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clessidra

che non è il tempo che passa che mi fa paura. è la sabbia che è sempre quella. ci scambiamo parole. parole. parole. e ancora umori molesti e momenti bellissimi ma…granello dopo granello, il tempo passa, la giri e la giri e la sabbia è sempre quella. come una clessidra il rapporto a due rischia di consumarsi sulle stesse onde. sugli stessi attimi. e invece se potessimo attingere aria nuova. respirare parole altrove, altrui, fare innesti di esperienze da altri vissute. allora si mischierebbe la sabbia e le granelle. gli attimi e gli atomi e non sto parlando di scambio di coppia no. non nel senso dell’italiana moda. sto parlando di trovarsi a parlare e parlarsi davvero e davvero ascoltare. interessarsi all’altro diverso da noi e lasciare che l’altro si interessi a noi. speranodo che ci sia scambio reale. di parole e pensieri. perchè da soli non ha senso. perchè da soli non è essere. invece trovo che sia così difficile incontrare anche solo un paio di amici che accettino di scambiarsi idee. che si ha paura di farsele portar via. o di scambiarsi incertezze, che si ha paura di essere giudicati. o che si ha paura di essere sovrastati, o che si ha paura di essere. paura di. paura.

la mia clessidra segna il tempo che passa inesorabile. cazzo se prilla.

ma io ho trovato il modo di mescolare le polveri. ho impastato maltagliati di farina 0, di farina integrale e di grano saraceno. 150+30+25 grammi nell’ordine e due uova. e lasciati seccare e maltagliati e bolliti nel minestrone preso dal congelatore. e mangiati come se il tempo non passasse. con calma e parmigiano.

 

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sui quadretti c’è la lista delle cose da fare. scritta prima di dormire per tentare di dare una regolata alla giornata che verrà e per non lasciare nulla indietro. sveglia presto. cielo grigio. colazione coccola e poi carico l’auto di panieri, bottiglioni e sacchetti da gettare. chiamo mio nipote per sapere se devo fare qualcosa per lui. segnale a vuoto.

faccio tutto in orario. faccio tutto come da copione. rientro, c’è il sole,  inforno patate e pollo. mi cambio e vado a correre. rientro. controllo il forno. quasi pronto. 13.40 suona il cell. “ciao zia. dimmi” – bisogno di qualcosa? “no, tutto a posto, grazie, ci vediamo dopo” sto per riagganciare…-domani, ci vediamo domani- “oggi zia. alle 15 in chiesa.” -ma è sabato!- “si, sabato”

mi è passata la fame, il cioccolato fuso, le uova e il burro non diventeranno la torta che mi aveva chiesto per il battesimo. neanche la robiola e le fette biscottate. non riuscirò a rendere i miei capelli presentabili. forse non riusciamo neanche a mangiare. urlo per le scale, è oggi! il battesimo di sofia è oggi. alle tre, si parte fra mezz’ora!

il regalo lo dovevo ritirare nel pomeriggio, le torte erano programmate in sequenza oraria, col forno acceso per polloepatate e poi via in progress per tutto il giorno. la doccia, i vestiti, i nervi, la pioggia, un vassoio al volo, la zuppa inglese che non è abbastanza fredda.

andiamo. è il giorno sbagliato. ho perso un giorno. vi aspettiamo il 25/9 alle 15 al battesimo di sofia. lo rileggo ora e sono ancora convinta di avere ragione. doveva essere domenica. ero sicura fosse domenica. e se non avesse chiamato, io avrei rinunciato al mio volo a san vito lo capo per una domenica in cui non c’era niente di importante da fare.

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di domenica e di lunedì

il pranzo della domenica è quello di tanti anni fa. quando ci ritrovavamo nella “camera buona” con i piatti “buoni” e i bicchieri “buoni”. tavolo ovale in cristallo con mollettone, tovaglia ricamata tirata fuori direttamente dal corredo di mamma, posate AMC, sedie spaiate aggiunte all’ultimo, ognuno porti la sua…ce n’è una di sopra nella camera di nonna. ed ecco il brodo nel pentolone, i passatelli da stringere (onore che spettava al babbo) il lesso da impiattare (onere che spettava a me) la salsa verde da assaggiare e poi la carne ai ferri, le mitiche patatine fritte del babbo, le patate lessate, i nervetti i piedi di gallina nascosti in cucina. erano domeniche di festa vera. la sgridata a mia sorella che arrivava fuori tempo massimo, i bambini che giocavano in cortile (uno di 16 e uno di 3 anni, più i rispettivi padri) il brodo buono, il piatto fumante e poi di corsa a mangiare il secondo in attesa dei dolci. latte brulè e dolce caffè. due bombe assolute. mai così buoni mai più. era fra il primo e il secondo che sorprendevo in cucina mamma a mangiare nervetti e piedini e dada a fumare. sembravano entrambe godere il momento come il più prelibato. il piatto tenuto come si teneva il tema per non farsi copiare, le mani unte, gli occhi a scusarsi. era bellissima la mamma di nascosto. ora il mio pranzo della domenica è spesso consumato in solitaria. una metà a letto e l’altra in giro. ma nulla mi vieta di trasferire il piacere della festa al lunedì. e allora prendo la pentola grande, mezza gallina, doppione, scaletta, una cipolla infilzata da un chiodo di garofano, una carota, gambo di sedano e riempio di acqua fredda. sale e pomodorini. metto sul fuoco vivo fino a schiumare poi abbasso al minimo. copro e faccio sobbollire per almeno 4 ore; il tempo che serve per impastare i passatelli e farli attendere per il pranzo.

Passatelli del mio passato

Per 4 persone

pangrattato gr 350 – parmiggiano reggiano gr 350 – una noce moscata – una grattata di limone bio – 7/8 uova

mescolare tutti gli ingredienti in una ciotola fino ad ottenere un composto consistente ma non duro, lasciar riposare nella ciotola coperta. passarli al passapatate direttamente nel brodo. ora: il segreto per passatelli perfetti? un solo, anzi due. il pane deve essere comune, cioè scondito e raffermo da almeno 5 giorni. io compro la treccia comune da un chilo, consumo quella che miserve in giornata e poi la lascio seccare a pezzettoni. la grattugio con il blender, crosta compresa. il parmiggiano deve essere stagionato bene. 30 mesi è meglio. di più sarà ancor più saporito. una volta passati dall’attrezzo al brodo basta pochissimo…un bollore e quando vengono a galla spegnere. coprire. sorridere agli ospiti e servire.

se poi a tavola c’è un amico che non vedevi da tempo, c’è chi ami e c’è tempo da perdere…è domenica anche se è lunedì.

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Vieni babbo.

Come sei bella! Grazie babbo. Mo sai che ti sei fatta ancora più bella? Grazie Babbo, sei sempre stato un adulatore eh? E che bei cosi che hai nelle gambe. sono jeans babbo. ne voglio comprare un paio anch’io. va bene babbo. dove andiamo adesso? A far la spesa. E chi guida? guido io, babbo. Babbo? e chi è babbo?

88 anni, un uomo forte, gran lavoratore, corteggiatore, ballerino, cuoco, padre, marito. ridotto a un mucchietto di ossa e senza il sostegno della memoria. maledetto alzheimer che non solo si porta via i ricordi e i moment, ma anche gli affetti e la pazienza. Vieni babbo…balliamo questo valzer. questo ancora te lo ricordi come si fa.

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