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wbd 2011 tu pane io piada

nel giorno mondiale del pane mettere le mani in pasta e servire il più semplice degli alimenti è un gesto che va oltre il solito. non ho mai partecipato a questa iniziativa partita pe volontà di zorra 6 anni fa e che parla di condivisione, di bisogno primario, di casa. nata qui e portata avanti da migliaia di foodblogger in ogni parte del web. cindystar spiega perfettamente, grazie a giovanna che ha messo il link.

combattendo con il tempo che prende direzioni diverse dalle mie e che no ritrovo mai, pensavo di non farcela neanche quest’anno. però stavo impastando piadina stamane e, pensando al passato di questo cibo da strada,  è stato lampante: questo è! pane. pane azzimo oserei dire. 4 ingredienti: farina, acqua, strutto, sale. nient’altro. tempo di attesa per lasciare che la farina si faccia tirare in un disco sottile, da cuocere sul testo, sulla piastra, su una padella antiaderente. conviviale e versatile possiamo farcirlo come più ci piace, oppure fare come me, mentre lo cuocio, lascio che un angolo si cuocia troppo e, accidenti, mi tocca mangiarlo a me.

attenzione: le foto che seguono causano inappetenza, dimagrimento  e calo del desiderio

come ho già scritto piadina in romagna bassa, piada se ci si avvicina a rimini, per me è pane di casa, ogni volta che mi manca il tempo per preparare altro. una piada il tempo lo restituisce.

500 grammi di farina 0 – 150 gr di strutto – 170 gr di acqua calda a cui aggiungere 3 cucchiaini di sale. nella planetaria, o sul tagliere, mettere la farina, mischiarla allo strutto e aggiungere l’acqua calda poca alla volta. lavorare, lavorare, lavorare. mettere poi in un sacchetto di plastica e dimenticarla sul bancone per 4 ore circa. ora che è pronta per essere stesa decidere se farla, piccina a bocone, media merenda o gigante per cena. padella piccola stasera, col prosciutto e la rucola, con lo squacquerone e la rucola, con il raviggiolo,  con ricotta e bresaola, con fichi caramellati e ricotta, con mozzarella e prosciutto, con salame, con bufala, pomodoro e basilico. con quello che vogliamo noi. una piada spezzata, un pezzetto a te, un pezzetto a me. ancora un pezzetto a te, uno a lui. che nessuno si resti senza pane.

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pollo peperoni e pazienza

perchè è accertato, io sono un pollo,  i peperoni li adoro…e pazienza se non sono sempre digeribilissimi, pazienza se siamo due mamme e due ragazzi grandi, pazienza se i mariti latitano e i magoni sorgono, pazienza se i discorsi che ascoltiamo non sono sempre quelli che vorremmo sentire, pazienza se i bambini non sono tutti carini, pazienza se ci si lamenta se piove, se fa freddo, se c’è caldo, se c’è sole, se il prezzo della sdraio equivale a un ingresso in piscina, se la fatica fatta non ottiene il risultato agognato sulla bilancia. pazienza? dove si compra la pazienza che la mia è finita e mi viene voglia di urlare?  meglio pollo e peperoni di sicuro…

anno scorso aveva cucinato suo figlio, quest’anno ci siamo incontrate, abbiamo condiviso 4 giorni di confidenze, di sfoghi, di complici sguardi e non ci conoscevamo neanche,(un comportamento degno delle migliori blogger). lei mi ricorda, nel sorriso e nell’ironia, nella cadenza del parlare e nell’estro dell’attimo, uno jannacci al femminile. e in cucina si muove meglio se lasciata in pace, a fare con i suoi gesti, con i tempi che le servono, con i modi di un architetto che in cucina si ritira per trattenere il cliente venuto firmare il disegno.

un piatto deliziosamente speziato, fresco, leggero anche se fritto. me lo ha raccontato, io ho solo dato una sbirciata alla pentola a fine pasto e ho trasferito l’olio avanzato dalla cottura in un vasetto per insaporire una pasta prima che l’estate sia finita.

Pollo e peroni in salsa curry – cottura in tre tempi

un peperone giallo, un peperone rosso, tre zucchine mezzo chilo di petto di pollo, farina/curry, olio evo per friggere

primo tempo: in una padella mettere mezzo litro di olio evo, lasciare scaldare e friggere i peperoni tagliati a listarelle sottili, scolare e mettere in terrina;

secondo tempo: nello stesso olio friggere quindi le zucchine tagliate a pezzettoni lunghetti, scolare e mettere nella stessa terrina

terzo tempo: ora l’olio sarà pronto per accogliere il pollo tagliato a tocchetti e infarinato nel mix farina/curry, una volta dorato trasferire nella ciotola di cui sopra. salare. servire  a tre adulti di cui uno di ritorno dalla disco all’alba, che ci ha fatto colazione. e pazienza!

e questa volta grazie a marco, che mi ha portato la mamma, che non sempre le mamme son fatte per incontrarsi e piacersi, uguali nel chiamare amore, ma questa volta sì.

ps lungo oggi

oggi 9/9 ricorre il centenario della nascita di cesare pavese: il corpo / si godeva furtivo la carezza del sole/ insinuante e pacata come fosse un contatto

(non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi) aforisma

sempre oggi 9/9 ricorre il tredicesimo anniversario dalla scomparsa di battisti. “la gallina coccodè, spaventata in mezzo all’aia fra le vigne e i cavolfiori mi sfuggiva gaia…”

ogni giorno è un anniversario. ogni giorno ringrazio di essere io e ogni giorno sfuffo perchè sono io.

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una ceretta con le amiche

meglio di una cenetta, meno impegnativa, facilmente condivisibile, spesso necessaria. dolore mutuabile e risate assicurate. con la complice intesa, come quando ragazzine, ci si trovava a piccipicciarsi le prime esperierze del tutto.

se sei un ciclista e hai bisogno di una mano, lascia un segno. ti inviteremo a una ceretta con le amiche. (ma quanto mi piacerebbe?)

una ceretta con le amiche. io strappo a te, tu strappi a me. facciamo un strappo alla noia delle sere che, d’estate, non hanno più niente, se non il melone nel piatto.

insalata vorrei che fosse estate:

lattughino, rucola, basilico, pendolini, melone tamaris a pezzettoni, formaggio semistagionato “3 latti”. fotografata con iphone prima di farla annegare in una emulsione di yogurt greco, sale integrale paprika piccante e olio di oliva.

ps

ho sposato un maglioncino. e non sono mai riuscita a chiedergli di eliminareun pochino di lana. vorrei ma non mi piacerebbe. perchè siamo così complicate?

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siamo nelle pesche

a sò in tal pésgh. am sò trova in tal pésgh, i ma mès in tal pésgh. lo diceva la mamma con aria contrita e uno sguardo preoccupato, quando la situazione per lei si faceva difficile. mi è ritornato in mente prepotente questa frase quando con la bicicletta mi sono trovata a dover evitare una pesca, gettata con il morso di fresco, a concimare una ciclabile preda di erbacce e pesche appunto.

sono nelle pesche, mi sono trovata nelle pesche, mi hanno messa nelle pesche. risalire al significato potrebbe essere facile. il periodo della raccolta pesche arrivava tutto in una volta e ci si doveva dar da fare a coglierle. per non trovarsi con pesche troppo mature, brodolose, col pelo per giunta.

giravo con babbo e con uno strano aggeggio, il calibro,  che serviva a misurare la circonferenza delle pesche,  perchè il magazzino della frutta dettava precise regole di raccolta, mai sotto la tal misura, di seconda quelle che misurano x, di prima quelle xy. e il compito del mediatore er a quello di controllare che il contadino non “furbeggiasse”. per me era una festa. sulla 131 del babbo, con il plaid sui sedili posteriori (se no “us inciosa la machina”) si partiva la mattina e si andava a “cà di cuntadein”. accolti nei campi, a volte con qualcosa da battibeccare,  più spesso col sorriso, tornavamo a casa pieni dei doni che ci facevano, pesche, meloni, cocomeri e tutto quello che la terra produceva. adoravo le pesche bianche, pelose e zuccherine, varietà antica che oggi si trova raramente. con le mode fruttarole e gli innesti dei vivai ecco arrivare le nettarine; nei primi anni un boom assoluto, anche di varietà facili da coltivare, ma totalmente insapori. oggi, finalmente, inversione di tendenza e ritorno al buono. sono tornate le pelose, le tabaccaie o saturnine, ci sono anche le bianche col pelo. buonissime, le nettarine di romagna igp

ancora oggi io vivo la campagna con gli occhi del babbo. con la tribolazione se si sente un tuono e si pensa alla grandine, con il dispiacere di sentire che ai contadini la frutta viene pagata niente,  la protesta di coldiretti che regala ai poveri per non cedere al mercato mi ha toccato, profondamente. quanto prende un contadino per un kg di pesche? circa 19 centesimi. costa di più farle raccogliere. a quanto le troviamo noi sui banchi dei super? serve commentare?

adesso siamo nelle pesche. e io me le godo così:

insalata di pesche e formaggio: preferisco le bianche con un formaggio tre latti (capra, pecora, mucca a pasta morbida), taglio a tocchetti e aggiungo pochissimo sale dolce di cervia e un filo di olio brisighello. basilico o mentuccia a chi piace.

mangia e bevi di pesche e yogurt gelato: con quelle che ho in casa, anche le troppo mature, una generosa pallina di yogurt gelato e un sbriciolata di amaretti. o lingue di gatto.

ps: vorrei provare il sorbetto alla pesca. ma son troooopppo abitudinaria!

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se nutrire il sè

diventa un’esigenza impellente. e ti accorgi di cercare cose lontane dal solito. oppure uguali ma abbandonate da tempo. riprendere la matita per riempire spazi bianchi. che cosa apparirà? in un processo contrario prendere una gomma di ferro e togliere gli spazi neri. la fatica fisica che libera la testa. che cosa apparirà?

non voglio ascoltare la parte di me delusa dagli altri e allora mi muovo a cercarne altri ancora. di se, per provare a fare una cosa mai fatta da me: ognuno per sè

ho scollegato i pensieri. si legge vero? solo fisico. e tavola diversa.

sono partita per fare questa di hysteria, ma prima di accendere il forno ho fatto anche questa che lo sparso lo sformato non lo.

riso integrale con gamberi: l’insalata di ieri. per 2.

riso integrale misto 6 cucchiai, 400 gr di gamberi, due pomodori in graticola, ciliegini, rucola e spezie

ho messo a bagno il riso integrale la sera prima e la cottura è scesa da 40 a 30 minuti ma, era un pochino mappazza. l’ho freddato e sgranato a manazza. poi l’ho mischiato con un paio di pomodori in graticola  cotti dal giorno prima, di quelli da pucciare con la ciccia, rosmarino e aglio. poi ho sgusciato, pulito e saltato i gamberi in padella rovente con poco aglio schiacciato, li ho uniti al riso da freddi, ho tagliato i ciliegini e spezzettato la rucola. olio e sale, mescolato. io me ne sono servita quattro mucchietti sul piatto. ho con lo zenzero, unmo con la paprika, uno con il timo fresco, uno con l’origano. poi ho rifatto il giro. mi sono piaciuti tutti! lo sparso mi ha guardata con la faccia di traverso, ha mangiato meno riso di me con espressione perplessa, ha ripulito il resto dei gamberi e mi ha chiesto il mascarpone.

alle due del pomeriggio pà si è alzato a fare colazione. il suo sè è stato nutrito dalla notte.

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dall’alba al tremonti

in un paese dove la comunione di interessi fa nascere eventi che iniziano all’alba di un sabato, con ragazzi che suonano fra le balle, con giovani manovali che le caricano sui trattori, con architetti che le posizionano in attesa degli spettacoli che verranno; in un paese che muove le menti a inventare bellezza, in un paese che ha inventato la pizza, il gelato e che basta una chitarra per fare serenate

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in questo paese ci incantano i serpenti, ci facciamo suonare da un branco di incompetenti, mettiamo tremonti sopratutto e crediamo che sia disposto a lavorare per noi. quando è così chiaro che sta lavorando solo per loro.

in questo paese io mi sento sempre più lontana da quello che volevo. e questa classe politica mi sta sulle balle. ne ho piene le balle. mi ha rotto le balle

e grazie al caldo che non mi toglie la voglia di mangiare, ai filari di pomodori visti la mattina, ai colori di una bandiera che vorrei meno retorica dedico il pranzo.

friselle:

la ricetta per fare le friselle è quella di lydia, io le ho comprate integrali al banco del salto, troppo pigra per impastare e troppo scarsa con la madre che giace non reattiva.

però suggerisco acqua di ridracoli per bagnarle, pomodori dell’orto della moni per gustarle e basilico del vaso in giardino per compleatare. condire con sale integrale dolce di cervia e olio extravergine di brisighella. io ho provato anche la versione con origano siciliano. devo ancora decidere quale preferire. ne preparerò altre e me le porterò in picnic tra le balle. di notte con la luna, fortuna a noi.

note d’alba musicale a cura dei radadum.

e nota mia finale: ho notato che mai come in questa appariscente classe politica attuale si evidenzino parrucche, parrucconi, toupè e pantegane. stanno cercando di nascondere l’evidenza.

 

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son cose belle

la luce che filtra nel bagno dalla nuova copertura della veranda è diversa, più forte ma morbida e crea angolazioni luminose che mi affascinano.

vedere un ragazzo che fa la legna con i rami caduti durante la nevicata di marzo, sulla ciclabile abbandonata dal comune (senza fondi), lui non lo sa ma lavora per me

andare ogni giorno al lavoro pedalando e tornando tardi accorgersi che le giornate sono lunghe, tanto più lunghe.

prepararsi a stirare in giardino (per vedere se riesco a stirare, finalmente)

finire tutti i campioncini di crema per il corpo (in piscina si può)

rubare ciliegie

fermare la pedalata in salita, rispondere al telefono e scambiare umori, malumori e buonumori con un’amica. accorgersi che per terra ci son ciliege e anche sul ramo messo sulla legna. e mangiarle tutte.

le rose che fanno muro sulla ciclabile

ricominciare a baciarsi, soprattutto dopo i 10 giorni di silenzio totale post aie.

chiedere a pà se preferisce pizza o tonno e sentirsi rispondere tonno. (coooosa?)

da guando gli preparo l’insalata di tonno, patate e capperi posso dire che pà mangia anche “il pesce”

semplicissima:

un vasetto di tonno asdomar al naturale (quello avevo) un vasetto di capperi sott’aceto, patate lessate (e questa volta i primi fagiolini) origano

metto il tonno a scolare, (soprattutto se è sott’olio) aggiungo i capperi, le patate tagliate, i fagiolini tagliati, origano, sale, olio (solo se il tonno è al naturale)

servo con crostini di pane all’aglio. su una tovaglietta che porta le nostre iniziali ricamate. anche questa è una cosa bella. (beate le zie che ne facevano dono!)

e poi ho ripensato alla cosa successa sulla ciclabile, la mattina ho chiesto al ragazzo biondo se era incaricato del comune, lui ha detto no, lo faccio per me, gli ho detto bravo, grazie mille. e a sera, c’è questo ramo di ciliegie su una catasta di legna, con tanti frutti intorno. beh mi piace pensare che non sia un caso e grazie alla telefonata che me lo ha fatto trovare.

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bianco rosso e verdicchio

per ubriacarsi a 150 anni. proprio oggi, oggi che voglio dire”grazie al cielo l’italia è una” una sola. da nord a sud. e posso bere un rosso piemontese e un bianco romagnolo e un verdicchio marchigiano, posso recitare una poesia veneta, cantare una canzone ligure, respirare l’odore della romagna, allungare il passo fino in toscana e sentirmi nell’animo siciliana,  nutrirmi di mozzarella campana, taralli pugliesi  e zafferano aquilano. la forza dello stare uniti è l’unica speranza che possiamo coltivare. uniti per combattere l’ignoranza di chi pensa solo al proprio interesse, uniti contro chi pensa che lo straniero sia quello che ti sta vicino, uniti per sostenerci quando le cose, lo sappiamo, non andranno come vogliamo.

io sono italiana e mi unisco idealmente a chi nel mondo riconosce la nostra arte, il nostro impegno, il nostro essere unici nell’insieme che vive sotto un unico cielo.

brindo con un bicchiere di rosso, con un bicchiere di bianco e se il verdicchio non è abbastanza verde lo sono io verde. spesso dalla rabbia.  ma molto più spesso come stile di vita.

il mio giorno straordinario di festa lo nutro di piadina, romagnola per eccellenza, nella variante meno sottile meno riminese e più di casa.

500 gr di farina O – 100 gr di strutto buono – 180 cc di acqua tiepida e una bustina di lievito per torte salate – un cucchiaino di miele – un cucchiaino di sale fino

impastare tutto e lasciare riposare in frigorifero almeno un’ora. tirare col mattarello o spianare a mano e cuocere sul testo. in alternativa in una padella per crepes o padella antiaderente.

farcire con bianca mozzarella, rosso prosciutto e verde insalata, rucola o spinacini.

è un piatto unico, come l’italia e questo è il mio contributo alla bella iniziativa di francescav che non vive in italia ma vive ogni giorno l’italia molto più di noi.

ps

non mi piace quasi niente di quello che l’italia ha fatto negli ultimi vent’anni. l’italia intesa come classe governativa, naturalmente. credo che effettivamente la lega meriti di vivere in un altro stato: uno stato di infermità mentale.

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oh che bel castello

innocenti marcegaglia per la precisione, installato sulle scale di casa due settimane fa e ancora non rimosso e a quanto pare inamovibile.  invita a scalate di pulizia profonda, suggerisce coreografie per musical personali con stonature assicurate, io ci passo sotto per salire in mansarda a salvare il principe consorte, mi ci arrampico e canto nel mio inglese inventato fingendo di essere la gobba di notredame o la maria di west side story.

il film però è meno divertente. abbiamo dovuto rifare il tetto delle “unità abitative” lato strada; 4 villette cielo terra, una cifra spaventosa in fatto di euro. un mese abbondante di lavoro (agosto), la sostituzione del lucernaio con un fantastico e innovativo sistema “vedux” che ci ha creato danni che non immaginavamo. per 27 anni abbiamo avuto un lucernaio fisso. perfetto, 4 piani di luce sulle scale a chiocciola, ma in accordo con le altre “villette” abbiamo optato per “tetto nuovo, lucernaio apribile nuovo”. io mai avevo sentito la necessità di aprire il lucernaio sulle scale e  non sopporto le cose automatizzate quindi abbiamo scelto il modello a bastone e senza oscuranti (che non mi interessa far buio la sera e aprire la mattina, ci pensa il sole da anni per questo) insomma:  lucernaio nuovo installato in un giorno che ero da babbo, rientro, salgo le scale piene di macerie, alzo gli occhi e vedo che  per smontare il vecchio hanno scassato il muro oltre ogni misura, che non hanno ripulito le scale ma soprattutto che al risveglio il sole picchia forte nel vetro trasparente, che le cache di uccellino sono immediate e ben visibili fin nei dettagli e che quando piove il rumore sembra “al mio via scatenate l’inferno” ok. voglio indietro il mio vecchio, discreto, silenzioso e caro lucernaio. o almeno un doppio vetro con intercapedine come avevo. e l’azienda, costretta a ripristinare il muro, installa il castelletto…e ci abbandona. ora che si avvicina il momento di addobbare la casa a natale…credo che lo arrederò di pungitopo e rami d’abete e quando arriveranno i muratori li sistemerò tipo presepe sul castello innocenti marcegaglia.

e questo si aggiunge a un periodo di …dieci anni? in cui i contrattempi e le cose che non vanno no, superano di gran lunga i momenti di assoluta felicità come per esempio: guardare e riguardare la cesta dei panni da stirare ancora vuota, la cesta dei panni da lavare vuota pure, due chili di biscotti in dispensa, la pasta madre da rinfrescare e, il radicchio del super che è buono, ma mai come quello spacciato ai caselli 🙂 e allora comunque  “ho riso” con il radicchio trevigiano e il radicchioradio.

vialone nano, radicchio di treviso, pancetta affumicata, vino, brodo vegetale, cipolla e un tegame di coccio.

tagliare la cipolla fine fine, stufarla nel coccio con poco olio, sale e acqua, contare tre cucchiai di riso a testa, lucidare il riso mescolando a fiamma alta con cucchiaio di legno, sfumare con poco vino (ho usato il bianco ma anche rosso…) aggiungere il brodo vegetale portando a cottura mescolando di tanto in tanto a fiamma dolce. a metà cottura, dopo circa dieci minuti, aggiungere il radicchio tagliuzzato e poi il formaggio che preferite per mantecare. (no ho messo burro, solo abbondante formaggio francese tipo gruyere)

cuocere il risotto nel tegame di coccio permette di non dover costantemente mescolare e quindi ho potuto tranquillamente mangiare in pinzimonio i gambini bianchi del radicchio che ho preferito non mettere per intero, cosa che mi ha reso più tranquilla e più propensa a tornare sul castello a cantare…

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carbonara marinara

mangiato bene ieri sera? mà,  ho preso un primo che spacca! una carbonara col pesce. una carbonara col pesce? io non ho neanche mai fatto una carbonara! marco mi guarda come si guarderebbe un alieno, credo. non hai mai fatto una carbonara? domani carbonara allora, cucino io. l’amico dello sparso, quello che annualmente passa qualche giorno con noi al mare, è una bellezza! sempre a posto, sempre allegro, pronto a raccontare, ad ascoltare, a mangiare quello che gli metto nel piatto e adesso anche a cucinare per me. a cucinare per me! poi mitch ci prova e dice e se ci mettiamo le vongole e se due gamberetti e poi c’era pesce pesce…ok. io preparo vongole e gamberi. marco prepara la carbonara. mitch prepara la tavola. è un giorno di fine agosto e sono contenta di avere la compagnia dei ragazzi. ragazzi che mi sopportano, con la mia frutta tagliata, con i miei tentativi di “frutta, verdura, movimento, fumo no, fate i bravi” ma quanto sono noiosa, ragazzi che sono una parte della mia estate.

la carbonara marinara nasce così, cercando di riprodurre un piatto del canasta mare, che era fino a 10 anni fa, gestione roberto, monica, ivan, il mio ristorante del cuore.

per tre persone: tre etti di spaghetti, 500 gr di vongole, 300 gr di gamberi, uno spicchio di aglio, due tuorli e un uovo intero, parmigiano grattugiato.

intanto che gli spaghetti cuocevano abbiamo aperto le vongole in una padella con poco olio e aglio. sgusciate una a una, rimesse sulla fiamma per pochissimo con i gamberi privati di guscio e filo nero, tagliati a pezzetti. le uova sbattute con sale e parmigiano. scolate la pasta al dente e tuffata in padella con le vongole e i gamberi, toltae dal fuoco l’ho passata a marco che l’ha adagiata nella pirofila con le uova. servita e gustata sul terrazzo, un piatto che è stata una scoperta.

per un motivo (nella mia casa di ragazza si faceva solo pasta fatta al matterello o il riso) o per l’altro (a pà non piacciono le uova che si riconoscono tali) non avevo mai fatto e mai mangiato una carbonara. e la mia prima è stata marinara. son strana eh? grazie marco.

(che mi dice: un tuorlo per ogni commensale più un albume e la prossima volta ti faccio la classica) adesso mi sento più completa.

e grazie anche alla mamma di marco che i figli non nascono già imparati e carbonari.

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