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siamo nelle pesche

a sò in tal pésgh. am sò trova in tal pésgh, i ma mès in tal pésgh. lo diceva la mamma con aria contrita e uno sguardo preoccupato, quando la situazione per lei si faceva difficile. mi è ritornato in mente prepotente questa frase quando con la bicicletta mi sono trovata a dover evitare una pesca, gettata con il morso di fresco, a concimare una ciclabile preda di erbacce e pesche appunto.

sono nelle pesche, mi sono trovata nelle pesche, mi hanno messa nelle pesche. risalire al significato potrebbe essere facile. il periodo della raccolta pesche arrivava tutto in una volta e ci si doveva dar da fare a coglierle. per non trovarsi con pesche troppo mature, brodolose, col pelo per giunta.

giravo con babbo e con uno strano aggeggio, il calibro,  che serviva a misurare la circonferenza delle pesche,  perchè il magazzino della frutta dettava precise regole di raccolta, mai sotto la tal misura, di seconda quelle che misurano x, di prima quelle xy. e il compito del mediatore er a quello di controllare che il contadino non “furbeggiasse”. per me era una festa. sulla 131 del babbo, con il plaid sui sedili posteriori (se no “us inciosa la machina”) si partiva la mattina e si andava a “cà di cuntadein”. accolti nei campi, a volte con qualcosa da battibeccare,  più spesso col sorriso, tornavamo a casa pieni dei doni che ci facevano, pesche, meloni, cocomeri e tutto quello che la terra produceva. adoravo le pesche bianche, pelose e zuccherine, varietà antica che oggi si trova raramente. con le mode fruttarole e gli innesti dei vivai ecco arrivare le nettarine; nei primi anni un boom assoluto, anche di varietà facili da coltivare, ma totalmente insapori. oggi, finalmente, inversione di tendenza e ritorno al buono. sono tornate le pelose, le tabaccaie o saturnine, ci sono anche le bianche col pelo. buonissime, le nettarine di romagna igp

ancora oggi io vivo la campagna con gli occhi del babbo. con la tribolazione se si sente un tuono e si pensa alla grandine, con il dispiacere di sentire che ai contadini la frutta viene pagata niente,  la protesta di coldiretti che regala ai poveri per non cedere al mercato mi ha toccato, profondamente. quanto prende un contadino per un kg di pesche? circa 19 centesimi. costa di più farle raccogliere. a quanto le troviamo noi sui banchi dei super? serve commentare?

adesso siamo nelle pesche. e io me le godo così:

insalata di pesche e formaggio: preferisco le bianche con un formaggio tre latti (capra, pecora, mucca a pasta morbida), taglio a tocchetti e aggiungo pochissimo sale dolce di cervia e un filo di olio brisighello. basilico o mentuccia a chi piace.

mangia e bevi di pesche e yogurt gelato: con quelle che ho in casa, anche le troppo mature, una generosa pallina di yogurt gelato e un sbriciolata di amaretti. o lingue di gatto.

ps: vorrei provare il sorbetto alla pesca. ma son troooopppo abitudinaria!

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quando scrocca l’ora

si sdraia accanto a me nel letto, di ritorno dall’allenamento di pallavolo, poggia la testa di fianco alla mia ed è in questo momento che se chiudo gli occhi posso immaginarmelo minuscolo com’era. un gomitolo di bimbo che mi attorcigliava l’orecchio per dormire. sospira. “mamma?” mmh? “com’è difficile tenersi gli amici” (tasto dolente, tasto dolente, tasto dolente). “è difficile anche riconoscerli” (tasto nuovo stesso discorso) fingo di non capire, perchè tesoro? devi sempre chiedere come va, devi sempre ascoltare quello che hanno da dire, devi sempre appoggiarli in tutto e poi non tocca mai a te. nessuno chiede a me come sto. cosa voglio fare. cosa sento. hanno solo l’urgenza di dire. e di insegnare, mamma, di insegnare qualsiasi cosa abbiano appena imparato a fare o non fare. (e adesso cosa dico? che la penso spesso anche io così? che vorrei avere mamma a fianco nel letto per sentirmi abbracciare e basta?)

sono momenti in cui è difficile farsi ascoltare tesoro. tu continua a chiedere, ascolta, partecipa. e quando sentirai che l’altra persona tace e vedrai il suo sguardo che ti guarda…ecco, quello sarà un amico. non sono necessarie sporte di amici. ne basta uno davvero. ma che sia vero. a volte si passa tutta una vita senza trovarne uno. ogni persona che incrociamo ha qualcosa di bello da dare. cerchiamo di dare anche noi qualcosa a loro e non pretendiamo di essere sempre noi in primo piano. il primo pensiero. e poi sai, spesso, gli amici anche quelli veri, ci danno per scontati. finchè siamo insieme, come in tutti i rapporti.

mamma? -mhh- mi sono piaciute le ragazze di venerdì. peccato non avere avuto più tempo. già. loro mi sembravano interessanti. già. davvero. anche il fotografo che ci ha raggiunte la sera. spero di non essere stata troppo o troppo poco. mamma? mh? ha ricominciato a parlare pà? no. ma non ti preoccupare. gli verrà l’urgenza di dire. quando avrà bisogna di scroccare qualcosa…uno scroccadente per esempio:

li chiamiamo scroccadenti o straccadenti, sono cantucci, tozzetti alle mandorle, biscotti da vino. bagnati in un passito di pantelleria, in un moscato di alba, o in una rosa di quinzân

i miei sono gli scroccadenti di antonella, la veterinaria amica mia che mi ha dato ricetta al primo compleanno d’asilo dei nostri figli.

4 hg di farina doppio zero, 3 uova, 3 hg di zucchero, 2 hg di mandorle non pelate, vaniglia, pizzico di sale, mezzo bicchierino di cognac, un cucchiaino di lievito per dolci. (la sua ricetta prevedeva 3 hg di nocciole e 20gr di burro, gusto diverso ma ugualmente buono)

mentre la planetaria mischia tutto tranne le mandorle che sono a tostare nel forno messo a 200°  preparo le teglie con la carta forno. almeno due per accogliere i quattro salsicciotti di pasta. la consistenza dell’impasto non deve essere troppo molle, deve staccarsi dal tagliere, se occorre aggiungere poca farina (dipende dalla grandezza delle uova) una volta che le mandorle sono tostate, farle raffreddare e tagliarle grossolanamente con il coltellone. le mettvo intere ma ho notato che poi gli scrocca si tagliano peggio. le aggiungo all’impasto e formo quattro o cinque salamotti come quando si fanno gli gnocchi, poi vanno appoggiati sulla carta forno ben distanziati l’uno dall’altro e infornati per una ventina di minuti. devono dorare. togliere la teglia dal forno, tagliare i salamini a tozzetti e infornare nuovamente fino a gusto personale.

marie e maite me le sono godute. il fotografo dallo sguardo divertito l’ho appena conosciuto. la presentazione e le loro parole sono state generose, chi c’era mi ha confermato quello che pensavo. sono straordinari i calycanti e con i loro occhi e le loro parole anche la provincia è diventata straordinaria. non mi sono fatta fare l’autografo. ma rimedierò.

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zabaglione

questo è il nome che si scambiano le zdaure, che correggono sbagliando perchè in dialetto si dice zabaio’ e quindi basterebbe completare la parola, zabaione, per pronunciarla in un corretto italiano. invece le strade che percorrono le parole per passare da dialetto a italiano sono strane e vanitose. ci mangiamo il persiutto, ci compriamo lo iogu e ci prepariamo lo zabaglione. perchè, per provare a fare un nuovo impasto per i sabadoni, utilizzando la ricetta per la pasta strudel che mi ha suggerito lydia, non ho resistito allo strudel e con questo ci vuole lo zabaione. non ci sono mezze misure. uno strudel intero, mangiata da sola, a cucchiaiate! quando ho visto la sfoglia arrendevole sul tagliere ci ho messo niente a tagliare mele, ammollare uvetta, scaldare marmellata e massacrare amaretti. ho rimandato la preparazione della pasta per sabadoni alla prossima domenica di pioggia. (che era ieri, che era neve, che era il 27 e quindi marzo sarà freddo e bagnato?)

per lo zabaione io uso la ricetta a pag. 68 del volume -dolci al cucchiaio- della grande cucina del corriere della sera.

4 tuorli, 6 cucchiai di marsala secco, due cucchiai di zucchero. monto con la frusta i tuorli con lo zucchero e quando è chiaro aggiungo il marsala. metto sul bagnomaria in una bastardella a fondo tondo e lavoro con la frusta fino a che non raddoppia. poi lo assaggio cercando di non mangiarlo tutto.

ma non è durato tanto. ecco questa qualità non gli appartiene …è volatile, nascondarello, è finito tutto.

ps: la pasta strudel mi è piaciuta, non differisce molto da quella che ho sempre fatto e mi sembra molto simile alla prima che trovai su cucina moderna. che devo ritrovare perchè quella pagina è stata scuola per me.  il marsala era un vecchio florio, vendemmia 2002. una poesia. invece la ricetta delle lingue di gatto nella stessa pagina era un riassunto di quello che dovrebbero essere le lingue. le lingue.

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mela-stampi da forno

che fanno la differenza, gli stampi e i materiali degli stampi. e lo so che il contenitore usato per cuocere è importante. e ho tutta una serie di “tutti” che mi sono indispensabili per cucinare. però capita che per fare le mele cotte io utilizzi una teglia da lasagne. era la prima cosa che avevo tra le mani. cotte a 230°, temperatura massima del mio forno, in un tempo che mi è sembrato infinito. ok, poi nella medesima teglia ci ho fatto la torta di mele di cui parlavo qui. buona ma rimasta gnucca. cioè, compatta e cotta ma poco caramellosa. poi, le mele le ho cotte nella tortiera (una vecchia antiaderente che aspetta di essere sostituita) e i tempi di cottura si sono abbreviati di molto. oltre mezz’ora secondo me. poi ci ho tagliato a pezzi le mele dentro,

(mele granny smith 4)  messo succo di limone e arancia, cannella e riposto in frigorifero. la sera ho improvvisato una versione diversa della melina. ho unito 50 grammi di sugar brown a 180 grammi di farina integrale bio, ho messo tre cucchiai di sciroppo d’agave, (usato per dolcificare mi piace meno dell’acero) uno yogurt ai cereali scaduto da una settimana e un avanzo di yogur naturale autoprodotto. mele granny smith 4, cannella, buccia di limone, mezza bustina di lievito chimico e un cucchiaino di cremor tartaro. l’uvetta ammorbidita nel porto. forno al massimo, 50 minuti.

ne è uscita la torta di mele più buona degli ultimi anni. quando è arrivato il momento di toglierla dalla teglia non la volevo capovolgere e allora ho messo la tortiera sul fornello e con una spatola grande sporca di burro l’ho sollevata senza far danni. sapore tarte tatin. caramello alle mele. idea di burro. pizzicorino sulla lingua.

quindi:

d’ora in avanti la porcellana in forno solo per le cotture che devono rimanere gentili. quasi anemiche.

teglie in allu forevah (mercì tieffemmì)

torta di mele caramellosa così:

  • 4 mele grannysmith
  • 1 uovo (ma non sono mica sicura d’averlo messo)
  • 180 grammi di farina integrale bio
  • uno yogurt ai cereali+2 cucchiai di yogurt bianco
  • due cucchiai di sciroppo d’agave
  • 50 grammi di zucchero di canna scuro
  • cannella e chiodi di garofano
  • scorza di limone grattugiata
  • uvetta sultanina in vino porto
  • un limone e mezz’arancia spremuti
  • mezza bustina di lievito+un cucchiaino di cremor tartaro
  • il fondo di cottura delle mele al forno.

e adesso ne ho già fatta anche un’altra e sì l’uovo l’ho messo e solo sciroppo stavolta ed è molto uguale e io devo pareggiare. fino a che non vedo la fine.

in un piatto una fetta di torta di mele, sbriciolo un amaretto, metto un cucchiaio di gelato, sbriciolo un altro amaretto, scorza d’arancia a guarnire. e una semplice torta di mele diventa un piatto che potrebbe servire a pagare piccoli debiti casalinghi.

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di santi e tradizioni

tornavo da scuola il il 9 febbraio con l’urgenza di arrivare. la corriera mi sembrava dispettosa a fermarsi a ogni cartello. ascensione, la pioppa, cà di lugo, o il giro inverso passando da bizzuno. la bassa romagnola è segnata da località che, prima di essere cartelli,  sono segni. che la pioppa tal si chiama perchè c’era un pioppo, enorme, (e la rotonda lo ha abbattuto e il paesaggio è cambiato) e chi abitava alla pioppa non aveva la mia urgenza di arrivare e scendeva lento i gradini. perchè il 9 febbraio è sant’apollonia e a sanlorenzo si festeggiava alla grande la patrona. cappelletti o passatelli in brodo, cotechino con purè, o arrosto di coniglio con le patate fritte e poi sabadoni. i sabadoni che in altri centri si gustano in date diverse e  che solo qui nella bassa hanno l’insolito ripieno. cuciaroli e fagioli. i sabadoni della mia infanzia arrivavano in dono, che le signore del paese ne omaggiavano le amiche e la parrucchiera era fra queste. su tutti ricordo quelli della pierina. che non li ha mai fatti mancare sulla nostra tavola.

e la tavola era apparecchiata come nei giorni di festa, col servizio buono e la zia “signorina” restava con noi una settimana e si giocava a carte tutte le sere e si facevano i sabadoni da bagnare nella saba, da piatti ricolmi di sugo si prelevavano e si raccoglievano le goccioline con la lingua prima di morderli e poi…esplodeva nella bocca quella sensazione strana di zucchero e aspro, poi solo la dolcezza della castagna, poi ancora il sapore che pungeva le papille e ti faceva venire voglia immediata di mangiarne un altro.

una pasta matta bagnatissima di saba, docile al morso e ricca di sugo e di ripieno. l’ho chiamata anno scorso, tornata da massalombarda e mi sono fatta dare la ricetta, al telefono, col modo sbrigativo di chi una ricetta la fa a memoria. la pierina mi dice: “lessi le castagne secche, ci metti i fagioli,  la marmellata che hai in casa, un pochino di cioccolata, la saba. poi li cuoci e li bagni quando sono cotti. ce l’hai ancora la mia marmellata di cocomero? io ci metto quella” no, la marmellata di cocomero è finita da una decina d’anni, ma ci voglio provare, in onore di sant’apollonia e del paese mio. ma sopratutto ci provo per me.

per la serie che non è ancora finita,  le ricette di casa mia, ecco allora la mia prova sabadoni.

per la sfoglia di pasta:

  • 150 grammi di farina
  • un uovo
  • un cucchiaio di zucchero
  • mezzo guscio di acqua

per il ripieno:

  • 2 etti di castagne secche (cuciaroli)
  • un etto di fagioli cannellini (in barattolo)
  • tre cucchiai di saba densa (il fondo di una bottiglia)
  • tre cucchiai di marmellata (pere, prugne, zenzero e mela la mia)
  • un cucchiaio di cioccolato (in crema della venchi)
  • la buccia grattuggiata di un limone e di un’arancia

la sera prima ho messo le castagne  secche a mollo nel latte. coperte bene. il giorno dopo ho messo sul fuoco e fatto lessare aggiungendo acqua se si asciugava. (due ore abbondanti)

poi ho preparato la sfoglia e l’ho messa a riposare sotto una tazza. nel frattempo ho passato i fagioli al setaccio, un lavoraccio orrendo e faticoso, passaverdure dove sei? ma mi sembrava importante eliminare la buccia e non ho usato il frullatore. poi ho frullato castagne, mescolato a tutti gli altri ingredienti e lasciato riposare fino a sera. quando la bioraria me lo ha concesso ho acceso il forno a 200 e tirato la sfoglia, confezionato i sabadoni (posso fare di meglio) messi su una placca del forno con carta e infornato per 20′, appena tolti li ho bagnati con abbondante saba e serviti alle pazienti  cavie in sala.

le mie note. il ripieno buonissimo, anche a cucchiaiate una dopo l’altra. la sfoglia ha risentito della mancanza di grassi. troppo secca e croccantina ma, come mi suggerisce chiara…potrei farne un vanto, visto che i cuochi gourmet richiedono il contrasto al morso. la pasta troppo secca ha precluso l’inzupamento. anche stamani, dopo un intera nottata a mollo sono ancora due cose separate, più da pucciare che pucciati.

oggi ci riprovo, con una sfoglia più ricca. la ricetta dei sabadoni con ripieno per i poveri e per i ricchi l’ho trovata anche nel libro di ricette di Giovanni Manzoni,  Così si mangiava in Romagna. Cucinario di una vecchia famiglia nobiliare, che suggerisce due diversi modi di cottura, lessati nell’acqua o cotti alla brace. (e la cottura in acqua piovana è la prova che i tempi sono cambiati)

comunque…finchè ci saranno santi da celebrare …li celebrerò!

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11.1.11

solo per la meraviglia di vederlo scritto. io che vivo i numeri a pelle. solo per fare il paio con la prossima di novembre. che sarà un’altra meraviglia. inutile forse, ma affascinante e magica. solo per testimoniare che sono una donna e quindi come tutte le donne ho scoperto che dico una cosa per volerne dire  un’altra. io. proprio io che predico leggerezza e chiarezza. io, in famiglia, con due uomini che (mi dicono) pensano con il sistema binario, ho detto il giorno prima del mio compleanno che non volevo la torta e non l’avrei comprata. solo per struggermi il 5 quando, rispettando la mia volontà, pà e lo sparso non mi hanno sorpresa con candeline e niente. ecco. io ci sono rimasta male. ma se volevo la torta non dovevo dire che non la volevo. complichiamoci la vita dai. però mi aspettavo una sorta di complice collaborazione che a mitch piacciono le sorprese e ci è rimasto male nel vedermi delusa. e si sono difesi dì, ma la colpa è mia. cosa mi aspetto? sono anni che la torta me la compro da me. che il mio compleanno arriva dopo giorni fitti di feste e non ne possiamo più. che dobbiamo smaltire cibo e dolci e carta da pacchi. e poi, come se non bastasse, mi sono lamentata con pà, non pranzi mai con me il giorno del mio compleanno…ti svegli sempre tardi…sono sempre sola…e poi? quanto ci sono rimasta male che invece si è svegliato, vestito e voleva pranzare? io che avevo deciso di andare al mercato e farmi i giri miei?

e allora fra le 11 cose che dovranno cambiare quest’anno ci metto anche il mio atteggiamento. non dire bianco se vuoi nero. non aspettare dagli altri quello che tu saresti disposta a fare per loro. non regalarti se poi te lo rimproveri o te lo rimproverano. fai e non pentirti mai. ma fai quello che vuoi.

con la semplicità basica di una mela cotta:

solo forno e un dito d’acqua

su polvere di amaretti, buona come non si immagina.

mela sono presa. e con una candela sopra mela sono mangiata.

e per continuare il gioco di numeri e parole è stata la mia torta con torto.

 

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maniac

ecco l’ultimo acquisto di una malata di scarpe (tra le altre cose) che pà sopporta con la schiena curva. le mensole, il garage e tutto il caos intorno, nulla mi tocca se mi cade l’occhio sul dettaglio. non resisto al particolare. non resisto al glamour, ma sopratutto non resisto all’affare. una scarpa che mi piace a prima vista. per i colori. dettaglio paulsmith. dettaglio la scatola. dettaglio il fondo in cuoio scarpa sinistra rosa, scarpa destra azzurro. non mi interessa la firma. non se manolo, prada, gucci  o laqualsiasi ma.  se un paio di scarpe che mi piaccionopiacciono, prezzate 275 euro, mi vengono offerte a 70 sulla bancarella del mercato che conosce alla perfezione le debolezze femminili…beh, io non ce la faccio. cedo. e non indosso i tacchi mai, che a piedi, correndo e camminando mi sposto. che con la bici da corsa una volta l’ho fatto. e le comiche si sà. le ho indossate domenica (sabato sich) e mi sono sentita perfettamente io. ho retto un’ora. ma vuoi mettere lo charme di stare a piedi scalzi con scarpe “bellissime” in mano?

credo che la cura del dettaglio, il sacchetto portascarpa, la bustina con il ricambio per i tacchi,  l’interno a righe della scatola, il packaging, le righe che contraddistinguono p.s. anche sotto la soletta, possano giustificare il prezzo di vendita. anche se a quel prezzo io mai le avrei comprate.

e siccome, nonostante, mi sentivo spumeggiante…ecco gli spumini* che non ho portato al battesimo e che distribuirò alle amiche

4 albumi

250 gr di zucchero semolato e a velo in parti uguali

un cucchiaino di succo di limone per sbiancare.

nella planetaria o con il frullatore montare in crescendo gli albumi e lo zucchero, aggiungere le gocce di limone e quando saranno fermissimi stoppare. con il sac a poche formare gli spumini nella placca (me ne vengono 3, di placche) lasciare asciugare nel forno a 80° tutta la notte. se non avessi sportine di problemi da risolvere e se fossi la moglie che vorrei gli spumini li avrei fatti multicolor!

*in romagna le meringhe sono arrivate con i libri stampati. nelle case si facevano gli spumini, nel forno si comprano gli spumini e gli spumoni…ma questo è un discorso che merita di essere ripreso.

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con un certo spring

perchè ho visto le giunchiglie far capolino dietro al tronco nel fosso, perchè ho visto tre margherite nel campo nonostante il grigio fodera del cielo, perchè ogni giorno è un po’ più luce e meno triste, perchè si sente nell’aria il profumo intenso del calycantus e anche perchè avevo finito lo yogurt gelato e senza dolcino il fine pasto non è finito. perchè oggi sono due anni che scrivo qui e non pensavo. perchè lo spunto si prende da fuori e da dentro, perchè le spremo in tutti i sensi…ho preso un’arancia e tutto quello che di arancio ha intorno e ho fatto

ciambella soffice glassata all’arancia, con gelatina al cointrau e canditi d’arancia

per la ciambella sono partita da quella che in origine era quella di ady e ho fatto le mie modifiche:

3 uova medie

200 grammi di sciroppo denso di arance candite (oppure 250 gr di zucchero)

250 gr di ricotta, ,

130 gr di acqua,

70 grammi di olio di oliva,

250 grammi di farina,

pizzico di sale,

lievito una bustina

ho montato le uova con lo zucchero, aggiunto la ricotta setacciata, l’acqua e l’olio, la farina, il lievito e le scorzette tagliate.  stampo da latte brulè, unto e infarinato, forno ventilato a 180° per 50′ prova stecchino se esce bagnato lascio dentro ancora 5′

per la glassa ho messo qualche goccio di succo d’arancia in un bicchierino di zucchero a velo e l’ho colata sulla ciambella, poi ho preso la gelatina e l’ho diluita con il cointrau all’arancia

in un piatto ho tagliato la fetta, l’ho bagnata con la gelatina d’arancia al cointreau e  guarnita con fette d’arancia tagliate e scorzette. l’olio evo che ho aggiunto nel piatto è stata la scarpetta a sorpresa…

. e visto che mi è piaciuta sia la consistenza che il sapore e che è stata apprezzata anche dalla metà critica,  iscrivo questa ricetta  alla raccolta italo-francese ricette dolci all’olio d’oliva. terza classificata. beh…son contenta sono.

scorze d’arance candite

per candire le arance si possono seguire più procedimenti uno è quello che ho già spiegato, l’altro che uso è dettato dalla comodità. mangio un arancia, conservo la buccia. ma è poca per farne una padella e allora la metto a bagno in acqua fredda in un tazzone sul lavello po, ogni volta che mi avvicino al lavello cambio l’acqua. quando mangiamo un’altra arancia la buccia va a fare compagnia all’altra. raggiunte 3/4 buccie mi metto al lavoro. scolo le scorze, le faccio bollire due minuti (perchè saranno già morbide e avranno già perso l’amaro) scolo di nuovo e le peso. stesso peso di zucchero e di acqua e sul fuoco bassissimo. come fa le prime bolle spengo. poi quando saranno fredde fredde riaccendo e così fino a quando, a vista, non sembrano perfette.

per la gelatina di arance avrei voluto provare il procedimento di enza, ma avevo un’arancia con una brutta buccia e l’ho spremuta, a quel punto avevo succo buono, ho pelato un’altra mezza al vivo e l’ho spezzettata, 5 mezze fattine piccole in piccoli pezzetti, l’altra mezza l’ho spremuta e ho messo succo e polpa in un pentolino a fondo spesso. stessa quantità di zucchero del peso di un’ arancia e fuoco lento. con il rigalimoni ho aggiunto la scorza della mezza arancia buona e come per la canditura sono andata avanti accendendo e spegnendo la fiamma a intervalli di rafreddamento. ho ottenuto un (uno solo) vasetto di marmellata gelatinosa e buonissima! non è difficile è solo che ci vuole tanta pazienza.

per la polvere di arancia ho seguito la ricetta di alex e adesso me la sniffo in ogni istante.

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il coniglio aveva fegato

e ci ho fatto un crostino. per il solito meccanismo che mi porta a utilizzare tutti gli avanzi e le parti edibili e non. e mentre me lo mangio mi chiedo se il fegato trattato a patè possa influire sul mal di testa che ieri mi ha buttata sul letto come una giacca smessa. (cit) e non voglio andare a cercare su web perchè mi toglierebbe il gusto di un crostino simil toscano che sarà il mio pranzo di oggi. con la metà a letto e lo sparso pure. e io ho bisogno di questo crostino a cui aggrapparmi. insieme a striscioline  di finocchio crudo e taralli piccanti. e poi una mela da cuocere in un pentolino con chiodo di garofano e cannella, un pugno di uva passa e cercare di riuscire a mangiarla senza bruciarmi la lingua.

fegato per crostini

levate e lavate il fegato e le interiora sparse del coniglio. 4/5 foglioline di salvia, due scalogni, un piccolo spicchio di aglio. sale, olio evo.

in una padellina antiaderente ho messo le interiora a soffriggere con il coperchio. la poca acqua che hanno buttato, l’ho buttata. poi ho unito salvia, scalogno tritato grossolanamente  e aglio schiacciato. ho salato, sfumato con pochissimo vino rosso e fatto asciugare. poi ho frullato tutto insieme aggiungendo poco olio evo a filo. ho tostato un paio di fettine di baguette di un paio di giorni e gustato con il vino rimasto nel bicchiere. poi ne ho preparati ancora due. ho aspettato che lo sparso si alzasse e gli ho imposto la foto di rito. che sicuramente è meglio di quanto possa fare io.

mele nella ciotola

due mele: una fuji e una pink lady. a una ho tolto la buccia che era bruttina. a una l’ho lasciata che era bella rossa e soda. tagliate a pezzetti. messe in un pentolino. cosparse di cannella, una macinata di chiodi di garofano, un pugnetto di uvetta sultanina, zeste di limone più una spruzzata del medesimo. acceso il fornello basso basso e messo il coperchio. dopo due minuti ho aggiunto un dito, poco poco, di acqua. ancora un minuto. saggiato la consistenza. spento e lasciato intiepidire.

ps: ho leccato anche la ciotola. si può dire?

pps: sto scrivendo del coniglio, della trappista e del fatto che avesse fegato…

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cominciamo bene

o meglio ri-cominciamo. dopo 15 giorni di non ufficio, con il riportare in libreria i libri che mi sono stati regalati per disattenzione (vero amore? o non vero amore?) e prendere qualcosa che mi piace, che mi serve, che mi va. poi devo pulire i vetri della sala, (cucina e bagni li ho già fatti). riporre tutte le cose del natale. va fatto. entro subito. o si riempiranno gli occhi di malinconia e di cose da fare che non essendo fatte diventano tormentoni…arghhh!  si è chiusa la porta sugli ultimi amici, preso appuntamento per il prossimo incontro.alla giornata rituale ho contribuito con una  macedonia da gustare con maraschino o con gelato e con i biscottini alla frolla d’arancia (qui ho preso la ricetta, poi l’ho modificata come mio solito) provati il  4 gennaio. prova telefono sotto

devo provare a farne cuori

un uovo, 150 di burro morbido, 20 gr di olio evo, buccia grattugiata di arancia (naturale e non trattata) 100 gr di zucchero a velo, zeste di arancia candite e tritate 200 gr di farina e 100 gr di farina di mandorle. montare uova zucchero e burro, aggiungere polvere e canditi, poi le farine. comporre 3 rotolini e metterli in frigorifero per un’ora. accendere il forno a 180 gradi, tagliari i tubi a rondelle e cuocerli per circa 10′. farli freddare e immergerli nel cioccolato fuso.

ancora troppe cose da mangiare. e tutti i pavimenti da pulire. e mio marito è già scomparso dalla circolazione. si torna alla vita di tutti i giorni senza feste, senza addobbi, con i  ritmi precostituiti. torna l’orecchio alla tele come tornerà alla radio. da domani, luna calante, iniziamo una dieta che ci depuri dal superfluo. per il fisico e per la testa. non ho ancora buttato abbastanza. ripulire e ri-partire leggeri.

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