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il latte brulè della mamma, una prova

i tutti i sensi una prova. che soffro di ansia di prestazione con le ricette di mamma, con le cose che mi hanno accompagnata una vita e che non ci sono più. e voglio replicare la meraviglia e la bontà, che sono nei ricordi prima che sulla tavola e con i cappelletti ci sono riuscita una natale fa, ma il latte brulè non ce la potevo fare. e ho rimandato e rimandato e sperato che qualcuno ci provasse per me. e poi lo sparso ha detto basta. compriamo il latte. basta. proviamo a farlo.

Due litri di latte crudo

Una stecca di vaniglia

11 tuorli e un uovo intero

12 cucchiai di zucchero

170 grammi di zucchero per lo stampo

un colino

una stecca graduata

una pentola per far bollire il latte

uno stampo da latte brulè

ho versato un litro di latte nel pentolone, lo sparso prima di spargersi ha preso uno spiedino di legno, lo ha immerso nel latte e ha fatto una tacca (che non ho  la stecca graduata) poi ho versato l’altro litro di latte, inserito la stecca di vaniglia e  acceso il fornello. il latte deve bollire fino a calare della metà, quindi deve tornare alla tacca del litro. ci vuole più tempo di quello che si pensa. cresce e si deve soffiare, e fa la tela e si deve abbassare la fiamma e poi alzarla ceh sembra non bolla abbastanza. e poi controllare ma …un’ora quasi c’ha messo. e l’odore di vaniglia nella cucina che impregnava il cuore. e la stanza piena di vapori dolcilatte, e frasi che mi pareva di sentir lontane – el calé e lat? va a guardé – e il babbo obbediva burbero e sorridente che non ho mai capito come si possa essere burberi e sorridenti insieme.

prendere le misure

e guardando un film che mi è piaciuto percorro la distanza fra il camino e la cucina con lo stomaco in ansia. e spendo la fiamma per far freddare il latte. tolgo la stecca di cannella e la lavo. – mettila sulla carta ad asciugare che la possiamo usare altre due volte almeno – davvero mamma? metto la stecca sulla carta, ma la lavo un pochino che la tela del latte mi inquieta. e mi risiedo e aspetto che arrivi il momento giusto. è sicuramente freddo sono le 11 passate. di una sera di quasi natale. con le cose da fare e quelle da non voler fare. prendo lo stampo e ci metto 100 grammi di zucchero e sulla fiamma lo faccio sciolgliere e giro e prillo e mi sembra pronto e giro ancora

gira e prilla

e poi comincio a rompere le uova e i tuorli uno dopo l’altro nel bicchiere del ka, e l’ultimo intero e 12 cucchiai di zucchero e monto con le fruste. poi passo il latte al colino sopra i tuorli sbattuti e diventa una crema profumata e gialla. e la verso nello stampo, cazzo è troppa, ma come? stampo da un litro, due litri diventato uno, come faccio adesso? ho montato troppo le uova, hanno incorporato troppa aria, mamma lo faceva a mano. ecco lo sapevo. lo sparso è sparito. sono sola con i miei ricordi e la mia prova. e allora arrivo al limite dello stampo e metto il rimanente in frigorifero. e metto lo stampo a bagnomaria dentro il forno a 180° scoperto. e mi sembra che non si cuocia mai e dopo oltre un’ora e mezza la prova stecchino mi dice che è presto. alzo il forno a 200° e mi attacco al vetro a controllare che l’acqua non deve bollire. mamma lo metteva sul fornello dentro una pentola, perchè ho voluto fare come la vicina e l’ho messo solo nel forno?? aspetto ancora, sono le due passate. non ho sonno. ho l’ansia. ma non avevo già abbastanza cose da sistemare? che per stare chiusi per natale il mondo si deve organizzare? adesso la prova stecchino mi dice che potrebbe essere cotto. spengo il forno, lascio dentro e vado a letto. ci penserò domani mattina a guardare il risultato e farò la prova assaggio domani sera e se sarà venuto bene per natale lo rifarò e migliorerò. va tutto bene.

quasi bene infatti. l’ho servito troppo tiepido che invece va freddo, deve riposare un paio di giorni, meglio tre. che assorbe il caramello. devo aggiungere più zucchero allo stampo che 100 gr son pochi e il caramello deve essere tanto. e una volta capovolto su un piatto capiente che accoglie anche il sughetto il latte brulè deve restare fermo e non budinoso, stile tettaflò, quindi si può cuocere ancora un po’.

ho seri problemi a fare centro

insomma con la parte rimasta ho provato a farne una mini versione con molto più caramello nello stampo, cotto sul fornello a bagno maria, terminato venti minuti nel forno scaldato alla massima potenza e il risultato era perfetto.

ora ho corretto le proporzioni. la prossima volto monto a mano i tuorli o comunque monto molto meno. la prossima volta metto + zucchero a caramellare (170 invece di 100) la prossima volta mi sentirò meno incerta. forse. e comunque la prossima volta farò fare le foto allo sparso, che a sto giro oltre alla tacca e alla bocca non ha messo.

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prendersi il tempo

perchè tant tin ceap a fe quiquel? bsogna inciapescian se nò uns trova

il dialetto ha la magia dei suoni d’infanzia nei ricordi. ha la difficoltà di scrittura e interpretazione se lo scrivi e se poi lo rileggi sembrano scarabocchi. però quello che si dice in dialetto ha una sintesi e una valenza che difficilmente possiamo dare uguale significato in italiano perfetto.

perchè non ti prendi a fare qualcosa? bisogna prendersene se no non si trova. il soggetto è il tempo e la situazione è questa. montagne di cose da fare, noiose, tediose, brigose, pallose. tutto ose…e rimando e rimando…ma poi finisce che al pettine oltre che i nodi arrivano anche i pensieri. e allora mi sono violentata a fare un “dovere spiacevole” al giorno. e a chiudere dei cassetti che andavano chiusi da tempo e ad aprire porte che danno luce nuova. finalmente sistemata la situazione “regolare” del badante di babbo che il permesso di soggiorno è arrivato. e quindi via di assistente sociale e colloqui e appuntamenti da rispettare per poter avere “quello che ti spetta” piccoli contributi che permettono a una misera pensione di pagare badante e bollette. e poi la camera che da tre anni aspettava chiusa a chiave è stata riaperta e adesso dovrò fare i conti con “cosa ne faccio di questo?” io che non riesco a buttare neanche la carta da pacchi! una fiera della meraviglie fra cose inguardabili, fra cimeli di chiara provenienza, coperchi tupperware a gogo e articoli amc in ogni dove. poi, nell’ordine, 12 mazzi di carte romagnole (ce ne fosse uno completo) una ventina di stuzzicadenti con capocchia fru, ricordo di coppe gelato kitch e di veglioni passati. piatti di plastica dura modello asilo e poi  un bellissimo lampadario a goccia. e le chicche che seguono:

e adesso che faccio? me li guardo? li uso? li vendo? intanto riempio scatole e scatole e scatole …e ne rompo anche …di scatole e altre sfere…perchè gli incontri di scambio vestiti e oggetti li fanno solo nei salotti bene milanesi e i giornali ne parlano come dell’ultima stilosissima mania delle fashion victim? io sono victim delle cose per casa e se facessi salotto scambio mi prenderebbero per pazza definitiva. che una diagnosi già c’è…e poi? e poi laser alla spalla e visite mediche e poi litigate per futilità e poi il pippio e poi siccome un bel tacere non fu mai scritto…e chi ha tempo non aspetti tempo…

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la consapevolezza del se (‘)

l’accento è fra parentesi per consentirne l’uso a scelta personale.

… se fosse ancora qui domani  porterei una torta e sarebbe un incendio di candeline. 85. ma con i se non si costruisce il mondo e non si diventa grandi e poi tu mamma nei miei occhi sei ancora bellissima, sessantenne, con il sorriso che mi abbraccia e anche “se” non potrai spegnerle idealmente lo farò io per te. lo farò io con te.

se avessi fatto, se avessi detto…ogni istante della nostra vita è lastricato di “se” e sempre mi torna nel fare  il tuo modo di dire:

“sa foss, e s’avess an srebb gnac a què.” (se fossi e se avessi non sarei neanche qui)

ecco con i tanti “se” la consapevolezza del “sè”. io sono quello che ho vissuto, quello che ho sbagliato, quello che ho pianto, quello che ho gioito. sono quello che tu mi hai insegnato a essere. molto nel bene e anche nell’uffa! sono quello che mi sono impegnata a diventare, quello che ho letto, quello che ho respirato. sono il cambiamento dopo ogni porta sbattuta, sono l’amica di chi vuole scoprire e la fretta delle cose da fare. sono la figlia che vuole ancora essere tale e non può, e quindi, per oggi, sono la consapevolezza più del se, che del sè. buoncompleanno mamma. non ti porterò fiori. ma la candelina la accendo ora. questa foto è per lo sparso e per “chi tabèch” che la nonna così non l’hanno vista mai,

“sa foss, e s’avess an srebb gnac a què.” mi vien da pensare rileggendo che forse, adesso, non essendo qui…sei e hai quel che vuoi.

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i cappelletti della mamma: la mia poesia di natale

“intanto che la maria è sotto il casco vieni che iniziamo a fare la sfoglia!” c’era sempre qualche cliente di mamma sotto il casco, a qualsiasi ora del giorno e della sera. fosse fra settimana o festivo. ma a natale, a natale era un’apoteosi di pettinate, permanenti, tinture, teste da lavare e cappelletti da fare, latte brulè da consegnare e regali da impacchetare. sono cresciuta in una casa dalle porte aperte e dalla tanta gente. in una famiglia al femminile con un solo uomo, il babbo, che rincorreva sottane. tutte. si respirava allegria e confidenza anche nei giorni di sfuriate e c’era sempre qualcuna che capitava all’improvviso e come niente fosse si metteva a far qualcosa. togliere bigodini, tagliare biscotti, prendere in giro babbo. mamma col sorriso stampato e lo stupore costante andava da una stanza all’altra della casa col camice bianco chiazzato di colore scuro e dava ordini subito dopo aver fatto lei stessa la cosa che comandava. tipo:” prendi la farina e mettila sul tagliere, tre zimnine per tre uova, cosi”…e già aveva contato uno, due, tre. “renzoooo, tira fuori il batù”…e già partiva con le mani infarinate a prendere il ripieno che si doveva ammorbidire un poco fuori frigo. non ho mai passato molte serate fuori casa a qualsiasi età perchè era troppo divertente stare esattamente dov’ero. immersa in una sit-com naturale. già dall’inizio dicembre si cominciavano i preparativi, iniziavano le ansie per i regali da fare che erano sempre tanti e così poco il tempo…così spesso, mamma, regalava il latte brulè. molti arrivavano con le uova. se non le hai…e poi addobbare gli alberi, fuori e dentro, mettere i festoni e le stelle sugli specchi della “camera dove lavoro” ci teneva tanto la mamma ai pacchetti sotto l’albero ma non riusciva a far sorprese. aveva l’ansia di vederci felici e ci diceva subito cosa ci aveva comprato. e siccome sapeva che sia io che mia sorella volevamo la sorpresa era impegnata fino all’ultimo a impacchettare di tutto, dalle scatole dei fiammiferi a quelle dei cioccolatini usate, naturalmente fra una messa in piega e una sfoglia di tre uova alla volta per i cappelletti. che si facevano rigorosamente la sera. tutte insieme attorno al tavolo. e se vado nel tempo ancora più indietro…attorno a quel tavolo ritrovo la zia che viveva saltuariamente con noi, sarta, zitella e perdutamente innamorata di cary grant, la nonna che si addormentava col cappelletto in mano, il babbo con le sue battute e i suoi baci per tutte e le vicine di casa che spettegolavano allegramente.  meno televisione, più chiacchiere, tanto natale e i cappelletti della mamma. questi si che sono buoni

per il batù:

550 grammi di parmigiano stagionato. una noce moscata. 150 grammi di mortadella in una sola fetta. 2 uova grandi. pizzico di sale. fare l’amalgama e metterla in frigorifero fino al giorno dopo. poi impastare tre uova di pasta…più due…come ho fatto io che 5 alla volta son troppe anche con la macchinetta. ps il video della preparazione qui.

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le mamme lo sentono sempre

e non mi so spiegare il motivo. e non credo sia una mia prerogativa perchè la mia mamma era uguale uguale. sapeva esattamente quando le stavo raccontando una bugia, sapeva quando avevo avuto un incontro diverso dal solito, si è persino accorta il giorno del mio primo bacio di qualcosa di diverso in me (poi vaglielo a spiegare che un cugino di una mia amica mi aveva dato una lezione di bacio per farle un favore, perchè io a quattordici anni ancor non avevo esperienza. e come spiegare che per superare il senso di disagio e di colpa e di “ma cosa sto facendo” mi sono convinta che il bacio era davvero schifido?) tutto questo per dire che io sabato ho “sentito” che c’era qualcosa che non andava, Michi era al lavoro, via da due giorni, ci eravamo appena sentiti, tutto a posto, pà in mansarda a cottura lenta, io a prendere un gelato con lo staff Mna. ci eravamo appena sentiti ma io ho chiamato il suo cell. e lui mi ha detto non adesso mà, non è un buon momento. ho sentito la voce del sangue al naso, ho tremato e non mi richiamava. ho mandato un messaggio, sono preoccupata stai male? lui mi ha chiamata: sono al pronto soccorso a cesena. tutto a posto devono fare dei controlli, inversione a u, ci è venuto addosso, stai tranquilla. arrivo. no. si. come vuoi. ho sentito distintamente mio figlio aveva bisogno di me. abbiamo passato la domenica sera in un pronto soccorso in cui era finito il ghiaccio perchè c’era stata la nove colli di ciclismo…9 colli e neanche una testa. il collega di mio figlio che guidava la moto con la quale sono caduti aveva una spalla e un ginocchio gonfissimi e neanche un pochino di ghiaccio. e ripeteva mi dispiace mi dispiace come se fosse stata colpa sua. e un ragazzino, stessa età del mio, mi porge la mano e dice sono stato io. colpa mia. e come faccio ad arrabbiarmi con lui? sono madre. potrebbe capitare a mio figlio. un inversione a U che non doveva fare. una lezione senza consegueze orrende. una lezione da cui lui può imparare e da cui mio figlio potrà imparare spero. quanti compagni di Michi han viaggiato con noi. può capitare. per fortuna niente di troppo grave. spero. dopo gli accertamenti più approfonditi. Una nottata con un sacchetto di zucca congelata sull’ematoma, che ora diventerà una ciambella con la zucca …che mica posso ricongelarla…

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mamma

mi manchi da 1 anno. 365 giorni di nostalgia.

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