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pollo peperoni e pazienza

perchè è accertato, io sono un pollo,  i peperoni li adoro…e pazienza se non sono sempre digeribilissimi, pazienza se siamo due mamme e due ragazzi grandi, pazienza se i mariti latitano e i magoni sorgono, pazienza se i discorsi che ascoltiamo non sono sempre quelli che vorremmo sentire, pazienza se i bambini non sono tutti carini, pazienza se ci si lamenta se piove, se fa freddo, se c’è caldo, se c’è sole, se il prezzo della sdraio equivale a un ingresso in piscina, se la fatica fatta non ottiene il risultato agognato sulla bilancia. pazienza? dove si compra la pazienza che la mia è finita e mi viene voglia di urlare?  meglio pollo e peperoni di sicuro…

anno scorso aveva cucinato suo figlio, quest’anno ci siamo incontrate, abbiamo condiviso 4 giorni di confidenze, di sfoghi, di complici sguardi e non ci conoscevamo neanche,(un comportamento degno delle migliori blogger). lei mi ricorda, nel sorriso e nell’ironia, nella cadenza del parlare e nell’estro dell’attimo, uno jannacci al femminile. e in cucina si muove meglio se lasciata in pace, a fare con i suoi gesti, con i tempi che le servono, con i modi di un architetto che in cucina si ritira per trattenere il cliente venuto firmare il disegno.

un piatto deliziosamente speziato, fresco, leggero anche se fritto. me lo ha raccontato, io ho solo dato una sbirciata alla pentola a fine pasto e ho trasferito l’olio avanzato dalla cottura in un vasetto per insaporire una pasta prima che l’estate sia finita.

Pollo e peroni in salsa curry – cottura in tre tempi

un peperone giallo, un peperone rosso, tre zucchine mezzo chilo di petto di pollo, farina/curry, olio evo per friggere

primo tempo: in una padella mettere mezzo litro di olio evo, lasciare scaldare e friggere i peperoni tagliati a listarelle sottili, scolare e mettere in terrina;

secondo tempo: nello stesso olio friggere quindi le zucchine tagliate a pezzettoni lunghetti, scolare e mettere nella stessa terrina

terzo tempo: ora l’olio sarà pronto per accogliere il pollo tagliato a tocchetti e infarinato nel mix farina/curry, una volta dorato trasferire nella ciotola di cui sopra. salare. servire  a tre adulti di cui uno di ritorno dalla disco all’alba, che ci ha fatto colazione. e pazienza!

e questa volta grazie a marco, che mi ha portato la mamma, che non sempre le mamme son fatte per incontrarsi e piacersi, uguali nel chiamare amore, ma questa volta sì.

ps lungo oggi

oggi 9/9 ricorre il centenario della nascita di cesare pavese: il corpo / si godeva furtivo la carezza del sole/ insinuante e pacata come fosse un contatto

(non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi) aforisma

sempre oggi 9/9 ricorre il tredicesimo anniversario dalla scomparsa di battisti. “la gallina coccodè, spaventata in mezzo all’aia fra le vigne e i cavolfiori mi sfuggiva gaia…”

ogni giorno è un anniversario. ogni giorno ringrazio di essere io e ogni giorno sfuffo perchè sono io.

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cominciamo da parigi

il nostro viaggio in normandia e la serie di cose da dire che si è accumulata nel settore “condividere”

parigi 1988. prima volta. poi parigi 1999, infine parigi 2011. parigi ogni 11 anni. quasi un richiamo. un vaccino. una consolazione. parigi è bellissima. nulla da aggiungere? tappa obbligata per noleggiare auto, per accertare il fatto che la erre parigina mi eccita, per rivedere la zona butte-montmartre dopo averla vissuta con amore 11 anni fa. con amore e 7 punti freschi in testa. parigi per 12 ore all’andata e 12 ore al ritorno. il tempo per girarla a piedi sotto il sole e sull’ orlybus sotto la pioggia. il tempo per scoprire che non ci sono abbastanza posti dove pà possa mangiare e non ci sono abbastanza ore per me per provare tutte le boulangerie. parigi presa per le punte delle matite che avevano segnato due “da non dimenticare”:  i pirottini visti da elga per me, l’apple store per lo sparso. missione compiuta. mi resta l’urgenza di tornarci da curiosa lettrice di blog che hanno liste lunghe di luoghi che “volevo voglio vorrò”  vedere.

sono andata a correre alle 7 ai giardini di lussemburgo. insieme a tanti come me. tre giri del parco. una sosta per lo stretching e gli esercizi a terra. sentirsi parigini per un attimo è un attimo

ho trovato incredibili questi negozi

                                                                                                                                                                       lo speziale

                                                                                                                                                                   il vintage

                                                                                                                                                              la nastreria

                                                                                                                                                             la cappelleria

                                                                                                                                                              la pentoleria

ho trovato una pizza per pà che mi ha evitato diverse soste al  mac e un spezialità alsaziana di cui, ‘gnorante, non avevo mai sentito parlare: flam’s

ho provato il piacere  di sedere fuori da “le pain quotidien”, in rue de montorgueil e gustare un piatto, ridere e commentare i passanti e fotografare il francese tipo: uomo con giornale e baguette. ma anche uomo con 24 ore e baguette, uomo con champagne e baguette, uomo con bambini e baquette.

uomo che mangia baguette, uomo che indossa baguette…e potrei continuare all’infinito. di parigi mi resteranno negli occhi queste immagini, l’eleganza soave delle ragazze, i baci dati, esibiti e fotografati, le ballerine ai piedi, il vento e un traffico inimmaginabile. nenache a napoli. che racconterò.

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quando scrocca l’ora

si sdraia accanto a me nel letto, di ritorno dall’allenamento di pallavolo, poggia la testa di fianco alla mia ed è in questo momento che se chiudo gli occhi posso immaginarmelo minuscolo com’era. un gomitolo di bimbo che mi attorcigliava l’orecchio per dormire. sospira. “mamma?” mmh? “com’è difficile tenersi gli amici” (tasto dolente, tasto dolente, tasto dolente). “è difficile anche riconoscerli” (tasto nuovo stesso discorso) fingo di non capire, perchè tesoro? devi sempre chiedere come va, devi sempre ascoltare quello che hanno da dire, devi sempre appoggiarli in tutto e poi non tocca mai a te. nessuno chiede a me come sto. cosa voglio fare. cosa sento. hanno solo l’urgenza di dire. e di insegnare, mamma, di insegnare qualsiasi cosa abbiano appena imparato a fare o non fare. (e adesso cosa dico? che la penso spesso anche io così? che vorrei avere mamma a fianco nel letto per sentirmi abbracciare e basta?)

sono momenti in cui è difficile farsi ascoltare tesoro. tu continua a chiedere, ascolta, partecipa. e quando sentirai che l’altra persona tace e vedrai il suo sguardo che ti guarda…ecco, quello sarà un amico. non sono necessarie sporte di amici. ne basta uno davvero. ma che sia vero. a volte si passa tutta una vita senza trovarne uno. ogni persona che incrociamo ha qualcosa di bello da dare. cerchiamo di dare anche noi qualcosa a loro e non pretendiamo di essere sempre noi in primo piano. il primo pensiero. e poi sai, spesso, gli amici anche quelli veri, ci danno per scontati. finchè siamo insieme, come in tutti i rapporti.

mamma? -mhh- mi sono piaciute le ragazze di venerdì. peccato non avere avuto più tempo. già. loro mi sembravano interessanti. già. davvero. anche il fotografo che ci ha raggiunte la sera. spero di non essere stata troppo o troppo poco. mamma? mh? ha ricominciato a parlare pà? no. ma non ti preoccupare. gli verrà l’urgenza di dire. quando avrà bisogna di scroccare qualcosa…uno scroccadente per esempio:

li chiamiamo scroccadenti o straccadenti, sono cantucci, tozzetti alle mandorle, biscotti da vino. bagnati in un passito di pantelleria, in un moscato di alba, o in una rosa di quinzân

i miei sono gli scroccadenti di antonella, la veterinaria amica mia che mi ha dato ricetta al primo compleanno d’asilo dei nostri figli.

4 hg di farina doppio zero, 3 uova, 3 hg di zucchero, 2 hg di mandorle non pelate, vaniglia, pizzico di sale, mezzo bicchierino di cognac, un cucchiaino di lievito per dolci. (la sua ricetta prevedeva 3 hg di nocciole e 20gr di burro, gusto diverso ma ugualmente buono)

mentre la planetaria mischia tutto tranne le mandorle che sono a tostare nel forno messo a 200°  preparo le teglie con la carta forno. almeno due per accogliere i quattro salsicciotti di pasta. la consistenza dell’impasto non deve essere troppo molle, deve staccarsi dal tagliere, se occorre aggiungere poca farina (dipende dalla grandezza delle uova) una volta che le mandorle sono tostate, farle raffreddare e tagliarle grossolanamente con il coltellone. le mettvo intere ma ho notato che poi gli scrocca si tagliano peggio. le aggiungo all’impasto e formo quattro o cinque salamotti come quando si fanno gli gnocchi, poi vanno appoggiati sulla carta forno ben distanziati l’uno dall’altro e infornati per una ventina di minuti. devono dorare. togliere la teglia dal forno, tagliare i salamini a tozzetti e infornare nuovamente fino a gusto personale.

marie e maite me le sono godute. il fotografo dallo sguardo divertito l’ho appena conosciuto. la presentazione e le loro parole sono state generose, chi c’era mi ha confermato quello che pensavo. sono straordinari i calycanti e con i loro occhi e le loro parole anche la provincia è diventata straordinaria. non mi sono fatta fare l’autografo. ma rimedierò.

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mi correggo, forse è già estate

ho visto un fiorir di biciclette svestite e giovanotti vestiti solo di ormoni.

ho tuffato la faccia  in un gelato per pranzo e mi è bastato

ho innaffiato le odorose come se fosse giugno

ho visto lo sparso andare alla macchina a scaricare un sacchetto con il monopattino

e poi lavare la macchina dentro e fuori, bagnandosi i piedi per il caldo (quanti anni ho detto che ha?) e appena finito non contento passare alla vespa e lavare pure quella.

ho visto schieramenti di motociclisti occupare la strada, disoccupazione o occupazione?

Ho visto una zanzara. mentre ero sotto la doccia. e le ho fatto un gavettone.

ho sentito un pakistano al mercato fare i complimenti a una romagnola e indicare due signore di colore come brrr…è razzismo d’elite?

ho visto un vestito verde a fiori e non credo che resisterò

e adesso faccio colazione al sole del mio inesistente giardino come ogni mattina da un po’

e ieri ho fatto un risotto di primavera, con gli stridoli, strigoli, stribuono lo assicuro.

risotto per due:

un porro, un mezzo bicchiere di vino bianco secco, un mazzetto di stridoli, un mezzo litro di brodo vegatale, 6 cucchiaiate di riso vialone nano e pochi dadini di pancetta affumicata per convincere vostro figlio che sarà buonissimo.

nel coccio far stufare il porro con la pancetta e poco olio, sale e acqua. aggiungere il riso, tostarlo, il vino, farlo sfumare, aggiungere gli stridoli (non li avevo neanche spezzati) e il brodo a cuocere.

mantecato con castelmagno (sono una signora!) e servito allo sparso che non si sparge.

e poi sono stata un’ora sul wc stamattina, per leggere le pagine di chi seguo, rispondere le mail, facebucare e twitteria bella, ma son normale? boia se è tardi!

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figli del froben

mi sveglia la sensazione di averlo alle spalle. mi alzo, senza pensare a iniziare col piede giusto, cercando di trovare la strada nel buio della stanza. il suo respiro è così lento e regolare che devo avvicinarmi per controllare che sia vivo. scendo le scale con un solo occhio aperto. l’altro si rifiuta. e alle spalle sempre la stessa sensazione. provo a muovermi. non cambia niente. acqua, limone, caffè. dopo colazione passa. me lo ripeto per convincermi. ma non conta. la parte destra non collabora. parte dalla spalla, sale al collo, arriva all’occhio. fottutissima cervicale. nervo scoperto, sensibile a ogni cambiamento di tempo, pressione, fasi lunari. metto un cerotto di fluiboprofene. prendo una bustina di aspirina. faccio respiri lunghi e scaldo il sacchetto di noccioli di ciliegia. brucia. lo indosso. non brucia abbastanza, vorrei darmi fuoco. volevo fare tanto. ma mi trascino con nessuna meta. non riesco a godere della “malattia” non riesco a leggere, a guardare la tele, niente film, discorsi, facebook, non posso pensare di cucinare, delego. tanto con una doppia, tripla colazione gli uomini di casa se la cavano. e non mi chiedono se me la sento di mangiare qualcosa. ho male alla testa. lo sanno che mi devono stare lontani. è già sera inoltrata quando cedo e mi attacco alla bottiglietta del froben. ha insiste mitch, mamma lo sai, a noi passa tutto col froben. ce lo ha ordinato la pediatra vent’anni fa. non abbiamo più smesso di usarlo. mai di abusarlo. ma volevo provare a stare senza.

poi il giorno dopo daccapo. ma ho scoperto che un bicchiere di prosecco ha lo stesso effetto. che sia placebo non mi interessa. è passato il mal di testa. ora passo la bottiglietta al piccolo che si è ibernato le mani a bobbare sulla neve col sangue al naso. non fa bene. non alle mani scoperte a -8.

ps in cucina solo polvere. ma non la mangia nessuno.

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d-2 e la rabbia per le scale

e la neve? la neve promessa? cielo plumbeo e pioggia battente. inizio appena sveglia con 120 torsioni, tg la7, nervi, 100 addominali. fialetta di zinco. 3 tab di spirulina.  e come il giorno 1, due mug di acqua uno con limone. kiwi, 3 fette bisco integrali con marmellata di prugne. un caffè. pulisco la cucina, si alza lo sparso,  colazione?

e non mi devo stupire se poi lui dice che non se ne va all’estero perchè sta troppo bene qui. pronti? lascio la cucina in stato di abbandono e affrontiamo la pioggerellina che non diventa neve. dall’ufficio prendo la bici e posta. un’ora per ritirare una multa autovelox. lo sapevamo. lo sparso faceva i novanta, limite 70 e scopriamo che se si superano i limiti dalle 22 alle 7 del mattino la multa aumenta di un terzo. maddai? posso dire vaffanculo? anche senza rallentatore. 219 euro. stare calma mi fa bruciare almeno 200 calorie. la fila alla posta per pagare una bolletta pure. e avevo anche preso il numero sbagliato. torno in ufficio e cerco di concentrarmi. fino a quando non mi accorgo che sono le 13 e 30. pà non si è fatto vedere. le ore piccole notturne pesano sui 50enni. si pranza noi due. un piatto di tortelloni pasticciati con gli avanzi per mitch e un’anca di tacchino arrosto per me. anca meno bastava. con le puntarelle in pinzimonio. un’ anca di tacchino, iniziata con coltello e forchetta, presa a morsi vicino all’osso…è tanta. è tanta e riempie assai. termino il pasto con una mela cotta. dolce. pà mi sta seduto addosso, sulla sedia, mi respira sul collo e ogni volta che addento l’anca geme. effetto strano. vieni a vedere che bel lavorino ho fatto! cosa? vieni a vedere. hai caricato per l’isola ecologica la macchina! bravo! sono stato bravo vero? eh? bra vi ssi mo! (ho mai parlato del bisogno costante di applausi che hanno i tori?) sventolo il drappo rosso. gli parlo di copripiumoni da piegare. sbuffa, pronto ad attaccare. ma cede. gli lascio la parte facile…

in un attimo lo sparso è pà sono pronti per andare. una sola destinazione, una macchina sola. io però sto passando l’aspirapolvere sulle scale. loro aspettano impazienti. con le braccia conserte. in piedi. in cucina. sento la rabbia che sale mentre scendo le scale. sbatto l’aspirapolvere con decisione. mi attardo a passarla in cucina, inisisto. loro sono berrettati, giubbonati, guantati. io ho i calori dalla rabbia. la giornata prosegue con il mercato contadino senza cavoli che sono finiti tutti. ma quanto cavolo mangiano tutti? mi accontento della ricotta cremosa di scania settefonti. di un culo di cappuccio, di un pugno di spinaci. di un pezzetto di pecorino. e in ufficio a piedi solo pochi chilometri, dopo un’immersione nostalgica in foto dal passato, mi faccio passare i nervi “sfettolando” pecorino, accompagnando con una mela e un cracker integrale, la mia voglia di tornare indietro.

ps: l’ho detto che mi sono fermata a prendere tre bignè allo zabaione da fiorentini? uno per ciascuno dei tre deficienti che sono in ufficio me compresa? e che razza di dieta è la mia? la simildieta. uguale uguale al similpelle.

sono le 23e03 dovrei aver messo sottochiave la gola, invece sto mangiando una mela scotta. e mi brucio la lingua.

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21 di 21

non mi chiedo oggi che uomo tu sia diventato. non mi chiedo oggi cosa diventerai. oggi mi riguardo i tuoi anni compiuti con struggente nostalgia e beata mammitudine. e alle 18 ti preparerò un bagno caldo, quindi fatti trovare in casa, per celebrare la tua nascita e la mia felicità di avere un figlio che mi fa imbestialire, ridere, pavoneggiare, incavolare. un figlio di 21 anni, cresciuto con le malsane idee di pà, che per regalo per il compleanno gli inventava videogiochi con caccia al tesoro. e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. non hai ancora smesso di giocare.

21. uno dopo l’altro. è la maggiore età per eccellenza, potresti votare per il senato se solo il governo cadesse. potresti scegliere di cambiare le cose se solo ci credessi davvero. potresti fare della tua vita un viaggio di piacere, vivendola davvero. e io è questo che ti auguro in questo giorno di 21, giorno di yule, giorno che hai scelto tu per nascere, che non era quello previsto. solstizio d’inverno, passaggio dal buio alla luce. accenderemo candele, faremo festa, bruceremo rami per far volare i desideri in alto e  che sia questo il modo perché i desideri non restino desideri.

e che ti vogliamo bene non abbiamo bisogno di scriverlo, serve dirtelo ogni istante con le parole, con i gesti e con il sorriso. mà&pà

ps: indovina la torta?

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la campanella ha smesso di suonare

comincia partendo dall’asilo il primo giorno della scuola elementare. comincia salutando le maestre, le dade che per tre anni ti hanno seguito, aiutato, fatto crescere. ti consegnano il diploma e io sento gli occhi bruciare, non posso piangere. non devo piangere. ma mi si stringe il cuore al solo pensiero che crescendo perderò ogni giorno un pochino di te. saranno meno i momenti di gioco e dovranno essere maggiori i momenti di severe indicazioni. non potrò più ridere alle parole storpiate e continuare a usarle, dovrò correggerti. non potrò tornare a prenderti all’asilo, ma alla scuola e sarò messa a confronto con i risultati e i voti e le facce degli altri. e tu non lo sai quanto possono essere feroci le mamme. e tu continui a pensare che sarà come sempre un gioco. e io piango perchè la prima elementare è il primo passo.

e oggi ci ho pensato tanto perchè non si parla d’altro oggi in tv, alla radio, sul web. si parla di primo giorno di scuola. e il primo giorno di scuola è sempre il primo giorno della prima elementare. e sono passati 15 anni e lo sento ancora il magone se ci penso. e penso anche che la scuola ha sì il compito di educare, di insegnare, di inserire nel mondo. ma con morbida consapevolezza per favore. con meno libri. meno input. meno genitori a confronto e più gioco ancora. almeno in prima elementare prendiamola con le molle…almeno per le mamme.

e poi giorno dopo giorno…per loro la fatica di stare al passo e per noi la fatica di “smistare” (preso da elga il termine, perfetto) gli impegni e le mattine. per loro la voglia di continuare a giocare e per noi la voglia di continuare a dormire e la necessità di modellare la nuova stagione sugli impegni dei figli, a ogni nuova stagione scolastica.

la torta nel forno serve più a me che a lui.

(rovesciata di prugne alla “ci metto quello che ho)

700 gr di prugne maturissime, 2 uova, un vasetto di yogurt ai cereali in scadenza, 250 gr di farina integrale, 200 grammi di zucchero muscovado, 100 gr di olio di oliva sasso, una bustina di lievito.

ho messo 100 gr di zucchero sul fondo di una teglia imburrata.

ho sbattuto uova e  zucchero, aggiunto olio e yogurt, farina a pioggia, lievito per ultimo.

ho versato nella teglia. messa in forno a 180° per 50′ poi ho preso un treno. mangiata di lunedì a colazione, col sorriso sulle labbra, ringraziando di non dover correre a scuola, maledicendo di non dover correre a scuola. vorrei dei bimbi in comodato d’uso.

(spazio per la foto. se lo sparso si sveglia)

c’è una canzoncina, una filastrocca che ho scoperto un pochino di anni fa e che mi ripeto spesso: la campanella ha smesso di suonare e a noi bambini ci scappa di cagare…la maestra ci pulisce il culo e a noi ci viene il pistolino duro…

classe 1962. sicuramente maschile. povera maestra…

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carbonara marinara

mangiato bene ieri sera? mà,  ho preso un primo che spacca! una carbonara col pesce. una carbonara col pesce? io non ho neanche mai fatto una carbonara! marco mi guarda come si guarderebbe un alieno, credo. non hai mai fatto una carbonara? domani carbonara allora, cucino io. l’amico dello sparso, quello che annualmente passa qualche giorno con noi al mare, è una bellezza! sempre a posto, sempre allegro, pronto a raccontare, ad ascoltare, a mangiare quello che gli metto nel piatto e adesso anche a cucinare per me. a cucinare per me! poi mitch ci prova e dice e se ci mettiamo le vongole e se due gamberetti e poi c’era pesce pesce…ok. io preparo vongole e gamberi. marco prepara la carbonara. mitch prepara la tavola. è un giorno di fine agosto e sono contenta di avere la compagnia dei ragazzi. ragazzi che mi sopportano, con la mia frutta tagliata, con i miei tentativi di “frutta, verdura, movimento, fumo no, fate i bravi” ma quanto sono noiosa, ragazzi che sono una parte della mia estate.

la carbonara marinara nasce così, cercando di riprodurre un piatto del canasta mare, che era fino a 10 anni fa, gestione roberto, monica, ivan, il mio ristorante del cuore.

per tre persone: tre etti di spaghetti, 500 gr di vongole, 300 gr di gamberi, uno spicchio di aglio, due tuorli e un uovo intero, parmigiano grattugiato.

intanto che gli spaghetti cuocevano abbiamo aperto le vongole in una padella con poco olio e aglio. sgusciate una a una, rimesse sulla fiamma per pochissimo con i gamberi privati di guscio e filo nero, tagliati a pezzetti. le uova sbattute con sale e parmigiano. scolate la pasta al dente e tuffata in padella con le vongole e i gamberi, toltae dal fuoco l’ho passata a marco che l’ha adagiata nella pirofila con le uova. servita e gustata sul terrazzo, un piatto che è stata una scoperta.

per un motivo (nella mia casa di ragazza si faceva solo pasta fatta al matterello o il riso) o per l’altro (a pà non piacciono le uova che si riconoscono tali) non avevo mai fatto e mai mangiato una carbonara. e la mia prima è stata marinara. son strana eh? grazie marco.

(che mi dice: un tuorlo per ogni commensale più un albume e la prossima volta ti faccio la classica) adesso mi sento più completa.

e grazie anche alla mamma di marco che i figli non nascono già imparati e carbonari.

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XXVII

ho abolito le maiuscole dalla mia calligrafia nel web. ne sono rimasta scioccata (dalle maiuscole intendo) perchè per la netiquette scrivere in maiuscolo significa urlare e io non voglio urlare, non consapevolmente almeno. però questo numero rende l’idea. solo in maiuscolo rende l’idea.

XXVII anno di matrimonio. cazzo. un numero importante. sembra ieri, no. non sembra ieri. troppe parole, troppe cose, tanta roba.  troppo spesso ci guardiamo in cagnesco, troppo spesso ci scontriamo e vomitiamo parole ma poi, ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere di gusto. ancora. e allora vanno bene i ventisette anni chepalle, mano nella mano, mi sopporti? a volte si. passo dopo passo, pasto dopo pasto, un cucchiaino di citrosodina ad aiutare, un digiuno ad alleggerire. progetti di vita ancora da portare a termire, progetti reali vicini. dobbiamo smontare tutto il garage. fai posto. vieni al mare con me? mai. mi sopporti? adesso no. e ancora quel tormentone che ci assilla “quantisholdi” non bastano mai. non ci sono mai. li buttiamo sempre. oggi è il 27 – anno di paga – con 24 mila baci scalo l’acconto.

…e poi c’è una cosa che funziona sempre…a raccontarselo l’amore arriva…

e lo so che mi leggi e che ieri sera hai mangiato in cucina da solo, forma e crackers, un liuk per finire e sei andato forte e hai sorpassato a manetta e hai spento inavvertitamente tutti i mac e hai fatto l’alba a registrare e tanto ci vediamo domani e io mi sono fatta portare a spasso dal nostro sparso (che se sapevo che gli spermatozoi hanno la data di scadenza te lo facevo fare appena sposati un figlio! invece di passare 7 anni zingari…) mi accon-tanto del nostro ragazzo diversamente puntuale e dei miei 27 anni dietro le sbarre…o davanti…

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