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senza luce

il frigorifero non funziona. e se la corrente viene a mancare (!) il frigorifero si scongela. è successo al ritorno dalla normandia e la sofferenza è stata mitigata dalla liberazione nel buttare tutto quello che nel freezer avevo accumulato. pulizia! globale, totale, senza sensi di colpa per non aver utilizzato quel’avanzo di ragù, quelle tre croste di parmigiano, quella fetta di pancetta, quella zkjkldsjfk (chissà cos’era). bicarbonato e aceto diluito. tutto pulito. nuovo perfetto. invece perfetto un cavolo. perchè il freezer aveva un componente “partito” che faceva saltare la corrente, ma l’ho scoperto solo di ritorno dal mare in una giornata sottratta per innaffiare. luce saltata, freezer scaldato. e i due kg di gnocchi di patate fatti prima di partire mi guardano molli. non dev’essere saltata da tanto la luce. e non riesco proprio no a buttare tutto il mio lavoro, soprattutto non riesco a rinunciare al pensiero di gnocchi al pesto, al pomodoro, al ragù, al gorgonzola, ai gamberi…io prendo il contenitore tupperware, ci verso dentro un paio di pugni di farina e poi altri due e impasto nuovamente. e nuovamente formo e nuovamente congelo. esperimento riuscito. sono solo un pochetto più gnucchi da cuocere. un minuto in più. ma la patata si sente ancora tanto. e io mi faccio gnocchi tutti i giorni. e solo per me. che se qualcosa non dovesse…

                                                                                             gnocchi di patata, pesto homemade, zucchine da smaltire e pecorino come se piovesse

senza luce sono le mattine alle 6e45. guardo fuori e non capisco se ci sarà sole o nuvole, alba in divenire, frescolino di mattino, scalza raccolgo petali come pioggia di settembre. che per un settembre così la mia mente torna a quella di tanti anni fa, sposa novella

senza luce la sera alle 8. pedaliamo in fretta per arrivare a casa prima che i fanali diventino necessari, io e pà, pedaliamo sudando in questi 27 gradi di sera di settembre, che l’autunno si intuisce nei colori delle foglie, nelle angolazioni dei raggi del sole, diagonali diverse,  nei filari delle viti, nella vendemmia che ormai volge al termine.

 

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mi correggo, forse è già estate

ho visto un fiorir di biciclette svestite e giovanotti vestiti solo di ormoni.

ho tuffato la faccia  in un gelato per pranzo e mi è bastato

ho innaffiato le odorose come se fosse giugno

ho visto lo sparso andare alla macchina a scaricare un sacchetto con il monopattino

e poi lavare la macchina dentro e fuori, bagnandosi i piedi per il caldo (quanti anni ho detto che ha?) e appena finito non contento passare alla vespa e lavare pure quella.

ho visto schieramenti di motociclisti occupare la strada, disoccupazione o occupazione?

Ho visto una zanzara. mentre ero sotto la doccia. e le ho fatto un gavettone.

ho sentito un pakistano al mercato fare i complimenti a una romagnola e indicare due signore di colore come brrr…è razzismo d’elite?

ho visto un vestito verde a fiori e non credo che resisterò

e adesso faccio colazione al sole del mio inesistente giardino come ogni mattina da un po’

e ieri ho fatto un risotto di primavera, con gli stridoli, strigoli, stribuono lo assicuro.

risotto per due:

un porro, un mezzo bicchiere di vino bianco secco, un mazzetto di stridoli, un mezzo litro di brodo vegatale, 6 cucchiaiate di riso vialone nano e pochi dadini di pancetta affumicata per convincere vostro figlio che sarà buonissimo.

nel coccio far stufare il porro con la pancetta e poco olio, sale e acqua. aggiungere il riso, tostarlo, il vino, farlo sfumare, aggiungere gli stridoli (non li avevo neanche spezzati) e il brodo a cuocere.

mantecato con castelmagno (sono una signora!) e servito allo sparso che non si sparge.

e poi sono stata un’ora sul wc stamattina, per leggere le pagine di chi seguo, rispondere le mail, facebucare e twitteria bella, ma son normale? boia se è tardi!

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oh che bel castello

innocenti marcegaglia per la precisione, installato sulle scale di casa due settimane fa e ancora non rimosso e a quanto pare inamovibile.  invita a scalate di pulizia profonda, suggerisce coreografie per musical personali con stonature assicurate, io ci passo sotto per salire in mansarda a salvare il principe consorte, mi ci arrampico e canto nel mio inglese inventato fingendo di essere la gobba di notredame o la maria di west side story.

il film però è meno divertente. abbiamo dovuto rifare il tetto delle “unità abitative” lato strada; 4 villette cielo terra, una cifra spaventosa in fatto di euro. un mese abbondante di lavoro (agosto), la sostituzione del lucernaio con un fantastico e innovativo sistema “vedux” che ci ha creato danni che non immaginavamo. per 27 anni abbiamo avuto un lucernaio fisso. perfetto, 4 piani di luce sulle scale a chiocciola, ma in accordo con le altre “villette” abbiamo optato per “tetto nuovo, lucernaio apribile nuovo”. io mai avevo sentito la necessità di aprire il lucernaio sulle scale e  non sopporto le cose automatizzate quindi abbiamo scelto il modello a bastone e senza oscuranti (che non mi interessa far buio la sera e aprire la mattina, ci pensa il sole da anni per questo) insomma:  lucernaio nuovo installato in un giorno che ero da babbo, rientro, salgo le scale piene di macerie, alzo gli occhi e vedo che  per smontare il vecchio hanno scassato il muro oltre ogni misura, che non hanno ripulito le scale ma soprattutto che al risveglio il sole picchia forte nel vetro trasparente, che le cache di uccellino sono immediate e ben visibili fin nei dettagli e che quando piove il rumore sembra “al mio via scatenate l’inferno” ok. voglio indietro il mio vecchio, discreto, silenzioso e caro lucernaio. o almeno un doppio vetro con intercapedine come avevo. e l’azienda, costretta a ripristinare il muro, installa il castelletto…e ci abbandona. ora che si avvicina il momento di addobbare la casa a natale…credo che lo arrederò di pungitopo e rami d’abete e quando arriveranno i muratori li sistemerò tipo presepe sul castello innocenti marcegaglia.

e questo si aggiunge a un periodo di …dieci anni? in cui i contrattempi e le cose che non vanno no, superano di gran lunga i momenti di assoluta felicità come per esempio: guardare e riguardare la cesta dei panni da stirare ancora vuota, la cesta dei panni da lavare vuota pure, due chili di biscotti in dispensa, la pasta madre da rinfrescare e, il radicchio del super che è buono, ma mai come quello spacciato ai caselli 🙂 e allora comunque  “ho riso” con il radicchio trevigiano e il radicchioradio.

vialone nano, radicchio di treviso, pancetta affumicata, vino, brodo vegetale, cipolla e un tegame di coccio.

tagliare la cipolla fine fine, stufarla nel coccio con poco olio, sale e acqua, contare tre cucchiai di riso a testa, lucidare il riso mescolando a fiamma alta con cucchiaio di legno, sfumare con poco vino (ho usato il bianco ma anche rosso…) aggiungere il brodo vegetale portando a cottura mescolando di tanto in tanto a fiamma dolce. a metà cottura, dopo circa dieci minuti, aggiungere il radicchio tagliuzzato e poi il formaggio che preferite per mantecare. (no ho messo burro, solo abbondante formaggio francese tipo gruyere)

cuocere il risotto nel tegame di coccio permette di non dover costantemente mescolare e quindi ho potuto tranquillamente mangiare in pinzimonio i gambini bianchi del radicchio che ho preferito non mettere per intero, cosa che mi ha reso più tranquilla e più propensa a tornare sul castello a cantare…

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bottino

è un piccolo tesoro, raccolto camminando sulla spiaggia, sul finire dell’estate che è finita. cammino guardando in giù, cercando conchiglie che meraviglia, somigliano alle trame di missoni. sassi fiches per giocare al poker, legni di riporto, anelli  sorprendenti.

(ho esclamato mamma mia che mano vecchia brrrr, no mamma ho enfatizzato… è l’effetto pirati dei caraibi. o è l’affettofiliale.

mi voglio sposare col mare. con la sabbia. in qualsiasi stagione. in autunno di più. salutando i cani che si impossessano della spiaggia e arrivano ad annusare gli intrusi e li circondano di feste ingirellandoli nel guinzaglio. mi voglio perdere sul litorale, partendo da qui con il niente in faccia e dritto dritto arrivare senza tornare indietro consumando i piedi scalzi avvizziti in acqua fredda.

voglio sorrisi di risposta ai miei sorrisi, nelle facce delle signore della gastronomia, del ristorante, nelle facce che non riconosco perchè sono vestite da vacanza. la loro finalmente. voglio seguire le nuvole con gli occhi, che non riesco a volare e a prenderle.

e per restare in tema ho preparato un piatto di mare di conchiglia vestito.

mettere le poveracce (o i lupini come dicono all’ipercoop) a mollo in acqua che le copra con un pugnino di sale. intanto far soffriggere aglioqb  in poco olio, e mettere a bollire l’acqua per gli spaghetti. buttare le vongole nella padella e gli spaghetti nella pentola. spegnere la fiamma quando le conchiglie si sono aperte e scolare la pasta al dente. mischiare le due nella padella e cospargere di prezzemolo tritato. il prezzemolo aiuta a digerare l’aglio e mangiato in foglia intera toglie l’odore molesto. io aggiungo anche un peperoncino rosso intero che mi piace rimanere a bocca aperta.

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clessidra

che non è il tempo che passa che mi fa paura. è la sabbia che è sempre quella. ci scambiamo parole. parole. parole. e ancora umori molesti e momenti bellissimi ma…granello dopo granello, il tempo passa, la giri e la giri e la sabbia è sempre quella. come una clessidra il rapporto a due rischia di consumarsi sulle stesse onde. sugli stessi attimi. e invece se potessimo attingere aria nuova. respirare parole altrove, altrui, fare innesti di esperienze da altri vissute. allora si mischierebbe la sabbia e le granelle. gli attimi e gli atomi e non sto parlando di scambio di coppia no. non nel senso dell’italiana moda. sto parlando di trovarsi a parlare e parlarsi davvero e davvero ascoltare. interessarsi all’altro diverso da noi e lasciare che l’altro si interessi a noi. speranodo che ci sia scambio reale. di parole e pensieri. perchè da soli non ha senso. perchè da soli non è essere. invece trovo che sia così difficile incontrare anche solo un paio di amici che accettino di scambiarsi idee. che si ha paura di farsele portar via. o di scambiarsi incertezze, che si ha paura di essere giudicati. o che si ha paura di essere sovrastati, o che si ha paura di essere. paura di. paura.

la mia clessidra segna il tempo che passa inesorabile. cazzo se prilla.

ma io ho trovato il modo di mescolare le polveri. ho impastato maltagliati di farina 0, di farina integrale e di grano saraceno. 150+30+25 grammi nell’ordine e due uova. e lasciati seccare e maltagliati e bolliti nel minestrone preso dal congelatore. e mangiati come se il tempo non passasse. con calma e parmigiano.

 

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carbonara marinara

mangiato bene ieri sera? mà,  ho preso un primo che spacca! una carbonara col pesce. una carbonara col pesce? io non ho neanche mai fatto una carbonara! marco mi guarda come si guarderebbe un alieno, credo. non hai mai fatto una carbonara? domani carbonara allora, cucino io. l’amico dello sparso, quello che annualmente passa qualche giorno con noi al mare, è una bellezza! sempre a posto, sempre allegro, pronto a raccontare, ad ascoltare, a mangiare quello che gli metto nel piatto e adesso anche a cucinare per me. a cucinare per me! poi mitch ci prova e dice e se ci mettiamo le vongole e se due gamberetti e poi c’era pesce pesce…ok. io preparo vongole e gamberi. marco prepara la carbonara. mitch prepara la tavola. è un giorno di fine agosto e sono contenta di avere la compagnia dei ragazzi. ragazzi che mi sopportano, con la mia frutta tagliata, con i miei tentativi di “frutta, verdura, movimento, fumo no, fate i bravi” ma quanto sono noiosa, ragazzi che sono una parte della mia estate.

la carbonara marinara nasce così, cercando di riprodurre un piatto del canasta mare, che era fino a 10 anni fa, gestione roberto, monica, ivan, il mio ristorante del cuore.

per tre persone: tre etti di spaghetti, 500 gr di vongole, 300 gr di gamberi, uno spicchio di aglio, due tuorli e un uovo intero, parmigiano grattugiato.

intanto che gli spaghetti cuocevano abbiamo aperto le vongole in una padella con poco olio e aglio. sgusciate una a una, rimesse sulla fiamma per pochissimo con i gamberi privati di guscio e filo nero, tagliati a pezzetti. le uova sbattute con sale e parmigiano. scolate la pasta al dente e tuffata in padella con le vongole e i gamberi, toltae dal fuoco l’ho passata a marco che l’ha adagiata nella pirofila con le uova. servita e gustata sul terrazzo, un piatto che è stata una scoperta.

per un motivo (nella mia casa di ragazza si faceva solo pasta fatta al matterello o il riso) o per l’altro (a pà non piacciono le uova che si riconoscono tali) non avevo mai fatto e mai mangiato una carbonara. e la mia prima è stata marinara. son strana eh? grazie marco.

(che mi dice: un tuorlo per ogni commensale più un albume e la prossima volta ti faccio la classica) adesso mi sento più completa.

e grazie anche alla mamma di marco che i figli non nascono già imparati e carbonari.

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cattive compagnie

buongiorno posso parlare con chi si occupa di contratti telefonici? sono io. salve la chiamo per illustrarle una straordinaria offerta. posso sapere con quale gestore sta lavorando? no. come no? no! non le voglio dire con quale gestore sto lavorando. le è maleducata lo sa? si, lo so. ero gentile e ben disposta e pronta ad ascoltare tutti, fino a quando ho potuto constatare, sulle mie fatture, che siete tutti uguali, truffaldini e bugiardi e, non esiste convenienza per noi che siamo costretti a lavorare con il telefono e con la mail e con gli aziendali. vado avanti o ha già indovinato di chi parlo? click.

ero una ragazza ottimista e sorridente. sono un’adulta delusa.

ps:

ma è davvero così caldo come leggo ovunque? perchè non lo sento? e pur mi piacerebbe sudare di più che la doccia dopo è favolosa…oggi ho tagliato una cesta di ciliegini dell’orto, messi in pirofila con bocconcini di mozzarella, olio evo e sale, una manciata di basilico spezzettato a mano e poi farfalle (quelle cotte sul fornello, non quelle prese al volo).

una poesia di pasta estiva. servita calda o fredda. o tiepida. io l’ho mangiata in piedi.

sto leggendo “l’uomo dei cerchi azzurri di fred vargas” – ho voglia di andare a correre.

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superare lo scoglio

sembra un’impresa difficile o almeno impegnativa. invece è solo questione di prenderci la mano. come spesso capita l’idea di qualcosa da fare è più grande e piena di tratti spigolosi del farla subito. in pratica è più facile farlo che dirlo. davvero spesso mi accorgo che sarebbe più semplice affrontare immediatamente le situazioni, prima che mi spaventino, …ma sempre, o comunque molto spesso, agisco in modo inverso. sono ancora alle prese con il caos per niente calmo del mio garage. la sistuazione sta assumendo proporzioni catastrofiche. mi conosco. vedo casino e ne aggiungo di mio. fino ad arrivare a non sopportare di entrare. devo mettere un freno a me stessa. e farmi aiutare da uno bravo.

lo scoglio in tavola:

mezzo chilo di vongole poveracce (lasciate a bagno in poca acqua e sale grosso per spurgarle dalla sabbia)

tre etti di cozze

tre etti di gamberi

un cucchiaio di concentrato di pomodoro, aglio, prezzemolo

subito dopo colazione schiaccio l’aglio in una padella di rame con poco olio evo, lo lascio soffriggere con poco sale e ci tuffo le vongole ad  aprire. nel mentre (si dice? si scrive?) faccio aprire le cozze sciacquate, dopo aver tolto il bisso, in una pentola a parte. pulisco i gamberi, tolgo il filo nero sul dorso li sciacquo. poi unisco cozze e la loro acqua nella padella delle vongole, un cucchiaio di concentrato e i gamberi nudi. copro con il coperchio e spengo la fiamma. i gamberi si cuoceranno con il vapore e il liquido rimarrà abbondante, perfetto per “tirare” i tonnarelli in padella. a pranzo metto la pentola dell’acqua sul fuoco, quando bolle salo e poi ci tuffo i tonnarelli freschi (li ho presi in offerta alla conad sono de Il pastaio) quando salgono in superficie li scolo e li trasferisco nella padella con il sugo di pesce. alzo la fiamma al massimo, copro per un paio di minuti, il tempo di tritare prezzemolo fresco. faccio saltare (!) un paio di volte e impiatto che ho fretta di mangiare.

anche questo sembrava un piatto difficile da affrontare e invece è più semplice farlo che dirlo. certo bisogna pulire i gamberi, ma ci si mette lo stesso tempo che occorre a tritare una cipolla. e il risulatato è un piatto da mangiare senza respirare. preparo qualsiasi pasta allo scoglio per chi mi elimina casino in garage.

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gnocchi, patate e belle topolone

ovvero com’è che un ragazzo e una ragazza belli e buoni si dicono gnocco e gnocca? e perchè la patata ha un senso spesso diverso da quella che si sbuccia, si cuoce e si consuma? e per puntare sulla bontà stratosferica del gorgonzola era necessario ricorrere alla bella topolona? alla prima domanda mi rispondo da sola. gnocco è buono che più buono non si può. è perfetto da consumare anche nella sua imbarazzante semplicità e si scioglie in bocca. è uno di quei primi piatti che non potrei cucinare solo per la parte difficile della mia famiglia. se faccio gnocchi, io, sono la prima a divorarli. già appena salgono in superficie, con la scusa di testarne la cottura. ma quando mai (e mi brucio la lingua. costante che ritorna) poi discuto con me stessa per il condimento che al pesto, al ragù, al pomodoro e basilico, gratinati in forno, burro e salvia. fortuna vuole che un pezzettone di gorgonzola dop abbia preso residenza temporanea nel lato basso del frigorifero che lo so che il gorgonzola non vorrebbe ma altrove si sente …e allora la ricetta di oggi e di domani e di tutti i giorni che mi porteranno a finire i 3 chili di gnocchi che ho preparato è questa: un bel pezzettone di gorgonzola dop da sciogliere in due cucchiai di latte crudo su fuoco dolce nel quale tuffare i gallegianti man mano che salgono. non metto neanche il parmigiano che non voglio contaminazioni. mi siedo  a tavola, me ne frego delle foto perfette e lo sparso se la prende. mangio. godo. grazie marco.

gnocchi di patate? tutte le patate vecchie che stavano germogliando bollite in acqua con la buccia, appena tolte schiacciate col passapatate buccia compresa, che non passa, potete credermi e non vi scottate le mani. sul tagliere fare la montagnina di patate passate. un montagnina uguale di farina 00 e impastare. è un lavoro che sporca le mani lo so. ma bisogna farlo a mano, perchè solo a mano ci si rende conto se serve ancora farina. quando il composto non si appiccica più alle mani significa che si può trasformare in cordoncini, da tagliare a tocchettini, da passare sui rebbi della forchetta. congelare quelli che non si cuociono su vassoi di cartone cosparsi di farina e ben distanziati tra loro. solo una volta congelati mettere nei sacchetti o nei contenitori “tapper” come io. li tuffo congelati nell’acqua bollente e salata e non li mescolo. vengono perfetti. occorre la patata buona. e questo mi fa tornare alla domanda iniziale. ma patata perchè? e i topi non preferiscono i groviera?

ps: caro il mio ragazzo sparso. questo che scrivo è per te. ci sono tutte le istruzioni semplici per cucinare. se ti chiedo di farlo per una settimana, perchè sono stufa degli orari assurdi e dei ritardi e delle scuse e dei ventenni e dei cinquantenni e del casino in cucina…ti basterebbe leggere qui. lo sai. lo fai. c’è scritto dove trovare le cose per cucinare. e non mi aspettare e non mi chiamare! voglio arrivare a casa e trovare pronto. in tavola. e sedermi e mangiare e poi parlare del perchè le ragazze son complicate e fanno il muso e poi ti sorridono e poi non ti parlano e poi ti sequestrano e poi ti prendono e ti lasciano e ti riprendono. tu impara a cucinare ragazzo. e impara a farlo per chi ami, che è un dono grande. è la parte fondamentale. ma fallo bene. in autonomia. senza telefonare alla mamma. (che comincerebbe a urlarti nelle orecchie lo sai)

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il giallo col buco e un po’ di gente intorno

nelle mie immobilità di cucina c’è uno sprazzo ogni tanto…ed ecco una cosa che non appartiene alla mia storia, che non si cucinava in casa mia, che ho assaggiato per la prima volta a casa di un’amica bella, un’amica che non ha mai assaggiato salumi, formaggi e caffè ma che sa cucinare splendidamente. un’amica che “ci schifa” se ci vede mangiare prosciutto, ma che non ha freni a chiedere il pane cunzatu a uno sconosciuto che se lo stava preparando a un tavolino. non riuscirò neanche a convincerla ad assaggiare il mio yogurt gelato o la ciambella con la ricotta mentre lei, mi ha fatto scoprire la polenta col pesce e l’ossobuco alla milanese (oltre a una serie di dolci da svenimento) ognuno ha le amiche che si merita! il risotto giallo mi piace moltissimo ma mai lo avevo associato all’ossobuco. e allora approfitto di questi giorni ancora piovosi, di queste giornate umide, che i fornelli accesi a lungo mi fanno compagnia e decido che è arrivato il momento di rifarlo. la ricetta che ho seguito è quella di gennarino, questa qui e siccome anche io come queste ragazze sono convinta che ogni preparazione abbia bisogno del suo tegame ho preso per l’ossobuco quello di rame stagnato e per il risotto il mio coccio

ossobuco di vitello: 3 ossibuchi ai quali ho tagliuzzato la pelle di contorno, una cipolla bionda piccolina, una mezza carota tagliata a dadini. una tazza di brodo vegtale, un bicchiere di vino, tre dita di concentrato mutti, sale, pepebianco, buccia di limone naturale, 1 acciuga dissalata, prezzemolo.

riso carnaroli, brodo vegetale, zafferano bustina e pistilli (che me lo aveva detto enza che era meglio)

alle 10 ho messo sul fuoco una pentola con acqua, una cipolla, una carota, un gambo di sedano e sale poi, nel tegame di rame, ho fatto sudare a fuoco basso la cipolla in poco olio e burro (di solito non lo faccio, cioè lo faccio in acqua e pochissimo olio evo che non mi piacciono le preparazioni con troppi grassi cotti, ma questa volta ho voluto seguire la ricetta pedissequamente anche se sono stata avara)

aggiunto poco sale subito che aiuta a non bruciare la cipolla facendo uscire l’acqua di vegetazione e aggiunto anche un cucchiaio di acqua.

poi le carote tagliate a dadini piccoli e quando mi sembrava che fosse tutto appassito ho tolto e messo da parte, alzato la fiamma, aggiunto poco olio ancora e messo a dorare i tre ossibuchi infarinati ai quali avevo inciso i bordi. prima da un lato e poi dall’altro, un bicchiere di vino, fato evaporare e poi ho rimesso le verdurine, tre cm di concentrato, sale, poco pepe bianco,messo il coperchio e fatto bollire a fuoco bassissimo, mescolando ogni tanto col cucchiaio di legno, insistendo nei punti in cui la cremina si attaccava sul fondo. aggiunto poco alla volta anceh il brodo vegetale. dopo circa un’ora ho messo il tegame coccio sul fornello, stessa storia cipolla tritata, sale, poco olio acqua e fatto soffriggere piano. lavato 9 cucchiai di riso carnaroli, fatto tostare nel coccio, un bicchiere di vino bianco, e poi poco alla volta il brodo vegetale bollente. il vantaggio del tegame di coccio è che non serve mescolare sempre sempre, non si attacca facilmente e bolle piano, dolcemente. ai fornelli controllavo l’ossobuco e assaggiavo scottandomi la lingua, giravo il riso, quando mancavano 5 minuti all’ora e mezza di cottura dell’ossobuco ho aggiunto la gremolada (il trito di buccia di limone, prezzemolo e alice)

nello stesso momento ho aggiunto la bustina di zafferano al risotto e chiamato a squarciagola lo sparso a far le foto e pà a mangiare. si vede che la gremolata l’ho messa solo sulla mia in modo evidente? so che avrebbero storzato il naso, cosa  che comunque “l’uomo” ha fatto. il ragazzo ha mangiato di gusto, scoprendo che un piatto unico e insolito poteva essere una bella scoperta.

io sono orgogliosa del risultato, ottenuto con collaborazioni amichevoli, di siti e di donne curiose. il grande ha mangiato sotto tortura, la sua, come un condannato. la sera gli ho servito svizzera e patate lessate e l’ho fatto felice. gli uomini si prendono per la gola? alcuni con gran piatti altri con le mani nude…

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