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bottino

è un piccolo tesoro, raccolto camminando sulla spiaggia, sul finire dell’estate che è finita. cammino guardando in giù, cercando conchiglie che meraviglia, somigliano alle trame di missoni. sassi fiches per giocare al poker, legni di riporto, anelli  sorprendenti.

(ho esclamato mamma mia che mano vecchia brrrr, no mamma ho enfatizzato… è l’effetto pirati dei caraibi. o è l’affettofiliale.

mi voglio sposare col mare. con la sabbia. in qualsiasi stagione. in autunno di più. salutando i cani che si impossessano della spiaggia e arrivano ad annusare gli intrusi e li circondano di feste ingirellandoli nel guinzaglio. mi voglio perdere sul litorale, partendo da qui con il niente in faccia e dritto dritto arrivare senza tornare indietro consumando i piedi scalzi avvizziti in acqua fredda.

voglio sorrisi di risposta ai miei sorrisi, nelle facce delle signore della gastronomia, del ristorante, nelle facce che non riconosco perchè sono vestite da vacanza. la loro finalmente. voglio seguire le nuvole con gli occhi, che non riesco a volare e a prenderle.

e per restare in tema ho preparato un piatto di mare di conchiglia vestito.

mettere le poveracce (o i lupini come dicono all’ipercoop) a mollo in acqua che le copra con un pugnino di sale. intanto far soffriggere aglioqb  in poco olio, e mettere a bollire l’acqua per gli spaghetti. buttare le vongole nella padella e gli spaghetti nella pentola. spegnere la fiamma quando le conchiglie si sono aperte e scolare la pasta al dente. mischiare le due nella padella e cospargere di prezzemolo tritato. il prezzemolo aiuta a digerare l’aglio e mangiato in foglia intera toglie l’odore molesto. io aggiungo anche un peperoncino rosso intero che mi piace rimanere a bocca aperta.

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salmastra aria maldestra

per sentire il profumo del mare devo annusare il telo, la sera. che il vento in spiaggia me lo porta via il profumo che mi riempie il cuore. e i corpi che incrocio sulla battigia non mi ricordano gli olii di cocco dell’infanzia e il coppertone mitico. adesso sono fortunata se sento un profumo, che le cartoline dal mare parlano di gommoni sul viso, di boe posizionate sopra l’ombelico, di intolleranza al sapone e di noia in tante facce truccate. e poi la spiaggia di sera, bellissima nei colori e nelle solitudini dei lettini, nella sdraio che si piega alla brezza, profuma di piada al bagno 68, pochi metri e l’aria parla di pesce alla griglia, ancora qualche passo ed ecco la salsiccia immancabile con le grida dei bambini scalzi sulla sabbia. vent’anni fa erano pochi i ristoranti sulla spiaggia, pochi ma buoni. ora si confondono e mi confondono. evito di soffermarmi sull’inquinamento luminoso, il faro puntato sul bagnasciuga, controllore immobile di pomiciate notturne. un faro che non mi lascia spazio. cammino più veloce. per fortuna il promontorio di gabicce è sempre là. sembra di poterlo toccare, di poterne raggiungere la punta senza difficoltà. ma ci sono i piedi nell’acqua. e la bassa marea e dove lo trovo un mare che sembra di camminare sopra le acque e io mi accontento di panorami conosciuti, di gesti ripetuti, la mia è una vacanza dal solito, nel solito. e respiro forte le mie abitudini ritrovate. mi ricarico come un pannello solare. rientro dalla camminata notturna, buonanotte ai ragazzi sul terrazzo, faccio la doccia e mi addormento annusando il telo da spiaggia. leggendo “ogni cosa è illuminata” appunto.

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