica e orecchino con capello nero e battiston che canta e ifigenia che mi accoglie sulla porta e gli incontri non sono mai un caso e ivanomarescotti che provoca le reazioni culturali e un trio che non conoscevo. e mi piace portarmi a casa la lunga, massacrarla di passi la mattina dopo colazione, per una salita che torna discesa oltre un’ora dopo e, non ancora paga, farle conoscere il mio fiume, il mio ponte, i miei percorsi. e massimo che incontriamo non molla gli occhi dalla lunga e dalle sue, che gli occhi sono ancora pieni e me lo dice quando mi vede. me lo dice a gesti, provate a immaginare, me lo mima il sogno e rido. e brisighella di corsa e il lavoro che domani riparto e tutto con l’ansia di far tutto e adesso la lunga e la marina aka mario lo sanno come sono nervosa e intrattabile quando torno che vorrei menare e quando parto che vorrei restare. e due amiche che continuano a scrivermi e a parlarmi di promesse nonostante me.

noi cocche fra gli albicocchi travestiti d'arancio

oggi è il tuo compleanno dada. lo sai vero che cerco sorelle in giro perchè mi manchi tu. ne ho trovate tante, non hanno ancora colmato il vuoto, ma tanti piccoli pieni mi fanno stare meglio

ps (aggiunto oggi, in riflessione)

la cosa incredibile è che dal lago maggiore e da savona, dalla campania e dalla sicilia, in un solo giorno mi sento vicina ad amici reali che di virtuale hanno poco, di virtuoso assai più e mi domando ascoltando le notizie delle alluvioni e soffrendo per ognuna di loro nella terra dei disastri…ma come può la lega dividere quello che internet unisce così tanto? e come può un temporale annegare l’italia? fosse almeno saltato il tappo!

pps

lunga non hai neanche fatto colazione prima di ripartire e io che millanto doti di biscottificiatrice.

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pollo peperoni e pazienza

perchè è accertato, io sono un pollo,  i peperoni li adoro…e pazienza se non sono sempre digeribilissimi, pazienza se siamo due mamme e due ragazzi grandi, pazienza se i mariti latitano e i magoni sorgono, pazienza se i discorsi che ascoltiamo non sono sempre quelli che vorremmo sentire, pazienza se i bambini non sono tutti carini, pazienza se ci si lamenta se piove, se fa freddo, se c’è caldo, se c’è sole, se il prezzo della sdraio equivale a un ingresso in piscina, se la fatica fatta non ottiene il risultato agognato sulla bilancia. pazienza? dove si compra la pazienza che la mia è finita e mi viene voglia di urlare?  meglio pollo e peperoni di sicuro…

anno scorso aveva cucinato suo figlio, quest’anno ci siamo incontrate, abbiamo condiviso 4 giorni di confidenze, di sfoghi, di complici sguardi e non ci conoscevamo neanche,(un comportamento degno delle migliori blogger). lei mi ricorda, nel sorriso e nell’ironia, nella cadenza del parlare e nell’estro dell’attimo, uno jannacci al femminile. e in cucina si muove meglio se lasciata in pace, a fare con i suoi gesti, con i tempi che le servono, con i modi di un architetto che in cucina si ritira per trattenere il cliente venuto firmare il disegno.

un piatto deliziosamente speziato, fresco, leggero anche se fritto. me lo ha raccontato, io ho solo dato una sbirciata alla pentola a fine pasto e ho trasferito l’olio avanzato dalla cottura in un vasetto per insaporire una pasta prima che l’estate sia finita.

Pollo e peroni in salsa curry – cottura in tre tempi

un peperone giallo, un peperone rosso, tre zucchine mezzo chilo di petto di pollo, farina/curry, olio evo per friggere

primo tempo: in una padella mettere mezzo litro di olio evo, lasciare scaldare e friggere i peperoni tagliati a listarelle sottili, scolare e mettere in terrina;

secondo tempo: nello stesso olio friggere quindi le zucchine tagliate a pezzettoni lunghetti, scolare e mettere nella stessa terrina

terzo tempo: ora l’olio sarà pronto per accogliere il pollo tagliato a tocchetti e infarinato nel mix farina/curry, una volta dorato trasferire nella ciotola di cui sopra. salare. servire  a tre adulti di cui uno di ritorno dalla disco all’alba, che ci ha fatto colazione. e pazienza!

e questa volta grazie a marco, che mi ha portato la mamma, che non sempre le mamme son fatte per incontrarsi e piacersi, uguali nel chiamare amore, ma questa volta sì.

ps lungo oggi

oggi 9/9 ricorre il centenario della nascita di cesare pavese: il corpo / si godeva furtivo la carezza del sole/ insinuante e pacata come fosse un contatto

(non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi) aforisma

sempre oggi 9/9 ricorre il tredicesimo anniversario dalla scomparsa di battisti. “la gallina coccodè, spaventata in mezzo all’aia fra le vigne e i cavolfiori mi sfuggiva gaia…”

ogni giorno è un anniversario. ogni giorno ringrazio di essere io e ogni giorno sfuffo perchè sono io.

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saint-jacques vs san giovanni

9 spighe di grano, nove steli di lavanda, nove fiori di iperico raccolti nella notte di san giovanni, umidi di rugiada con i piedi nudi sull’erba per entrare in contatto con le energie dei riti dei tempi. notte di grilli, anche per la testa, se penso che basti seguire queste semplici indicazioni per dare una svolta magica alle cose. mi costa nulla e mi diverte e mi da il brivido aggirarmi nella notte, nella notte delle streghe, a cercar segni senza inganni. non avevano bisogno di televisione un tempo, se le creavano a scadenze fisse le cose da fare. come accendere i fuochi per bruciare quello che non va. a cadenza quasi trimestrale se andiamo a leggere nelle tradizioni. il nocino non lo preparerò, ma la camminata con la signora cristina, tedesca di germania, emigrata in italia per stare con i nipotini, che ci ha guidate alla ricerca delle erbe mediche con istruzioni per pediluvi, tisane e pozioni salvifiche per fisici stanchi…è stata bella, divertente e istruttiva. nella sera di san giovanni che ci ha viste donne con il sogno di far magie per guarire il mondo.

e dal pescavendolo di fiducia le conchiglie saint jacques, un santo tira l’altro soprattutto a tavola:

semplicissima preparazione dal risultato eccezionale:

9 conchiglie lavate e pulite, sale, olio, basilico fresco.

ho scaldato un padellino antiaderente fino a che gettando un poco d’acqua non forma palline, ho adagiato in padella le cappesante, un minutoper lato e le ho riposizionate nella loro conchiglia adagiandole su una foglia di insalata. salate, oliate e basilicate. ottime e abbondanti, le ho fatte sparire tutte io. la magia è compiuta.

le conchiglie. tante.

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rendere o’maggio

a maggio, perchè questo è.

ricordo le ciliegie, il caldo e l’ansia da prestazione.  l’imperativo di quel maggio era: imparare a fumare e a baciare. meglio non contemporaneamente. l’amica ci si era messa d’impegno a convincermi che non potevo continuare a essere tredicenne senza. era sabato e in un momento di calma fra teste da lavare e bigodini da togliere,- mamma vado un attimo da anto, torno presto –  il fiatone, la strada dritta a cannone fino alla curva a gomito, il sentirsi in colpa col cuore nello stomaco,  la bici appoggiata al muro caldo. la sigaretta sul tavolo della rimessa e un cesto di ciliegie. un tiro, tosse, una ciliegia,  un tiro, una ciliegia. – mi fa schifo! no dai, i primi son così, insisti – mi sono anche impegnata, ma il cesto di ciliegie è finito, la sigaretta no. schifata, buttata. non era ancora il suo momento. finito un compito sotto un altro, togliamoci il pensiero. devo. non ti conosco, cugino di anto, la tua faccia alla sandrogiacobbe non la scorderò mai più, il tuo sorriso, le mani calde che prendono le mie. apri la bocca. cosaaaaa? non è difficile…devi solo aprire la bocca. non posso ho finito le ciliegie.

i suoi occhi sorridenti, il suo naso che fissavo per non guardare altro, il brivido dell’emozione, il sangue così veloce che lo sento scorrere, la faccia rossa e il sapore delle ciliegie. tredicianni. (come sono le tredicenni adesso?) se ci ripenso, ogni volta che ci ripenso, sento vivida la sensazione di non essere io, la voglia contemporanea di non essere lì e di esserci molto di più e la sicurezza che mamma, con lo sguardo lunghissimo, sapesse esattamente cosa avevo fatto.

poi mille anni dopo le ciliegie sono state lo strumento per smettere di fumare. mai quello per smettere di baciare. e per rendere omaggio a maggio mi fermo a ogni albero di ciliegia e me ne faccio un pugno.  una golosità emozionale credo. (si chiamava arnaldo, ma un nome meno adulto per una tredicenne no?)

e fra una camminata col vivaista e un giro in un fondo coltivato a cigliegi il passo è breve come il gesto.croccante e dolcissima e lucida e non posso smettere di. e quelle scure morbidine che ho in cucina per la prima volta possono diventare qualcosa di diverso di “una ciliegia tira l’altra”; è così che è nato il  mio primo clafoutis. ho puntato decisa sulla ricetta di sigrid, poi mi sono ricordata che anche wenny del claf..is ne cantava lodi. costretta a fare un mix fra le due ricette causa  mancanza di mandorle ho anche  sbagliato pirofila. ne serve una dai bordi più alti o più capiente comunque, perchè parte della pastella avanzava nel boccale e così è finita sopra le albicocche. è devo dire che ci stava benissimo! quindi al prossimo esubero di ciligie preparerò un clafoutis plus haute

500 gr di ciliegie, 3 uova, 6 cucchiai di zucchero, 3 cucchiai di farina, mezzo litro di latte, vaniglia, burro e zucchero di canna per la pirofila. alle ciliegie ho lasciato il nocciolo, ne ho fatto letto su un velo di burro e zucchero scuro, ho frullato uova latte zucchero farina come per le crepes, ho coperto a livello le ciliegie e ho infornato per 40′ a 170°. la prossima volta eviterò il timer e il raffreddamento in forno (messa in forno e uscita per la 100 km in graticola)

è migliore da tiepido, cosparso di zucchero a velo. (il cla foo tì oh cerìs l’ho accompagnato dalla vicina per la puntura mattutina e non è ancora tornato)

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è la primavera, bellezza.

ho visto “io sono l’amore” e un groviglio di domande e di risposte  diverse mi ha lasciata dubbiosa e curiosa ancora. io che sono cresciuta col senso di colpa sotto il letto, pronto a mostrarmi la strada che si sarebbe aperta sotto i miei piedi se solo avessi preso quella sbagliata.

ho percorso vasche di piscina a giorni alterni, cloro ritrovato, noia sconfitta, in parte, con la musica che mi suona in testa, sorriso grande, graziè pà

ho mangiato un cono gelato, cioccolato limone, seduta fra sette badanti russe, nel parco altrimenti vuoto. con la faccia al sole ho letto tutti i messaggi scritti sul tavolo e cercato chiacchiere da fare.

ho pedalato tanto, in una giornata sola, sorda al dovere, sottomessa alla voglia di andare, di non sentire l’abbandono in una giornata di genti che è qui ma altrove.

ho fatto colazioni che sono diventate brunch, consumate al sole in giardino e colazioni che sono diventate amiche e grancereale, camille, pancake e briochine di finta sfoglia.

ho spento le notizie che pensavo che il carnevale fosse finito e invece ci sono carri e navi e montecitori, di gente mascherata, che getta coriandoli di italia.

ho cucinato la primavera, sforzandomi di non mangiarla cruda, tenera e meravigliosamente amarognola.

ho corso su carraie di margherite fiorite, ho fatto lavatrici di panni che si lasciano stendere ma non stirare. ho letto pagine di blog che mi piacciono tanto e pagine di blog che non saranno più e vorrei che nessuno smettesse di scrivere, che prima di tutto si scrive per se e allora forse la scelta è personale e giusta.

ho messo piede sulla spiaggia del cuore, camminando da sasso a sasso come piace a me e avevo il sole e la luna che mi accompagnavano e poi mi sono comprata un paio di occhiali follemente glam al mercatino della piazza delle cose antiche, istigata da un’amica

e mi sono un pochino dimenticata di chi non si preoccupa di passare i suoi oggi con me. che come palle da biliardo se ci tocchiamo rimbalziamo, ma è la primavera. bellezza!

camilla

ricetta stampata e in archivio da anni. forse presa da cookernet o altrove non ricordo.

questo il file originale

CAMILLE 1
100 gr. di mandorle polverizzate
100 ml di latte
100 ml di olio
300 gr carote grattugiate
300 gr farina 00
250 gr zucchero
2 uova intere
1 bustina di lievito per dolci
Fare il composto al solito modo, unendo farina e zucchero, poi uova, latte, olio, la farina di mandorle. per ultime le carote e poi il lievito.
mettere il composto nelle formine di carta da muffins o simili, e infornare a 150° per 20′
CAMILLE 2
300 gr. farina autolievitante
200 gr. zucchero (io ne uso 170/180 gr.)
100 gr. olio (io uso 100 gr. burro sciolto)
100 gr. latte
200 gr. carote grattugiate
2 uova
50 gr. mandorle macinate
pizzico di sale
io ho aggiunto un po’ di scorza d’arancia e limone grattugiata
Lavorare le uova con lo zucchero, aggiungere la farina, l’olio (o il burro), il latte, le carote, le mandorle e gli aromi.
Suddividere il composto nei pirottini e infornare a 180° per 15/20 minuti (fare la prova stecchino). La ricetta originale prevede la temperatura del forno a 170° per un tempo di cottura superiore, ma non e’ specificato.
Sono meravigliose e restano morbide anche un paio di giorni dopo.
Sono buonissime come colazione o merenda.

ecco come ho fatto io con la ricetta 2:

300 gr di farina autolievitante

200 gr di carote grattugiate e 100 gr di mandorle pelate e tritate, la buccia grattugiata di un arancia

1 uovo

100 gr di zucchero di canna

50 gr di olio di oliva e 50 gr di burro

mezzo bicchiere d’acqua

nella planetaria ho mischiato tutto insieme aggiungendo i grassi alla fine e ho messo nelle boule in alluminio per gli zuccottini. cotte a 180° per 20 minuti abbondanti. ne sono uscite delle camillone buonissime, morbidose e poco dolci che mi piacciono assai.

e considerato che non mi piaccio quando scrivo troppo e mi rompo da sola a leggermi rimando a dopodomani tutte le altre cose che ho da scrivere, dire, fare. baciare. (seeeee)

ps

oggi vedo rosa. ma non dura. quindi tutto il rosa che c’è qui intorno non durerà.

 

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cose buttate a caso

abiti in giro. sulle sedie. pile di “pail” sulla tavola, sugli scalini

scarpe che denunciano una quantità di piedi superiori a chi vive in casa. libri da regalare. ai quali dire addio è faticoso. 4 tegami sui fornelli. e ci potrei fare un gioco. quante lenticchie? quanti azuki? e poi il ragù e poi il brodo di verdura. cose da cucinare per non gettare, che la mia curiosità in dispensa è immediata e poi quando mi decido a provare? oggi, giorno di pioggerellina da vaporizzatore.

col vapore che ho in cucina ci potrei fare la pulizia del viso…e non è detto…

e nel cuore ancora la meraviglia della fiaccolata per m’illumino di meno, nelle aie, e ho scoperto che l’italia resta unita cantando l’inno e battisti e romagna mia e oh sole mio e de andrè e bella ciao. e la luna che avevamo invitato si è presntata puntuale. come sanremo è puntuale ogni anno. e non ho potuto fare a meno di guardarlo che sono cresciuta a carosello e sanremo. e mi ha fatto tenerezza e rabbia morandi insicuro e impacciato e le indiscrezioni e vecchioni ruffiano, ma così grande che non lo si discute. e la sua dedica alla moglie che avremmo voluto essere tutte il destinatario delle parole e forse lo siamo, se ci pensiamo. e gli perdoniamo anche il titolo. moccioso. e almeno sanremo farà conoscere vecchioni ai ragazzi figli di maria, quale maria?

e luca e paolo che non lo so se sono un vangelo o se si evangelizzano, benigni che vorrei mi facesse lezioni a nastro, la ventura che è una sventura per se stessa, la professoressa che spera nella fine delle scuole e la russa che non mi piace neanche l’insalata con quel nome.

e lo sparso che si è alzato alle 6 per andare a giocare alla guerra, col pranzo al sacco e poi invece torna e io ho già fatto la mia colazione-brunch e devo ricominciare daccapo. cappelletti mamma? no il brodo non c’è, al ragù? no non li spreco col ragù e sono una madre italiana che brontola ma gli prepara gnocchi al ragù e che buoni sono quelli con le patate rosse.

poi gli amici che arrivano e li guardo e li vedo con gli occhi di una mamma che è stata giovane e aveva altro da fare. e mi domando perchè loro che potrebbero non lo facciano. e mi viene una rabbia che si placa solo con i biscotti bagnati nel tè.

e non ho fatto altro oggi, che cucinare, mangiare, pensare. guardare fuori. il centri commerciali sono aperti e piove. è il commercio che fa il bello e il cattivo tempo. lo hanno sempre detto. e io penso al mio ormone coglione che lavorava a mille quando non potevo neanche pensarci e tace ore che vorrei pensare solo a quello.

e questa settimana inizia con le cose buttate a caso. ma son cose.

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beata domenica

di pioggia e neve, perfetta per rinchiudersi in casa, accendere il forno, tortamelare e finalmente rassegnarsi a stirare. un mucchietto di panni che diventa una cima in un nanomomento. fatto di camicia, una, di copripiumoni, due, di federe, sei e di tutto quello che non posso fare a meno di passare col ferro. tentazione forte per certi figuri parlamentari che ultimamente hanno la telefonata facile. ma.

beata fastweb che interrompe le connessioni casalinghe e ci isola come solo la neve del 1985;  beato il marito, appena svegliato e pigiamato, che si annoia, povero! e prende la chitarra e si siede per terra e si mette a suonare per una mogliedaunavita che stira divertita, canticchiando canzoni trite e bellissime, guardando fuori il mondo grigio e il mondo blu, facendo pieghe false su pantaloni veri. beata me. che non mi serve altro in una domenica 30 gennaio. venuta dopo un sabato 29 che mi ha portato a fare un giro al mare il quale, per una volta, era meno interessante della persona che andavo a incontrare. che anche questo è motivo per sentirsi beata. perchè mi è capitata.

una domenica così.

un kg di mele varie. 180 gr di farina integrale, un bicchiere di latte, un uovo, un pugno di uvette ammollate nel gin (da finire), mezza bustina di lievito paneangeli, cannella un tot. una macinata di chiodi di garofano. 100 di zucchero di canna e un cucchiaio di miele. la buccia di un limone e il limone spremuto. ho preso la teglia dove avevo cotto le mele e nel fondo aveva uno strato solido di gelatina gustosa, ho versato il composto preparato con il frullatore, prima tutti gli ingredienti liquidi e poi quelli secchi, messo tutto sulle mele a pezzettoni cosparse di limone e in forno per un’ora a 200°

forse ne è rimasto un angolo da fotografare. dopo. dopo lo faccio.

e poi ho pensato: beata la chitarra. che voglio vedere un pianista spostare il piano e artistare nella camera dell’armadio, o innamorarsi di un ragazzo incontrato in stazione, con gli occhi azzurri e il suo pianoforte in spalla. o trovarsi tutti insieme, sulla spiaggia, porta la batteria che cantiamo qualcosa.

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figli del froben

mi sveglia la sensazione di averlo alle spalle. mi alzo, senza pensare a iniziare col piede giusto, cercando di trovare la strada nel buio della stanza. il suo respiro è così lento e regolare che devo avvicinarmi per controllare che sia vivo. scendo le scale con un solo occhio aperto. l’altro si rifiuta. e alle spalle sempre la stessa sensazione. provo a muovermi. non cambia niente. acqua, limone, caffè. dopo colazione passa. me lo ripeto per convincermi. ma non conta. la parte destra non collabora. parte dalla spalla, sale al collo, arriva all’occhio. fottutissima cervicale. nervo scoperto, sensibile a ogni cambiamento di tempo, pressione, fasi lunari. metto un cerotto di fluiboprofene. prendo una bustina di aspirina. faccio respiri lunghi e scaldo il sacchetto di noccioli di ciliegia. brucia. lo indosso. non brucia abbastanza, vorrei darmi fuoco. volevo fare tanto. ma mi trascino con nessuna meta. non riesco a godere della “malattia” non riesco a leggere, a guardare la tele, niente film, discorsi, facebook, non posso pensare di cucinare, delego. tanto con una doppia, tripla colazione gli uomini di casa se la cavano. e non mi chiedono se me la sento di mangiare qualcosa. ho male alla testa. lo sanno che mi devono stare lontani. è già sera inoltrata quando cedo e mi attacco alla bottiglietta del froben. ha insiste mitch, mamma lo sai, a noi passa tutto col froben. ce lo ha ordinato la pediatra vent’anni fa. non abbiamo più smesso di usarlo. mai di abusarlo. ma volevo provare a stare senza.

poi il giorno dopo daccapo. ma ho scoperto che un bicchiere di prosecco ha lo stesso effetto. che sia placebo non mi interessa. è passato il mal di testa. ora passo la bottiglietta al piccolo che si è ibernato le mani a bobbare sulla neve col sangue al naso. non fa bene. non alle mani scoperte a -8.

ps in cucina solo polvere. ma non la mangia nessuno.

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d-3

non riesco a svegliarmi prima delle 8. ho l’ormone assonnato. e gennaio è mesto, plumbeo, buio e triste. non ho mai amato gennaio. gennaio non passa mai. ha gli stessi giorni di dicembre, ma si moltiplicano scorrendo. mi domando come, avendone passato i primi 9 a casa (e sono volati), avendo riaperto ufficio e fatto 3 giorni di montagna e ancora una settimana di lavoro …  boia ne abbiamo solo 22. ce ne sono ancora 9 di giorni di  un gennaio passato senza fiocchi, aspettando la merla, segnando a calendario i giorni conterini, come i contadini di un tempo, che le calende primo o dopo essere state greche son diventate popolari, come  san paolo e i suoi segni.

gennaio non mi sveglia la mattina. mi culla nella sonnolenza. non riesco a correre, solo 120 torsioni e 100 addominali e poi ancora zinco, spirulina e 2 mug di acqua tiepida e uno di the verde. e un kiwi e una chiocciola integrale col miele e un caffè. è sabato e mi va di coccolarmi un pochino. prima della spesa. prima del dovere. pranziamo colazionando io e lo sparso in pigiama. alle 2 di un pomeriggio con le persiane chiuse. un toast e una spremuta a testa più due mele cotte per me. due bagni da pulire. camera del casino da scasinare. e poi una barretta di amaranto al cioccofondente, un tè ai frutti rossi e una passeggiata di 6 km con pà, che spara ai barattoli. come i bambini.

mezzapizza al crudo. mezza naturale e un sorso di birra stasera. intanto che l’orchestra sale sul palco. maramao, uno swing dopo l’altro, canzoni alla radio, da ma le gambe a oh mamma mi ci vuol la fidanzata. spettacolo piacevole. col piedino che batteva il tempo e la testa che seguiva il ritmo. diversa dalle solite serate, la musica risolve sempre. e io cucinerò domani.

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