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il marsala per dispetto

i momenti neri, quelli densi di preoccupazioni, che avvolgono come una morsa e non ti mollano, io e pà li affrontiamo prendendoci la mano e macinando km a piedi. e con la mano nella mano iniziamo a litigare fino a scorticarci il cuore. prendiamo dall’enciclopedia del rinfaccino ogni voce e ogni argomento, non ci risparmiamo parolacce e minacce. ne usciamo sfiniti; io, ne esco sfinita, che la sua lingua è molto più affilata, ma l’ultima parola deve essere mia. “al prossimo ti amo che mi dici ti mollo un calcio nei maroni che andranno a farti da tonsille” lui applaude ironico chiamandomi signora e sale le scale vanverando come un’anziana bisbetica. lo sparso lo sente nell’aria che è il momento giusto per giocare il carico da 11 e inizia a metterci del suo. e le mani, gelide, tornano a stringersi in mutuo incontro. e la nube, che era carica di elettricità, si scioglie. ecco, questo è uno di quei momenti in cui è un abbraccio di mamma che vorrei, un abbraccio che arrivava con la risata prima e con una sequenza di “son tutti uguali, non ascoltarli, è anche colpa tua, devi stargli vicino e alla fine tutto si aggiusta, anche babbo me ne ha fatte passare tante”

me le ripeto salmodiando le sue raccomandazioni e penso che una grande mano, nel nostro vivere incerottati, ce lo ha dato il non ascoltare i consigli di altri che non fosse la mia mamma. non perchè non fossero giusti, ma perchè non ci pensavamo proprio a chiedere consiglio ad altri. e ora che siamo solo noi, ora che sono solo io, quando alzo la cornetta per chiamare qualcuno a cui chiedere, (capita, è capitato un paio di volte) mi assale il fiume in piena di altri problemi non miei, di uno sfogo che mi investe tutta, di problemi diversi e penso che i miei forse sono meno importanti. vado avanti e preparo la ciambella da colazione e siccome ancora una punta di rabbia c’è…la ciambella la faccio come piace a me e non a te.

ho messo il marsala nella ciambella con la ricotta e ho fatto un voto. a ogni litigata cambio un ingrediente e faccio il ricettario del dispetto.

la partenza della ciambella è sempre quella. che è diventata questa. poi il metti e togli fa tutto il resto.

3 uova e 250 gr di zucchero bianco montati per 5′

aggiungo 200 gr di ricotta di mucca (scania 7 fonti)

250 gr di farina 00 mischiata con una bustina di lievito per dolci e aggiungo poco alla volta (non sempre setacciata)

diluisco con una emulsione di marsala all’uovo 130gr e olio di oliva 70gr

aggiungo uvetta e inforno in uno stampo a ciambella unto con olio e passato con pangrattato.

40′ forno ventilato

ps:quando il vino diventa marsala molti lo considerano avariato. io credo invece che sia un modo diverso di considerare l’invecchiamento. c’è chi invecchia senza cambiare, c’è chi invecchia diventando aceto, c’è chi prende aromi e dolcezze e profumi diversi marsalandosi. io vorrei diventar passita.

ps1: (e non parlo di playstation) se lo sparso vedesse la foto che ho fatto mi disconoscerebbe come madre, proprio oggi, il giorno dopoche lo ha visto farmi una dichiarazione di sudditanza.

ps3: la ciambella servita a fine pasto, con una pallina di gelato allo zabaione non ha prodotto il risultato voluto. cioè il dispetto me lo ha fatto lui mangiandola tutta!

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il 28° scudetto

ci  sono anniversari che mi accartocciano il cuore. e ci sono anniversari che invece aspetto con impazienza, come una medaglia, come un gagliardetto che porto con orgoglio, un altro scudetto conquistato in questo campionato di vita a due. cominciata il 4 settembre di 28 anni fa. con lui che faceva il diggei in una radio, che faceva il light jokey in discoteca, che faceva il bassista, ma che faceva soprattutto il figo! con lui che aveva le ragazzine adoranti che lo sognavano e io mica lo sapevo che era tutto sto spettacolo, a me bastava che suonasse la chitarra e mi cantasse qualcosa. io, che partivo la mattina alle 8 e tornavo la sera tardi e non mi sembrava un matrimonio così, io che ho deciso di lavorarci anche insieme per rendere il calvario completo. e l’espiazione totale. io, che dopo un mese di matrimonio, apro la porta al suono del campanello, sera di ottobre, impermeabile addosso a un ragazzo che si trascina una ragazza appresso: “sei la moglie di pà?” sì, perchè? “vedi? vedi? ti devi rassegnare, si è sposato, devi smetterla di parlare di lui e di sognare” – io sono perplessa, ho capito bene? insisto per far entrare la strana coppia, fidanzati da mesi ma con una fissa retrodatata per mio marito. la guardo, io ho ventun anni e lei qualcosa di più, ma lo vedo che quella grande son io. perchè non sono gelosa, mi fa solo tenerezza e vorrei anche aiutarla, chissà come si sente lei. e mio marito da un mese che le dice “ma non me lo hai mai fatto capire…” gli avrei tirato un cartone, a mio marito,  che con quella frase l’ha per sempre legata a un se. ecco, questa è una di quelle scene indelebili del nostro matrimonio che ricordo con affetto, perchè mi sono sentita anche fortunata per un mesetto ad aver sposato un tale fenomeno. un mesetto è bastato per constatare che il fenomenale doveva ancora arrivare. non ho smesso di aspettarlo però. intanto mi sono goduta tutti i suoi difetti e lui i miei. e quando guardo i tuoi non capelli e i fili bianchi e la ciccia che finalmente hai messo su e mi sembri meglio adesso di quanto ti ho conosciuto capisco che non mi è ancora passata. porcapuzzola. preferivo di sì, che nei momenti in cui non ci sopportiamo, ti nonsopporterei meglio se non. e buon anniversario.

 

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cominciamo da parigi

il nostro viaggio in normandia e la serie di cose da dire che si è accumulata nel settore “condividere”

parigi 1988. prima volta. poi parigi 1999, infine parigi 2011. parigi ogni 11 anni. quasi un richiamo. un vaccino. una consolazione. parigi è bellissima. nulla da aggiungere? tappa obbligata per noleggiare auto, per accertare il fatto che la erre parigina mi eccita, per rivedere la zona butte-montmartre dopo averla vissuta con amore 11 anni fa. con amore e 7 punti freschi in testa. parigi per 12 ore all’andata e 12 ore al ritorno. il tempo per girarla a piedi sotto il sole e sull’ orlybus sotto la pioggia. il tempo per scoprire che non ci sono abbastanza posti dove pà possa mangiare e non ci sono abbastanza ore per me per provare tutte le boulangerie. parigi presa per le punte delle matite che avevano segnato due “da non dimenticare”:  i pirottini visti da elga per me, l’apple store per lo sparso. missione compiuta. mi resta l’urgenza di tornarci da curiosa lettrice di blog che hanno liste lunghe di luoghi che “volevo voglio vorrò”  vedere.

sono andata a correre alle 7 ai giardini di lussemburgo. insieme a tanti come me. tre giri del parco. una sosta per lo stretching e gli esercizi a terra. sentirsi parigini per un attimo è un attimo

ho trovato incredibili questi negozi

                                                                                                                                                                       lo speziale

                                                                                                                                                                   il vintage

                                                                                                                                                              la nastreria

                                                                                                                                                             la cappelleria

                                                                                                                                                              la pentoleria

ho trovato una pizza per pà che mi ha evitato diverse soste al  mac e un spezialità alsaziana di cui, ‘gnorante, non avevo mai sentito parlare: flam’s

ho provato il piacere  di sedere fuori da “le pain quotidien”, in rue de montorgueil e gustare un piatto, ridere e commentare i passanti e fotografare il francese tipo: uomo con giornale e baguette. ma anche uomo con 24 ore e baguette, uomo con champagne e baguette, uomo con bambini e baquette.

uomo che mangia baguette, uomo che indossa baguette…e potrei continuare all’infinito. di parigi mi resteranno negli occhi queste immagini, l’eleganza soave delle ragazze, i baci dati, esibiti e fotografati, le ballerine ai piedi, il vento e un traffico inimmaginabile. nenache a napoli. che racconterò.

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la settimana enig-mitica

piena di impegni, di incontri programmati e inaspettati, di cose da fare e da dire, di mezzi e di interi di trasporto, di stazioni da cui partire e di stazioni a cui riprendere uno sparso che ti raggiunge e di città che scorrono una dopo l’altra in soli 7 giorni di rebus, barzellette e cruciverb’azioni.

                                                          milano: indovina dove…

                                                          ravenna: trova l’intruso

                                                           rimini: indovina chi.

                                                          modigliana: trova le differenze

                                                           direzione: romagna o toscana?

e dopo una settimana tutta piena di cose fatte e risolte, di lavori che mi hanno dato soddisfazione e di persone che sono una soddisfazione, mi aspetto una settimana di nodi al pettine, perchè se è vero che sono stata fuori 3 giorni passando dalla lombardia alla romagna, dalle marche alla collina…è vero anche che i due uomini in casa si lasciavano vivere e sopravvivere, ma sopratutto si lasciavano sopraffare dalla pigrizia e domenica al mio rientro ho potuto constatare che: pantaloni, mutande e calzini sulla strada della doccia…ok lo sparso è rientrato; silenzio totale ai miei richiami pà è in cuffia o dorme. la seconda che ho detto. e sono quasi le 18.

forse voglio un’altra settimana piena. piena di me. ancora.

ps

ho le ortiche, i tortelloni, la frittata e il risotto. una goduria. domani. ho il thai e il lemon gras e un’amica tutta da spacchettare e impacchettare, presto

che cosa apparità?

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pic nic trip

mi è presa la fissa del pasto al parco. vado in piscina 3 volte la settimana (complice il mese regalato dalla socia) e ho scelto l’ora pranzo, vasche vuote, relax reale. esco alle 15. un giorno un gelato al parco, un giorno un panino all’altro parco. il sole, i colori in hd della primavera, verde in tonalità astuccio, esplosione di fiori e la sghisobentina portata da casa.

prima di uscire la mattina preparo il pranzo per gli uomini e il pranzo per me. e al parco questa volta ci ho portato anche l’uomo grande, che allunga l’ora colazione e lascia da solo l’uomo piccolo a cucinare. non gli ho chiesto se voleva favorire. un panino ai cereali, con philadelphia e insalata, peperoncino e sale …non è quello che lui chiama mangiare.

dicevo che me lo sono portato, l’uomo grande,  come si fa con una radiolina. lo sistemi sulla coperta e lo accendi.

e l’uomo inizia a parlare e gesticolare e a dire e a santificare fino alla fine del panino, compreso di tempi per iphonfoto (l’unico mio mezzo attuale) e quando apro il bento con l’insalatina mi fa:

“ma che schifo è piena di formiche” …amore è sesamo tostato. contiene molto zinco. “anche la bara contiene molto zinco”

a parte queste battute, concernenti il mio mangiare, non ricordo mica di cosa ha parlato. perchè guardavo i rami sopra di me, sdraiata sulla schiena e guardavo il parco che dovrebbe essere un giardino botanico e mi sembrava tristemente abbandonato, guardavo l’adesso che mi piaceva e non avevo voglia di ascoltare. credo anche questo contribuisca a salvare il matrimonio e aiuti a tirare avanti. non ascoltare. a volte ci salva la giornata. (credo che gli uomini utilizzino da tempo questa tecnica)

sarebbe stato un pic nic quasi perfetto se mi fossi portata anche il sale e la forchetta.

la prossima volta porto loro invece di.

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mezza notte

4:40 quasi mattina. gli occhi hanno guardato l’ora, la mente ha sbuffato contrariata. pipì, al buio, non voglio svegliarmi più di così. ma ritornare a letto non serve. resto immobile in un silenzio pieno di voci, aspetto che il sonno mi porti via. quanti sussurri ha la notte? nella veglia sento il muro borbottare, saranno i tubi del riscaldamento, sarà la caldaia due piani sotto, sarà colpa di questo borbottio che l’umidità vicino al box doccia non accenna a diminuire? sono ferma e silenziosa e ascolto il dormire di pà. non voglio svegliarlo, ma mi preoccupa il suo muoversi a scatti. lo osservo nel buio pesto della stanza. potrebbe essere sveglio? ha il respiro di chi non sta dormendo. ma fingo di niente che cominciare a chiedersi perchè anche lui non dorma e rischiare di dover intavolare una conversazione…sono codarda. e sono già le 5 e un quarto. potrei alzarmi a stirare ma chi cavolo me lo fa fare? penso che dovrei portare l’eco tiroidea far vedere a uno specialista. che un grappolo di noduli non sono meglio di niente. penso che ho caldo. mi scopro e pà mi copre. sei sveglio? sì. ecco, lo sapevo. adesso devo coccolare la sua insonnia. perchè? non lo so, mi abbraccia stretta e io penso che non vorrei nessun altro tipo di avances. se ci prova mi alzo. poi l’abbraccio si fa più morbido e lo sento ridere. perchè? perchè adesso che siamo svegli in due mi sento meglio. ci andiamo a fare una camomilla? a me non piace la camomilla, mi agita. meglio un latte e miele dai. e così ci alziamo, scendiamo furtivi le scale, ci facciamo due tazzone di latte bollente e nello stesso modo furtivo torniamo a letto. sono le sei. alle 7 per me suona la sveglia. e  mi verrà da spegnerla e continuare a dormire. che lo so, adesso che si stringiamo amore mio insopportabile, adesso dormiamo.

 

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frasi d’amore quotidiane

dacci oggi…e dacci domani…

(attenzione, questo post è vietato a chi si sente urtato da un linguaggio non in linea con il trattato di…)

sei come tua madre (io a lui) egoista e solitario

sei come tua madre (lui a me) mentre mangi non ti fermi a respirare

vaffanculo a te e a tutta la tua famiglia (lui a me)

lo sai che ti sposerei di nuovo, subito?

ma non vedi che sei più larga che alta?

dov’è il mio tavoliere delle puglie?

ma guardati! panzunaz e plè

sei bellissimo.

tu e tuoi comportamenti uterini

ragioni col cazzo

non me ne frega una sega nè di te, nè di tuo figlio

quando non ti sento mi manchi moltissimo

non sei capace di tenere in ordine le tue cose, figuriamoci le mie (lui)

non devo mettere in ordine niente io, non c’è niente di mio qui (lui)

sei tu la donna, devi farlo tu

se non ci sei mi preoccupo

sei tutta la mia vita

tu continua a parlare sapendo che non me ne frega un cazzo di quello che dici

mangio per sopravvivere, mi basta un panino, sei tu che sei fissata col cibo

amore?

questo è l’amore di ogni giorno e non solo l’ardore plasticoso e cioccolatoso e coccolatoso del 14 febbraio. giorno famoso per il caro pasto e il trattamento pilotato del cliente…lasciando sanvalentino alle celebrazioni commerciali noi, sposati da una vita, ce lo scambiamo nel quotidiano vivere l’amore. festeggiando quando lo sentiamo più simile a noi, brontolando quando ci ignora. e continuando a raccontarselo, che è il modo più facile che io conosca per ritrovarsi. e mai per convenzione, ma ogni volta che ci va, parliamo di come ci siamo incontrati e di come lui subito abbia pensato che ero io e di come io subito abbia pensato che era una testa di cazzo.

i biscotti sono quotidiani. la forma è straordinaria. ci ho voluto provare. e sono anche soddisfatta. io poi, che credo nei segni…che significato ho dato ai cuori uniti in cottura?

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beata domenica

di pioggia e neve, perfetta per rinchiudersi in casa, accendere il forno, tortamelare e finalmente rassegnarsi a stirare. un mucchietto di panni che diventa una cima in un nanomomento. fatto di camicia, una, di copripiumoni, due, di federe, sei e di tutto quello che non posso fare a meno di passare col ferro. tentazione forte per certi figuri parlamentari che ultimamente hanno la telefonata facile. ma.

beata fastweb che interrompe le connessioni casalinghe e ci isola come solo la neve del 1985;  beato il marito, appena svegliato e pigiamato, che si annoia, povero! e prende la chitarra e si siede per terra e si mette a suonare per una mogliedaunavita che stira divertita, canticchiando canzoni trite e bellissime, guardando fuori il mondo grigio e il mondo blu, facendo pieghe false su pantaloni veri. beata me. che non mi serve altro in una domenica 30 gennaio. venuta dopo un sabato 29 che mi ha portato a fare un giro al mare il quale, per una volta, era meno interessante della persona che andavo a incontrare. che anche questo è motivo per sentirsi beata. perchè mi è capitata.

una domenica così.

un kg di mele varie. 180 gr di farina integrale, un bicchiere di latte, un uovo, un pugno di uvette ammollate nel gin (da finire), mezza bustina di lievito paneangeli, cannella un tot. una macinata di chiodi di garofano. 100 di zucchero di canna e un cucchiaio di miele. la buccia di un limone e il limone spremuto. ho preso la teglia dove avevo cotto le mele e nel fondo aveva uno strato solido di gelatina gustosa, ho versato il composto preparato con il frullatore, prima tutti gli ingredienti liquidi e poi quelli secchi, messo tutto sulle mele a pezzettoni cosparse di limone e in forno per un’ora a 200°

forse ne è rimasto un angolo da fotografare. dopo. dopo lo faccio.

e poi ho pensato: beata la chitarra. che voglio vedere un pianista spostare il piano e artistare nella camera dell’armadio, o innamorarsi di un ragazzo incontrato in stazione, con gli occhi azzurri e il suo pianoforte in spalla. o trovarsi tutti insieme, sulla spiaggia, porta la batteria che cantiamo qualcosa.

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d-2 e la rabbia per le scale

e la neve? la neve promessa? cielo plumbeo e pioggia battente. inizio appena sveglia con 120 torsioni, tg la7, nervi, 100 addominali. fialetta di zinco. 3 tab di spirulina.  e come il giorno 1, due mug di acqua uno con limone. kiwi, 3 fette bisco integrali con marmellata di prugne. un caffè. pulisco la cucina, si alza lo sparso,  colazione?

e non mi devo stupire se poi lui dice che non se ne va all’estero perchè sta troppo bene qui. pronti? lascio la cucina in stato di abbandono e affrontiamo la pioggerellina che non diventa neve. dall’ufficio prendo la bici e posta. un’ora per ritirare una multa autovelox. lo sapevamo. lo sparso faceva i novanta, limite 70 e scopriamo che se si superano i limiti dalle 22 alle 7 del mattino la multa aumenta di un terzo. maddai? posso dire vaffanculo? anche senza rallentatore. 219 euro. stare calma mi fa bruciare almeno 200 calorie. la fila alla posta per pagare una bolletta pure. e avevo anche preso il numero sbagliato. torno in ufficio e cerco di concentrarmi. fino a quando non mi accorgo che sono le 13 e 30. pà non si è fatto vedere. le ore piccole notturne pesano sui 50enni. si pranza noi due. un piatto di tortelloni pasticciati con gli avanzi per mitch e un’anca di tacchino arrosto per me. anca meno bastava. con le puntarelle in pinzimonio. un’ anca di tacchino, iniziata con coltello e forchetta, presa a morsi vicino all’osso…è tanta. è tanta e riempie assai. termino il pasto con una mela cotta. dolce. pà mi sta seduto addosso, sulla sedia, mi respira sul collo e ogni volta che addento l’anca geme. effetto strano. vieni a vedere che bel lavorino ho fatto! cosa? vieni a vedere. hai caricato per l’isola ecologica la macchina! bravo! sono stato bravo vero? eh? bra vi ssi mo! (ho mai parlato del bisogno costante di applausi che hanno i tori?) sventolo il drappo rosso. gli parlo di copripiumoni da piegare. sbuffa, pronto ad attaccare. ma cede. gli lascio la parte facile…

in un attimo lo sparso è pà sono pronti per andare. una sola destinazione, una macchina sola. io però sto passando l’aspirapolvere sulle scale. loro aspettano impazienti. con le braccia conserte. in piedi. in cucina. sento la rabbia che sale mentre scendo le scale. sbatto l’aspirapolvere con decisione. mi attardo a passarla in cucina, inisisto. loro sono berrettati, giubbonati, guantati. io ho i calori dalla rabbia. la giornata prosegue con il mercato contadino senza cavoli che sono finiti tutti. ma quanto cavolo mangiano tutti? mi accontento della ricotta cremosa di scania settefonti. di un culo di cappuccio, di un pugno di spinaci. di un pezzetto di pecorino. e in ufficio a piedi solo pochi chilometri, dopo un’immersione nostalgica in foto dal passato, mi faccio passare i nervi “sfettolando” pecorino, accompagnando con una mela e un cracker integrale, la mia voglia di tornare indietro.

ps: l’ho detto che mi sono fermata a prendere tre bignè allo zabaione da fiorentini? uno per ciascuno dei tre deficienti che sono in ufficio me compresa? e che razza di dieta è la mia? la simildieta. uguale uguale al similpelle.

sono le 23e03 dovrei aver messo sottochiave la gola, invece sto mangiando una mela scotta. e mi brucio la lingua.

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noi no

capita di cambiare per amore. di farsi piccole per amore. capita di ignorare le aspirazioni, di calpestare le idee. capita di non sapere quando fermare l’ansia di compiacere all’altro e capita di accorgersi che il noi è più che altro lui. inversamente l’io diventa piccolissimo (il nostro) e smisuratamente grande (il suo).

noi no.

due giorni al femminile plurale, così plurale che la conta diceva 9 a 2. e la cosa che mi ha colpita è stata proprio leggere sulle facce dei due uomini presenti, complicità e soddisfazione. ammirazione curiosa partecipazione e forse anche un pizzico di invidia.

io e lei ci siamo sentite grate della libertà concessa e, da single per un giorno, ci siamo portate a spasso nei pensieri la parte mancante della coppia. con il senso di liberazione che vi permetteva di sostare a tempo indeterminato davanti a un tagliabiscotti e con la voglia di tornare a vivere insieme l’orchesstra di piazza navona

ho osservato sui visi, riconoscendomi, gli sguardi  di intesa, l’ansia di chiamare casa, la presa in giro giocherellata di chi non poteva defilarsi perchè lei ci metteva a tavola. una tavola sullo stesso rigo.

amò, diceva lei, riportandomi ad altri diminutivi, rivelando la complicità e l’abitudine all’intercalare costante. noi con la libertà di mangiare, ridere, parlar dei loro difetti, ascoltare i nostri e ridere. noi no, non sembriamo diverse da noi stesse se siamo con o senza di loro. siamo solo una metà piena di cose da raccontare poi.

quando siamo noi e non io o tu. quando la libertà è in due. quando riusciamo a camminare anche da sole. quando dobbiamo lasciarci andare e riprenderci. compagni di giochi e di marachelle, compagni con i quali discutere ma che ci appoggiano sempre e ci danno sostegno. compagni che ci danno la possibilità  di trovare nuove amiche senza esserne gelosi. (mi è successo sì)

a queste femmine e ai loro compagni la mia ammirazione: palese e dichiarata. totale e incondizionata. nessuno le vorrebbe diverse. nemmeno i mariti, presenti, assenti e futuri 😉

per altre immagini dell’incontro che ho già detto qui.

per un marito…inutile cercare, arriva quando serve.

sto preparando il brodo di giuggiole…è sempre bene tenerne un pochino di scorta.

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