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con la bava alla bocca

resto sospesa da certi racconti e dal modo di raccontare. sospesa fra i suoi e i miei ricordi, che l’infanzia coi nonni ci rende simili e di zioni (z aspra) e di russate notturne son altre storie ma ugualmente nostre. e allora capita di incontrare un piatto che è sempre stato parte di te e della tavola di casa, ma di non averlo mai più fatto. e il solo vederlo ti mette quella golosità urgente che lo mangeresti ora, di primo mattino o a notte inoltrata. e allora ti arrendi e nella prima domenica di brodo, preparato per riempire la settimana, per scaldare la cucina e profumare di festa, impasti due uova farina e tiri la pasta al matterello. per fare i tagliolini di nonna memoria che un amico di tasti ti ha riportato a casa.

due uova di media grandezza, due etti di farina 00, impastare e far riposare mezz’ora coperta da una ciotola. prendere il tagliere e il matterello e, senza togliersi la vestaglia, cominciare a sculettare.

cominciare a bacchettare l’impasto per assottigliare anchei bordi, ma lasciare un certo spessore, che  anche i denti devono sentire l’impasto

quella che si vede sulla sfoglia si chiama “rogna” e nessuna zdaura che si rispetti può sopportare di fare una figura così, quindi io non mi rispetto. e la prossima volta eviterò di pulire i vetri e di far passare più di mezzo’ora tra la tazza e il matterello. non mi consola che il gusto non ne abbia sofferto. se tiro la sfoglia dev’essere tonda e setosa.

li butto nel brodo bollente a “manàza” dopo averli tagliati a coltello e li impiatto appena salgono a bollore, con una generosa dose di parmigiano

lo sparso sta imparando fotografare. brontola ma esegue. diversamente a tavola però. devi mangiarli con cucchiaio e forchetta. gira la forchetta sul cucchiaio e via…non così che ti viene…una cosa da alien…la bava alla bocca

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i cappelletti della mamma: la mia poesia di natale

“intanto che la maria è sotto il casco vieni che iniziamo a fare la sfoglia!” c’era sempre qualche cliente di mamma sotto il casco, a qualsiasi ora del giorno e della sera. fosse fra settimana o festivo. ma a natale, a natale era un’apoteosi di pettinate, permanenti, tinture, teste da lavare e cappelletti da fare, latte brulè da consegnare e regali da impacchetare. sono cresciuta in una casa dalle porte aperte e dalla tanta gente. in una famiglia al femminile con un solo uomo, il babbo, che rincorreva sottane. tutte. si respirava allegria e confidenza anche nei giorni di sfuriate e c’era sempre qualcuna che capitava all’improvviso e come niente fosse si metteva a far qualcosa. togliere bigodini, tagliare biscotti, prendere in giro babbo. mamma col sorriso stampato e lo stupore costante andava da una stanza all’altra della casa col camice bianco chiazzato di colore scuro e dava ordini subito dopo aver fatto lei stessa la cosa che comandava. tipo:” prendi la farina e mettila sul tagliere, tre zimnine per tre uova, cosi”…e già aveva contato uno, due, tre. “renzoooo, tira fuori il batù”…e già partiva con le mani infarinate a prendere il ripieno che si doveva ammorbidire un poco fuori frigo. non ho mai passato molte serate fuori casa a qualsiasi età perchè era troppo divertente stare esattamente dov’ero. immersa in una sit-com naturale. già dall’inizio dicembre si cominciavano i preparativi, iniziavano le ansie per i regali da fare che erano sempre tanti e così poco il tempo…così spesso, mamma, regalava il latte brulè. molti arrivavano con le uova. se non le hai…e poi addobbare gli alberi, fuori e dentro, mettere i festoni e le stelle sugli specchi della “camera dove lavoro” ci teneva tanto la mamma ai pacchetti sotto l’albero ma non riusciva a far sorprese. aveva l’ansia di vederci felici e ci diceva subito cosa ci aveva comprato. e siccome sapeva che sia io che mia sorella volevamo la sorpresa era impegnata fino all’ultimo a impacchettare di tutto, dalle scatole dei fiammiferi a quelle dei cioccolatini usate, naturalmente fra una messa in piega e una sfoglia di tre uova alla volta per i cappelletti. che si facevano rigorosamente la sera. tutte insieme attorno al tavolo. e se vado nel tempo ancora più indietro…attorno a quel tavolo ritrovo la zia che viveva saltuariamente con noi, sarta, zitella e perdutamente innamorata di cary grant, la nonna che si addormentava col cappelletto in mano, il babbo con le sue battute e i suoi baci per tutte e le vicine di casa che spettegolavano allegramente.  meno televisione, più chiacchiere, tanto natale e i cappelletti della mamma. questi si che sono buoni

per il batù:

550 grammi di parmigiano stagionato. una noce moscata. 150 grammi di mortadella in una sola fetta. 2 uova grandi. pizzico di sale. fare l’amalgama e metterla in frigorifero fino al giorno dopo. poi impastare tre uova di pasta…più due…come ho fatto io che 5 alla volta son troppe anche con la macchinetta. ps il video della preparazione qui.

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coltelli e mattarelli

a coltelli ci siamo presi per  tutta la domenica. di quelle belle passate e urlare io e LUI. io giù in cucina e lui su in mansarda. il cilindro delle scale a chiocciola si è riempito di parole, sibilline e molto meno, di improperi, di lagnanze e di minacce. giornata elettrica. avrei voluto avere una sedia per farglielo accomodare. colpa mia che mi sono sentita sola e non ho fatto nulla per evitarlo. avrei dovuto uscire e via. ma non ce la faccio sempre a bastarmi. colpa mia che ho preparato la cena e che ppoi mi sono anche permessa di dire aspetta a mangiare che finisco di preparare anche la mia, così mangiamo insieme.

ma lo so. lo so che se gli metto davanti un panino al salame non posso pretendere che aspetti. è il drappo rosso per il toro. è lo start per il centometrista. è il pacchettino chiuso con la scritta non aprire …è l’agenda aperta a metà con l’invito a non sbirciare. il fatto è che lui non ce la poteva fare e io lo sapevo. poi lui ha esagerato e lo sapeva. e finito il panino mi ha aspettata. ma era troppo tardi e io ero sul piede di guerra e avevo già preparato il “batù” e per fortuna ho messo via il mattarello  e poi mi ha chiesto scusa ma io volevo una prova. e come ha potuto, una prova me  l’ha data. sennò gli urlavo negli

orecchioni:

scusa

per il batù: 200 gr di ricotta di pecora, 100 gr di parmigiano, un uovo piccolo, 40 gr di prezzemolo, sale, pepe, noce moscata

per la sfoglia: 3 uova, 300 gr di farina 00

Preparare la sfoglia sul tagliere mettendo la farina a fontana, sbattere con la forchetta le uova messe al centro e cominciare a “arminè” lavorare l’impasto, fino a ottenere una palla liscia e sodina. coprire con una ciotola e lasciare riposare* 20′ poi tirarla al mattarello sottile sottile. Fare dei quadrati, posizionare il ripieno con un cucchiaino e poi chiuderli a triangolo.

mi perdoni?

oppure fare in questo modo: aprire le uova nella ciotola del kitchen aid mettere la farina e fare andare la frusta piatta a velocità 1 per un pochino. poi mettere il gancio e proseguire ancora un poco l’impastatura. poi procedere come * quindi chiamare il marito recalcitrante e con l’accessorio imperia fargli  tirare le sfoglie a  1-2-3-4- procedere poi al taglio e riempimento.

non lo faccio più

daaaai...

per condire nulla di più semplice e buono che burro e salvia. quando salgono in superficie sono cotti, tirarli in padella con burro, salvia e  parmigiano. poi se avanza un poco di sfoglia e non sappiamo cosa farne…basta fare i pizzicotti…gli stessi che servono a ricordare che spesso amare fa male.

stricchetti

va bene. anche per questa volta  ti perdono. se tu perdoni me. (che sia questo il segreto?)

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