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pollo peperoni e pazienza

perchè è accertato, io sono un pollo,  i peperoni li adoro…e pazienza se non sono sempre digeribilissimi, pazienza se siamo due mamme e due ragazzi grandi, pazienza se i mariti latitano e i magoni sorgono, pazienza se i discorsi che ascoltiamo non sono sempre quelli che vorremmo sentire, pazienza se i bambini non sono tutti carini, pazienza se ci si lamenta se piove, se fa freddo, se c’è caldo, se c’è sole, se il prezzo della sdraio equivale a un ingresso in piscina, se la fatica fatta non ottiene il risultato agognato sulla bilancia. pazienza? dove si compra la pazienza che la mia è finita e mi viene voglia di urlare?  meglio pollo e peperoni di sicuro…

anno scorso aveva cucinato suo figlio, quest’anno ci siamo incontrate, abbiamo condiviso 4 giorni di confidenze, di sfoghi, di complici sguardi e non ci conoscevamo neanche,(un comportamento degno delle migliori blogger). lei mi ricorda, nel sorriso e nell’ironia, nella cadenza del parlare e nell’estro dell’attimo, uno jannacci al femminile. e in cucina si muove meglio se lasciata in pace, a fare con i suoi gesti, con i tempi che le servono, con i modi di un architetto che in cucina si ritira per trattenere il cliente venuto firmare il disegno.

un piatto deliziosamente speziato, fresco, leggero anche se fritto. me lo ha raccontato, io ho solo dato una sbirciata alla pentola a fine pasto e ho trasferito l’olio avanzato dalla cottura in un vasetto per insaporire una pasta prima che l’estate sia finita.

Pollo e peroni in salsa curry – cottura in tre tempi

un peperone giallo, un peperone rosso, tre zucchine mezzo chilo di petto di pollo, farina/curry, olio evo per friggere

primo tempo: in una padella mettere mezzo litro di olio evo, lasciare scaldare e friggere i peperoni tagliati a listarelle sottili, scolare e mettere in terrina;

secondo tempo: nello stesso olio friggere quindi le zucchine tagliate a pezzettoni lunghetti, scolare e mettere nella stessa terrina

terzo tempo: ora l’olio sarà pronto per accogliere il pollo tagliato a tocchetti e infarinato nel mix farina/curry, una volta dorato trasferire nella ciotola di cui sopra. salare. servire  a tre adulti di cui uno di ritorno dalla disco all’alba, che ci ha fatto colazione. e pazienza!

e questa volta grazie a marco, che mi ha portato la mamma, che non sempre le mamme son fatte per incontrarsi e piacersi, uguali nel chiamare amore, ma questa volta sì.

ps lungo oggi

oggi 9/9 ricorre il centenario della nascita di cesare pavese: il corpo / si godeva furtivo la carezza del sole/ insinuante e pacata come fosse un contatto

(non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi) aforisma

sempre oggi 9/9 ricorre il tredicesimo anniversario dalla scomparsa di battisti. “la gallina coccodè, spaventata in mezzo all’aia fra le vigne e i cavolfiori mi sfuggiva gaia…”

ogni giorno è un anniversario. ogni giorno ringrazio di essere io e ogni giorno sfuffo perchè sono io.

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siamo nelle pesche

a sò in tal pésgh. am sò trova in tal pésgh, i ma mès in tal pésgh. lo diceva la mamma con aria contrita e uno sguardo preoccupato, quando la situazione per lei si faceva difficile. mi è ritornato in mente prepotente questa frase quando con la bicicletta mi sono trovata a dover evitare una pesca, gettata con il morso di fresco, a concimare una ciclabile preda di erbacce e pesche appunto.

sono nelle pesche, mi sono trovata nelle pesche, mi hanno messa nelle pesche. risalire al significato potrebbe essere facile. il periodo della raccolta pesche arrivava tutto in una volta e ci si doveva dar da fare a coglierle. per non trovarsi con pesche troppo mature, brodolose, col pelo per giunta.

giravo con babbo e con uno strano aggeggio, il calibro,  che serviva a misurare la circonferenza delle pesche,  perchè il magazzino della frutta dettava precise regole di raccolta, mai sotto la tal misura, di seconda quelle che misurano x, di prima quelle xy. e il compito del mediatore er a quello di controllare che il contadino non “furbeggiasse”. per me era una festa. sulla 131 del babbo, con il plaid sui sedili posteriori (se no “us inciosa la machina”) si partiva la mattina e si andava a “cà di cuntadein”. accolti nei campi, a volte con qualcosa da battibeccare,  più spesso col sorriso, tornavamo a casa pieni dei doni che ci facevano, pesche, meloni, cocomeri e tutto quello che la terra produceva. adoravo le pesche bianche, pelose e zuccherine, varietà antica che oggi si trova raramente. con le mode fruttarole e gli innesti dei vivai ecco arrivare le nettarine; nei primi anni un boom assoluto, anche di varietà facili da coltivare, ma totalmente insapori. oggi, finalmente, inversione di tendenza e ritorno al buono. sono tornate le pelose, le tabaccaie o saturnine, ci sono anche le bianche col pelo. buonissime, le nettarine di romagna igp

ancora oggi io vivo la campagna con gli occhi del babbo. con la tribolazione se si sente un tuono e si pensa alla grandine, con il dispiacere di sentire che ai contadini la frutta viene pagata niente,  la protesta di coldiretti che regala ai poveri per non cedere al mercato mi ha toccato, profondamente. quanto prende un contadino per un kg di pesche? circa 19 centesimi. costa di più farle raccogliere. a quanto le troviamo noi sui banchi dei super? serve commentare?

adesso siamo nelle pesche. e io me le godo così:

insalata di pesche e formaggio: preferisco le bianche con un formaggio tre latti (capra, pecora, mucca a pasta morbida), taglio a tocchetti e aggiungo pochissimo sale dolce di cervia e un filo di olio brisighello. basilico o mentuccia a chi piace.

mangia e bevi di pesche e yogurt gelato: con quelle che ho in casa, anche le troppo mature, una generosa pallina di yogurt gelato e un sbriciolata di amaretti. o lingue di gatto.

ps: vorrei provare il sorbetto alla pesca. ma son troooopppo abitudinaria!

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saint-jacques vs san giovanni

9 spighe di grano, nove steli di lavanda, nove fiori di iperico raccolti nella notte di san giovanni, umidi di rugiada con i piedi nudi sull’erba per entrare in contatto con le energie dei riti dei tempi. notte di grilli, anche per la testa, se penso che basti seguire queste semplici indicazioni per dare una svolta magica alle cose. mi costa nulla e mi diverte e mi da il brivido aggirarmi nella notte, nella notte delle streghe, a cercar segni senza inganni. non avevano bisogno di televisione un tempo, se le creavano a scadenze fisse le cose da fare. come accendere i fuochi per bruciare quello che non va. a cadenza quasi trimestrale se andiamo a leggere nelle tradizioni. il nocino non lo preparerò, ma la camminata con la signora cristina, tedesca di germania, emigrata in italia per stare con i nipotini, che ci ha guidate alla ricerca delle erbe mediche con istruzioni per pediluvi, tisane e pozioni salvifiche per fisici stanchi…è stata bella, divertente e istruttiva. nella sera di san giovanni che ci ha viste donne con il sogno di far magie per guarire il mondo.

e dal pescavendolo di fiducia le conchiglie saint jacques, un santo tira l’altro soprattutto a tavola:

semplicissima preparazione dal risultato eccezionale:

9 conchiglie lavate e pulite, sale, olio, basilico fresco.

ho scaldato un padellino antiaderente fino a che gettando un poco d’acqua non forma palline, ho adagiato in padella le cappesante, un minutoper lato e le ho riposizionate nella loro conchiglia adagiandole su una foglia di insalata. salate, oliate e basilicate. ottime e abbondanti, le ho fatte sparire tutte io. la magia è compiuta.

le conchiglie. tante.

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bianco rosso e verdicchio

per ubriacarsi a 150 anni. proprio oggi, oggi che voglio dire”grazie al cielo l’italia è una” una sola. da nord a sud. e posso bere un rosso piemontese e un bianco romagnolo e un verdicchio marchigiano, posso recitare una poesia veneta, cantare una canzone ligure, respirare l’odore della romagna, allungare il passo fino in toscana e sentirmi nell’animo siciliana,  nutrirmi di mozzarella campana, taralli pugliesi  e zafferano aquilano. la forza dello stare uniti è l’unica speranza che possiamo coltivare. uniti per combattere l’ignoranza di chi pensa solo al proprio interesse, uniti contro chi pensa che lo straniero sia quello che ti sta vicino, uniti per sostenerci quando le cose, lo sappiamo, non andranno come vogliamo.

io sono italiana e mi unisco idealmente a chi nel mondo riconosce la nostra arte, il nostro impegno, il nostro essere unici nell’insieme che vive sotto un unico cielo.

brindo con un bicchiere di rosso, con un bicchiere di bianco e se il verdicchio non è abbastanza verde lo sono io verde. spesso dalla rabbia.  ma molto più spesso come stile di vita.

il mio giorno straordinario di festa lo nutro di piadina, romagnola per eccellenza, nella variante meno sottile meno riminese e più di casa.

500 gr di farina O – 100 gr di strutto buono – 180 cc di acqua tiepida e una bustina di lievito per torte salate – un cucchiaino di miele – un cucchiaino di sale fino

impastare tutto e lasciare riposare in frigorifero almeno un’ora. tirare col mattarello o spianare a mano e cuocere sul testo. in alternativa in una padella per crepes o padella antiaderente.

farcire con bianca mozzarella, rosso prosciutto e verde insalata, rucola o spinacini.

è un piatto unico, come l’italia e questo è il mio contributo alla bella iniziativa di francescav che non vive in italia ma vive ogni giorno l’italia molto più di noi.

ps

non mi piace quasi niente di quello che l’italia ha fatto negli ultimi vent’anni. l’italia intesa come classe governativa, naturalmente. credo che effettivamente la lega meriti di vivere in un altro stato: uno stato di infermità mentale.

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metti il maiale in prima pagina

un paio di settimane fa, la prima pagina di molti giornali di lingua tedesca si occupava del problema del maiale.

io, che non ho problemi a dire quello che penso, dico che ora basta. smettiamo di alimentarlo il maiale. che poi è veleno quello che ci rimangeremo dopo la macellazione. smettiamo di parlarne, smettiamo di discuterne perchè il maiale si sa, si nutre di ogni cosa gli venga data e ingrassa a nostre spese. il maiale, che da morto è la sublimazione del non si butta via nulla, da vivo è una puzza, un grugnito, un ingombro. e non si vede l’ora di farlo fuori. (mia madre diceva anche che per un pezzo di salsiccia non è necessario far entrare in casa tutto il maiale…care ragazze…ci sono mamme e mamme) e quindi…non potevo non aderire alla raccolta di norma, che più di una raccolta è un grido, di cui si parla qui. e con molta umiltà vi parlo di una ricetta che non è solita a casa mia come il cotechino con purè, ma è molto, molto più veloce da fare. ed è importante che si faccia presto a cucinare la sera. per poter spegnere presto il telegiornale. o meglio sarebbe non accenderlo proprio e andare casa per casa a parlare alla gente che ancora ci crede, a cercare di convincerla a cambiare idea e a mostrare i fatti, meglio sarebbe fare un programma nuovo, nuovo davvero che per una volta non sia carne trita e ritrita ma sia una zuppa di nuovi semi da far germogliare. di quelli ricchi di buone sostanze.

allora dicevo fare presto?

Ingredienti: salsiccia sottile  6 pezzi. patate piccoline 8, un bicchiere di latte scaldato all’ultimo con mezzo cucchiaino di sale, non metto burro, solo un poco di noce moscata.

rientro alle 19e45, accendo la tele sulla sfida finale dell’eredità, il forno a 250 gradi e subito in una teglia metto i 6 pezzi di salsiccia forati. sul fornello grande metto una pentola con acqua calda e le patate con la buccia. dopo 20 minuti circa, a metà telegiornale, giro la salsiccia e “tasto” le patate con un coltello appuntito. se entra tutto (ops) sono pronte, sennò aspetto ancora 10 minuti. guardo la salsiccia sfrigolare e faccio scaldare il latte. scolo le patate, le lascio con la buccia nel colapasta e, nella stessa pentola dove si sono cotte , le schiaccio con il passapatate. con la buccia proprio. non ci volevo credere ma funziona. passa solo la patata, la buccia la tolgo dal fondo dello schiaccia prima di mettere le altre. due o tre alla volta per non fare fatica. accendo il fornello e verso il latte salato a filo sbattendo con la frusta. un paio di minuti e il purè è pronto. un’ultimo assaggio per il sale e la noce e impiattare con la salsiccia. nel mio caso sono passati in tutto 45 minuti.

sono le 20 e 35. siamo a tavola. micky e pà non si sono neanche presi il disturbo di apparecchiare per benino, ma certi dettagli, nelle sere di tutta la vita non ci toccano, anche se dare il buon esempio serve sempre. servirebbe sempre

ps: ogni strumento usato durante la preparazione della cena, dalla frusta al coltello per punzecchiare, alle posate per spezzettare, io lo userei su ogni singolo componente della classe politica italiana. il problema è che, a loro, piacerebbe anche. per essere precisa fin nei dettagli, io mi schiero col partito che non c’è. ma se andassimo a votare domani, con quello che passa il convento, sceglierei il più nuovo, che per adesso è vendola. ma.

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rosa. dedicato. delicato

vorrei non doverci pensare. per la solita faccenda della testa sotto la sabbia. io mi conosco e non riesco a pensare lontano da me. nel senso che tutto, tutto mi arriva vicino fino a sentirlo. sento la felicità degli altri e mi rende felice. sento la sofferenza degli altri e soffro. nella rete, su fb, nei giornali, alla televisione, sui settimanali, mensili, quotidiani, ovunque si parla di questa iniziativa con il nastro rosa della Lilt. il mese di ottobre diventa l’inno della prevenzione al tumore al seno. è una cosa seria. senza sfumature. vorrei che ogni giorno si pensasse alla salute e si prevenisse con altrettanta attenzione mediatica qualsiasi malattia. un’utopia? però se questa iniziativa serve a convincere una di noi a farsi guardare,  bene. diamo voce e spazio.  la mia amica si fatta un controllo perchè una sua amica si era dovuta operare. e ha scoperto di avere un carcinoma mammario in fase di sviluppo. operata. ha fatto il primo ciclo di chemio. e io che volevo esserle vicinavicina non ho la forza di chiamarla. che ho troppo chiari e vicini i giorni di chemio di mia sorella. e non riesco. e le lacrime non mi sono di sfogo. e neanche le parolacce che penso. e allora smettiamola di pensare che succeda sempre agli altri e teniamo alta la guardia. per tutto. il nostro seno, lo stomaco, i polmoni, l’intestino e la prostata. e i nei. e mangiamo con il cervello. e pensiamo con il cuore. e quando si tratta di agire facciamolo con la ragione, la testa e il cuore.

 

perché non è sempre maligno

 

dedicato alla mia vicina e a marì che non ce l’hanno fatta. dedicato ad anna la figlia della vicina e a santina mia cugina che invece hanno vinto. dedicato a tì, che sta combattendo. dedicato a mia sorella. alle mie zie. allo zio che no. e non era neanche rosa.

tutta la rete oggi si tinge di rosa. l’iniziativa è partita da qui. i link che mi fanno pensare li aggiungerò pian piano.

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gli tiro il collo

ven a qua! ven a qua ca’t tir e col! era questo il grido che spesso mi dava la molla per muovermi veloce da bambina. perchè mi correva dietro davvero la nonna, con quello che aveva in mano e urlando, appunto, vieni qua che ti tiro il collo. la mia nonna non era simpatica. era piccolina, stortina,  vestita con le vestaglie a piccoli fiorellini scuri e col grembiale tono su tono portato come un simbolo. ma non era simpatica. il fazzoletto nei capelli legato sotto il mento a coprire capelli bianchi e lunghi che si lavava una volta alla settimana. era energica, donna di collettivo, più avvvezza ad avere le mani nella terra che sull’asse da stiro o in cucina. ma non era simpatica e faceva correre me e fuggire le amiche. a scusarla, con i pensieri di oggi, la sua difficile condizione di ragazza madre che agli inizi del secolo scorso era un’onta che non si lavava. era sfacciatamente di parte la nonna. aveva la nipote preferita. e non aveva ritegno che si vedesse. così come preferiti erano gli acquisiti col matrimonio. chiesta in moglie dal vedovo con figli dal quale faceva la serva. un film. e anche questo atteggiamento è comprensibile, col senno di poi. da bimba invece invece soffrivo i suoi urli e le sue indifferenze. nella campagna in cui vivevo, pur non essendo contadini, era facile che ogni casa avesse pollaio e orto. nonna mi teneva con se solo quando c’era appunto da tirare il collo al pollo che poi  mi faceva spennare. non poteva sembrarmi pratica assurda. sempre vista fare. sempre fatta. ora che però tutto è cambiato e il pollo ha una terra di polistirolo e una coperta di cellophane ringrazio il mercato a km zero che mi ha riportato comodamente la possibilità di avere polli ruspanti. lo sapevo quanto sono grandi e grossi e gialli i polli ruspanti interi? si ma non così tanto! 3 kg di pollo completo di testa, piedi, interiora tutte. una meraviglia che se sapessi dipingere diventerebbe la più bella natura morta.

e allora ecco il pollo arrosto con patate.

molto molto molto semplice. trito di aglio, rosmarino e sale. da usare come scrub per massaggiare tutto il pollone. un bel massaggio lungo, petto, cosce, schiena. poi in una grande teglia da forno e via dentro a 230°. statico all’inizio, ventilato poi. quando il grasso si raccoglie nel fondo lo utilizzo per ungere con pennello – due o tre volte o quanto sembra lo chieda (olio abbronzante) ho usato lo stesso grasso saporito per cuocere una teglia di patate, due cucchiai, infornate insieme al pollo quando mancavano 40 minuti circa al termine della cottura. lo so non è il massimo della salute ma i pollo è ruspante, il grasso è naturale per una volta che sarà?

il pollo era grandioso e l’abbiamo finito in due cene. con le frattaglie ho fatto il ragù per le tagliatelle e con piedi e collo il brodo per i tagliolini. più passano gli anni più mi torna la voglia di pollaio, orto, resistenza.

ps: arrivando a casa di babbo qualche anno fa trovai un pollo nudo appeso con le mollette al filo del bucato. segno evidente che babbo e mamma avevano la testa altrove. alla mia domanda ridendo “chi è stato a stendere il pollo?” risposero noi no, dev’essere venuto un ladro. ne rido ancora.

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menù a la carte

come sempre mi capita, che mi vien voglia di un piatto che altri storcono il naso. e allora per non rinunciare preparo lasagne al forno per chi alla tavola chiede il solito e io mi faccio il tacchino allo zenzero e arance di alex. poi succede che dal mio piatto spariscano bocconi, che mi si facciano scherzetti come bimbi e mi si rubi il pezzo.” le lasagne sono buonissime ma sempre quelle, il tuo tacchino è spalato!” e allora il giorno dopo per dare un vizio in più e anche perchè di lasagna ne è rimasta una porzione, io ho un avanzo di tonno con finocchi, due fettine di tacchino sono rimaste…ecco in tavola per tre, tre piatti diversi.

tacchino all’arancia e zenzero dell’altromondo con basmati al curry per lo sparso (foto sua)

tonno avanzato con finocchio cotto e crudo, porro e zeste di limone e origano, al gelo di frigorifero per me (foto mia)

le solite lasagne al forno per pà…

e non mi dispiace preparare tre piatti. vabbè il mio era quasi pronto, la lasagna solo da scaldare…quello che mi disturba sono le posizioni prese. il non voler saggiare, provare nuovi accostamenti. la curiosità, la voglia di testare non appartiene a alla specie che mi sono portata a casa. e dopo tanti anni non posso stupirmi. e invece si. mi stupisco ancora. nel modo esatto in cui mi stupisce un atteggiamento, in cui mi ferisce un silenzio, in cui mi da gioia una sorpresa.

ps: c’entra niente, ma oggi è il primo giorno di primavera e io sento sbocciare un sacco di energie, adesso le raccolgo e ne faccio un mazzo. che avere un mazzo serve sempre.

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il giallo col buco e un po’ di gente intorno

nelle mie immobilità di cucina c’è uno sprazzo ogni tanto…ed ecco una cosa che non appartiene alla mia storia, che non si cucinava in casa mia, che ho assaggiato per la prima volta a casa di un’amica bella, un’amica che non ha mai assaggiato salumi, formaggi e caffè ma che sa cucinare splendidamente. un’amica che “ci schifa” se ci vede mangiare prosciutto, ma che non ha freni a chiedere il pane cunzatu a uno sconosciuto che se lo stava preparando a un tavolino. non riuscirò neanche a convincerla ad assaggiare il mio yogurt gelato o la ciambella con la ricotta mentre lei, mi ha fatto scoprire la polenta col pesce e l’ossobuco alla milanese (oltre a una serie di dolci da svenimento) ognuno ha le amiche che si merita! il risotto giallo mi piace moltissimo ma mai lo avevo associato all’ossobuco. e allora approfitto di questi giorni ancora piovosi, di queste giornate umide, che i fornelli accesi a lungo mi fanno compagnia e decido che è arrivato il momento di rifarlo. la ricetta che ho seguito è quella di gennarino, questa qui e siccome anche io come queste ragazze sono convinta che ogni preparazione abbia bisogno del suo tegame ho preso per l’ossobuco quello di rame stagnato e per il risotto il mio coccio

ossobuco di vitello: 3 ossibuchi ai quali ho tagliuzzato la pelle di contorno, una cipolla bionda piccolina, una mezza carota tagliata a dadini. una tazza di brodo vegtale, un bicchiere di vino, tre dita di concentrato mutti, sale, pepebianco, buccia di limone naturale, 1 acciuga dissalata, prezzemolo.

riso carnaroli, brodo vegetale, zafferano bustina e pistilli (che me lo aveva detto enza che era meglio)

alle 10 ho messo sul fuoco una pentola con acqua, una cipolla, una carota, un gambo di sedano e sale poi, nel tegame di rame, ho fatto sudare a fuoco basso la cipolla in poco olio e burro (di solito non lo faccio, cioè lo faccio in acqua e pochissimo olio evo che non mi piacciono le preparazioni con troppi grassi cotti, ma questa volta ho voluto seguire la ricetta pedissequamente anche se sono stata avara)

aggiunto poco sale subito che aiuta a non bruciare la cipolla facendo uscire l’acqua di vegetazione e aggiunto anche un cucchiaio di acqua.

poi le carote tagliate a dadini piccoli e quando mi sembrava che fosse tutto appassito ho tolto e messo da parte, alzato la fiamma, aggiunto poco olio ancora e messo a dorare i tre ossibuchi infarinati ai quali avevo inciso i bordi. prima da un lato e poi dall’altro, un bicchiere di vino, fato evaporare e poi ho rimesso le verdurine, tre cm di concentrato, sale, poco pepe bianco,messo il coperchio e fatto bollire a fuoco bassissimo, mescolando ogni tanto col cucchiaio di legno, insistendo nei punti in cui la cremina si attaccava sul fondo. aggiunto poco alla volta anceh il brodo vegetale. dopo circa un’ora ho messo il tegame coccio sul fornello, stessa storia cipolla tritata, sale, poco olio acqua e fatto soffriggere piano. lavato 9 cucchiai di riso carnaroli, fatto tostare nel coccio, un bicchiere di vino bianco, e poi poco alla volta il brodo vegetale bollente. il vantaggio del tegame di coccio è che non serve mescolare sempre sempre, non si attacca facilmente e bolle piano, dolcemente. ai fornelli controllavo l’ossobuco e assaggiavo scottandomi la lingua, giravo il riso, quando mancavano 5 minuti all’ora e mezza di cottura dell’ossobuco ho aggiunto la gremolada (il trito di buccia di limone, prezzemolo e alice)

nello stesso momento ho aggiunto la bustina di zafferano al risotto e chiamato a squarciagola lo sparso a far le foto e pà a mangiare. si vede che la gremolata l’ho messa solo sulla mia in modo evidente? so che avrebbero storzato il naso, cosa  che comunque “l’uomo” ha fatto. il ragazzo ha mangiato di gusto, scoprendo che un piatto unico e insolito poteva essere una bella scoperta.

io sono orgogliosa del risultato, ottenuto con collaborazioni amichevoli, di siti e di donne curiose. il grande ha mangiato sotto tortura, la sua, come un condannato. la sera gli ho servito svizzera e patate lessate e l’ho fatto felice. gli uomini si prendono per la gola? alcuni con gran piatti altri con le mani nude…

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i bollori nel bollito

gennaio è certamente più stimolante a consumare bolliti che non a vivere bollori e allora si cerca di uscire dal letargo preparando un contorno ai primi, nella speranza che possano servire ai secondi. il bollito va preaprato con il  metodo inverso a preparare un buon brodo e quindi la carne va messa in acqua già salita a bollore e salata solo alla fine per permettere alla carne di chiudere le maglie e di conservare tutti i succhi all’interno.La confraternita del bollito è tenutaria della la ricetta originale che non si allontana  da un rito, con tutto quello che un rito comporta: 7 tagli di polpa, 7 ammennicoli, 7 bagnetti, 1 richiamo, 4 contorni, una tazza di brodo…leggendo attentamente ho pensato che la bourghignonne possa esserne la risposta d’oltralpe. Gran bollito misto all’italiana, grande convivialità,  il rito prevede 12 amici…certo fare una tavolata per 12 e sperare che a tutti  piaccia il bollito…i miei uomini per esempio…risponderebbero MAI (un annuncio su fb?) Mi accontento  del “lesso”, che a casa piace il buon brodo e una minestrina la sera è un conforto speciale.

le salse sono più facili da consumare anche su crostini e  anche se a goderne sarà un semplice lesso …in mancanza d’altro…la salsa verde e il bagnet ross sono versatili e semplici, ho scoperto da poco la mostarda mantovana, dono di amici , ed è stata una bella scoperta: senape e miele su lesso bollente…! metto su la pentola di acqua fredda e, intanto che il brodo si forma, trito prezzemolo, spicchio d’aglio, una manciata di capperi, poco sale, un tuorlo sodo. copro con olio evo e metto in frigorifero. l’acqua ha preso bollore, schiumo e abbasso la fiamma. fra 5 ore sarà prondo ad accogliere i taglierini.

per facilitare la ripresa dei bollori, invece, ecco alcuni ingredienti facili: aglio, avocado, banana, cannella, carciofo, cardamomo, cavolo verde al vapore, cipolla, curcuma, dattero, dulse, erba cipollina, fagioli di soia, fagioli mung, fagioli neri, finocchio, semi di lino, mandorle ammollate, mela, mirtillo, nocciola, noce moscata, noci del brasile, porro, prezzemolo, quinoa, ribes nero, riso integrale, salmone selvaggio, sedano,  semi di girasole, semi di sesamo, semi di zucca, spinaci, spirulina, trota, vaniglia, zafferano, zenzero, zucca. Questo è quanto di stagione consiglia la dott.sa McKeith al capitolo “sesso alla grande” nella guida  – sei quello che mangi –

gennaio è un mese che non passa mai…il lesso che chiamerò bollito lo sto preparando…e siccome son curiosa e  in casa ho quasi tutto 😉 adesso tocca ai bollori…

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